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LA FOLLIA DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE OBBLIGATORIA – I

OVVERO, QUANDO CONTRARRE MATRIMONIO È PEGGIO CHE CONTRARRE UNA GRAVE MALATTIA

Perché se si ha una grave malattia è possibile curarla a spese del SSN ma sul matrimonio in crisi piombano immediatamente, come avvoltoi, tanti pseudo-esperti il cui unico obiettivo è di ripulire fino all’ultimo euro la famiglia in procinto di separarsi.
Un cenno alla cosiddetta mediazione familiare lo si trova nella legge 54 che dal 2006 grava come una spada di Damocle sulle famiglie che si separano; il secondo comma dell’art. 155-sexies testualmente recita:

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

La legge 54 parla di ‘tentativo’ che i coniugi dovrebbero esperire prima che il giudice adotti i provvedimenti previsti dall’art. 155; tentativo che dovrebbe mirare al raggiungimento di un accordo per tutelare l’interesse morale e materiale dei figli, e ciò avvalendosi di ‘esperti’.

La mediazione familiare presuppone quindi che esistano degli ‘esperti’ in mediazione familiare; ma cosa significa esperto? Chi certifica, non tanto l’esperienza, ma la competenza di taluni soggetti a intervenire in un campo così delicato come quello delle relazioni familiari nel momento in cui la famiglia si sta rompendo?

La formazione dei mediatori familiari deve prevedere un percorso universitario mediante corsi di perfezionamento post-laurea di durata adeguata (almeno due anni), che comprendano l’insegnamento multidisciplinare di nozioni di diritto civile e diritto di famiglia, psicologia, pedagogia e scienze sociali, come minimo. Bisogna predefinire da quali percorsi di laurea si può accedere ai corsi di perfezionamento in mediazione familiare: giurisprudenza, scienze della formazione, scienze sociali (non certo ingegneria, tanto per fare un esempio). Occorre un Albo nazionale dei mediatori familiari, un codice etico-deontologico, ma soprattutto l’incompatibilità con lo svolgimento di altre professioni e quindi l’incompatibilità con l’iscrizione ad altri albi professionali (non come la sconcezza attuale di avvocati iscritti anche all’albo degli psicologi).
Tutto questo non è garantito dalla normativa vigente.

Ciò che si osserva nel campo della mediazione familiare è la giungla più completa; le competenze, ammesso che esistano, sono autocertificate, ma nessuno è in grado oggi di attestare la reale competenza professionale dei cosiddetti mediatori familiari. Essere in possesso di una laurea in psicologia, pedagogia, giurisprudenza o altro non abilita affatto allo svolgimento di questa delicata professione; se poi aggiungiamo che si sono riciclati come mediatori familiari medici-legali e addirittura un laureato in fisica, abbiamo il quadro completo del caos che esiste in questo delicato settore. Per non parlare dei cosiddetti centri di mediazione familiare, legati a filo doppio con le associazioni dei padri separati, e quindi covi di maschilisti misogini, ancora traumatizzati dalla propria personale separazione familiare e che non vedono l’ora di farla pagare a tutte le donne del mondo.
Può chi ha sfasciato in malo modo la propria famiglia ‘aggiustare’ le famiglie altrui?

Ma veniamo agli accordi oggetto della mediazione familiare.
Le relazioni economiche possono anche essere oggetto di un accordo, ma le relazioni affettive? Se alla separazione coniugale si arriva dopo anni di violenze intrafamiliari è minimamente pensabile che possa esserci un accordo? Su cosa? Se tra i motivi della separazione vi sono per esempio abusi sessuali sui figli è pensabile che possa esserci un accordo? Anche qui, su cosa?

Perché, non nascondiamoci dietro un dito, il tutto ruota intorno a questo, e cioè alla pretesa dei padri violenti e abusanti, riuniti in associazioni, di continuare a mantenere la relazione con la ex-moglie e con i figli per continuare a esercitare le violenze e gli abusi.
Se come contributo al mantenimento dell’ex-coniuge e dei figli uno offre 100, l’altro chiede 200, compito della mediazione sarà quello di avvicinare questi estremi.
Ma se un coniuge intende sottrarre i figli alle violenze o agli abusi dell’altro, quale compito si propone la mediazione? Invece che picchiare o abusare i propri figli ogni giorno riconosciamogli il diritto di visita ogni quindici giorni così potrà farlo solo due volte al mese?

FRAMMENTI DI INCONTRI PROTETTI – I

Madre: Stai tranquilla, tranquilla…
Minore (rivolta allo Psicologo, parlando della madre): …mi costringe…
Psicologo: Che bella …
Madre: Ma dottore, non si può andare avanti così … non è normale … mi dica lei …
Minore: Io lunedì non sono neanche andata a scuola.
Madre: Non è andata a scuola lunedì… i compiti prende benino… prima prendeva dieci…
Psicologo: Dai, vieni a parlare con la dottoressa. (Assistente sociale)

Assistente sociale: Ciao: fammi un po’ di compagnia … vedi che bella bimba.
Psicologo: Vedi che bel sorriso che ha …
Assistente sociale: Che c’è?
Minore: Non voglio entrare… (piange)
Assistente sociale: Dammi la manina …
Minore: No.
Assistente sociale: Che bella piccina … ha gli occhi come i tuoi.
(voce femminile): Io una volta ero bella.
Minore: Lo sei. Io lunedì non sono andata a scuola perché mi fate sentire male …
(voce femminile): Chi ti fa sentire male?
Minore: Loro, perché mi costringono.
(ridono)
(voce femminile): Ha ragione mio figlio; quando era piccolo, mio figlio un giorno stava vedendo un film e venne da me e disse: “mamma, tu fai l’assistente sociale, ma tu non sei come gli altri assistenti sociali; tu dovresti denunciare perché dicono che gli assistenti sociali sono cattivi, invece non è vero”.
Psicologo: Cattiva è la nostra assistente sociale? No, mamma mia…
(voce femminile): E niente, sì, devo denunciare, perché non è vero quello che si dice nei film.
Assistente sociale: Ma lei lo sa che sono buona, vero?
Minore: No.
A: Come no?
(voce femminile): È cattiva?
Minore: Sì, perché mi costringete a stare in una stanza dove non voglio stare… non è per la stanza… è per… (viene interrotta con delle risate).
Assistente sociale: Vuoi fare una passeggiata con me?
Minore: No.
(voce femminile): Perché non ve ne andate ai giardini?
Assistente sociale: Andiamo ai giardini a giocare?
(voce femminile): Sì, Cambiate luogo…
Assistente sociale: Vuoi che cambiamo luogo?
(voce femminile): Ma tu questa stanza l’hai vista?
Minore: Ma non c’entra la stanza: è per un’altra cosa …
(voce femminile): Che cosa?
Minore: È perché mi fanno vedere una persona che non voglio vedere …
(voce femminile): Una persona che non vuoi vedere … ma questa persona,                                 Minore: Io me ne voglio andare …
Assistente sociale: La mamma se ne è andata oramai …
Minore: Non è vero… non fa niente, me ne vado da sola. Non me ne importa niente … me ne vado.
Assistente sociale: Andiamo ai giardini? Ti devo dire una cosa … Ci laviamo le manine che sono …
Minore: No, perché io sono agitata.
(voce femminile): Quando sei agitata, le tue mani sono sudate?
Minore: Io sudo e ce le ho fredde.
(voce femminile): Vediamo … ghiacciate … povera piccina …
(voce femminile): Ti faccio vedere questa altra stanza.
Minore: No, fatemene andare … me ne voglio andare … Voglio andare da qua … LASCIAMI!
Assistente sociale: Ascolta: tu mi stai rendendo il lavoro difficile.
Minore: Anche tu, guarda!
Assistente sociale: Perché a noi hanno detto determinate cose e noi dobbiamo … ma vieni qui …

(voce femminile): Come sei grande … quanti anni hai?
Minore: Il problema è che non voglio vedere quella persona.
(voce femminile): Chi?
Minore: Mio padre, perché è cattivo.
(voce femminile): Mah? E perché?
Minore: Non si possono raccontare …
(voce femminile): Non si possono raccontare, e vabbé … ma mica stai da sola: ci sono loro
Minore: Si, lo so, però quando io me ne voglio andare non me ne fanno andare
(voce femminile): Allora fai una cosa: ora che loro devono stare con te, stai tranquilla … perché non stai sola con lui, stanno loro.
Minore: Lo so, però io me ne voglio andare
(voce femminile): E se poi te ne vuoi andare, ci provi, no?
Minore: Infatti … io cerco di andarmene, ma non mi fanno andare.
(voce femminile): Eh, si, è normale, perché loro dicono “ma se stiamo noi perché se ne vuole andare?”
Minore: Perché io me ne voglio andare, non lo voglio vedere anche se stanno loro.
(voce femminile): Ma tu lo vedi una volta ogni tanto.
Minore: E non mi interessa: non lo voglio vedere più … mi state facendo agitare.
(voce femminile): Anch’io: vedi le mie mani? Come dobbiamo fare con queste mani … che dai alle persone … è brutto, no? Ma perché, quando vieni interrogata sudi?
Minore: Sì, certe volte.
(voce femminile): Quando specialmente hai matematica? Ci sono le tabelline o è presto?
Minore: No, le ho studiate tutte.
(voce femminile): E le sai tutte, bene? E non ti sudano quando vieni interrogata? E in italiano e in storia …
Minore: Bene.
(voce femminile): Quanto hai preso come voto finale in pagella?
Minore: Dieci.
(voce femminile): E in disegno?
Minore: In disegno dieci e lode.
(voce femminile): Addirittura la lode … figurati le maestre come sono contente.
Minore: Sì, ma questi giorni sto …
(voce femminile): È che stai nervosa.
Minore: Sto nervosa.
(voce femminile): E stai nervosa pure a scuola, scommetto … così succede, mannaggia …
(voce femminile, rivolta allo Psicologo): Mi ha detto che prende dieci e lode in disegno a scuola.
Psicologo: Ooh, dobbiamo far vedere alla dottoressa quanto sei brava.
(voce femminile): Vediamo … senza sudare, sennò bagni il foglio … dai, non sta nessuno, che noi tre siamo …
Minore: Che faccio?
(voce femminile): Metti la sedia meglio.
Minore: Cosa disegno?

Psicologo: Fai un disegno del pagliaccio.
Minore: Non lo so fare…
(voce femminile): Ma bimba …
Psicologo: Vedi che qui siamo di fronte ad una professionista del disegno.
(voce femminile): Devo aver paura: lei mi ha detto che in tutte le materie prende dieci ed in disegno dieci e lode … abbiamo una pittrice …
(voce femminile): Che vuoi fare da grande?
Minore: Non lo so.

Psicologo: Ma poi riesce a cogliere alcuni aspetti; l’altra volta fece me con i capelli … mi ha disegnato con i capelli così …
(voce femminile): Ma come l’hai fatto? (ridono) Più bello lo hai fatto.
Psicologo: Erano i particolari …

A: Ma io ti voglio bene, non mi devi trattare così … capito, amore?
(voce femminile): Continuiamo il disegno … girati dall’altra parte con la testa, che io non vedo, sennò … metti la testa dall’altra parte …
(voce femminile): Chi è? Che scatti come una molla … ehi, ti devi concentrare sul disegno, altrimenti io come faccio a vedere se sei realmente brava? Me lo ha detto lei, me lo ha detto il dottore: io devo vedere veramente se sei brava… … se mi fai un disegno così veloce veloce … dico “bugie mi hanno detto queste persone …”
(voce femminile): Chi ti ha imparato a disegnare? Da sola?
Minore: Sì, da sola.
(voce femminile): Disegni molto, allora?
Minore: Sì, tanto.
(voce femminile): Si vede … ma poi ti piace colorarli, anche?
Minore: E a te no?
(voce femminile): Si … che fa questa bambina? Dove la mettiamo? Su un foglio bianco? Dove la facciamo andare?
Minore: A fare una passeggiata.
(voce femminile): Dove?
Minore: Al parco.
(voce femminile): È proprio bello … quello è lo scivolo …
Minore: Sono le scale.
(voce femminile): Le scale dello scivolo … e la domenica ci vai?
Psicologo: Lo hai visto quant’è brava, ma poi con una prontezza … non indifferente … ehi, che tu sei la mia preferita, non te lo devi scordare … e non dire che non vuoi venire più qua
Minore: Io non ci voglio venire …
Psicologo: E come facciamo senza di te? Dobbiamo fare la foto?
(ridono)
(voce femminile): E questo cos’è? Un altro gioco del parco: l’altalena?
(chiacchierano del parco)
Psicologo: Scrivi il nome
(voce femminile): Non abbiamo finito ancora, dottore.
D: Che cos’è?
Minore: La fontana.
(voce femminile): È vero: così sta alla Villa, con i pesciolini.
Psicologo: Mo’ facciamo entrare papà e glielo facciamo vedere.
Minore: No, io me ne vado…
(voce femminile): E noi continuiamo il disegno … lo facciamo entrare …
Minore: No, me ne voglio andare, no …
Padre: , e dai …
Psicologo: Scrivi il nome e la data qua.
A: guardami un po’: la devi smettere di recitare questa parte, amore …
Minore: No, non sto recitando…
Padre: Si, è vero, perché sei una bravissima attrice.
Minore: Lasciatemi stare; già avevo mal di pancia e lunedì non sono andata a scuola
Padre: Madò …
Minore: Questo è il bene che mi vuoi, costringendomi a venire qua? Questo è il bene che mi vuoi, secondo te? Tu sei cattivo, mi costringi a venire qua e oggi dovevo andare da una mia amichetta: e lasciami! No, tu sei cattivo, lasciami stare …

MASSIMA INCOERENZA

L’anno scorso la pensavano così.

Quest’anno invece la pensano così.

Come la penseranno il prossimo anno?

Ci dev’essere una logica in questa incoerenza. Forse negli anni dispari ritengono che la cosiddetta alienazione parentale non sia una patologia ma un illecito; negli anni pari invece tornano a pensare che sia una patologia e si inventano metodi per curarla.

Questa presunta cura ha un riconoscimento scientifico o è la solita patacca? Un po’ come l’affare stamina, anche lì uno psicologo si era inventato una cosa inesistente. Eh già, l’illecito non porta reddito agli psicologi giuridici, curare patologie inesistenti invece sì.

DAL BRASILE UNA GRANDE LEZIONE DI CIVILTÀ

Nel 2010 un’associazione di padri separati esultò alla grande per l’approvazione in Brasile di una legge che riconosceva l’alienazione parentale.

Adesso, dopo otto anni, il Brasile ha voltato pagina e ha approvato una legge per la protezione di donne e bambini dalla violenza e dagli abusi sessuali.

La legge modifica il Codice civile brasiliano prevedendo la perdita dell’affidamento e della custodia dei figli (potestà genitoriale) per il genitore violento o abusante.

«Lo scorso mercoledì il Senato ha approvato la PCL 13/18. La proposta, presentata dalla deputata Federale Laura Carneiro, determina che le persone che hanno commesso crimini contro il padre o la madre dei propri figli perderanno automaticamente il potere familiare – relativo alla custodia dei minori».

Il Sud-America non ha la Convenzione di Istanbul ma ha una Convenzione Interamericana per la prevenzione della violenza contro le donne, Convenzione di Belém che risale al 1994.
Ventiquattro anni per la sua applicazione.
Noi in Italia dobbiamo aspettare altrettanto per vedere applicata la Convezione di Istanbul?

In Brasile hanno voltato pagina sull’alienazione parentale perché in questi otto anni si sono resi conto del disastro sociale provocato dall’utilizzo di questo concetto nei processi di separazione e affidamento dei minori.
Si sono resi conto che stavano tutelando il genitore violento o abusante invece di tutelare realmente donne e bambini.
Si sono resi conto della mistificazione di Gardner e dei suoi seguaci, o ‘fedeli’, secondo la sua stessa dichiarazione alla Conferenza di Francoforte del 2002.

L’attuale Governo italiano invece, condizionato dalla presenza nella maggioranza di una forza politica razzista, omofoba e misogina, quindi sostanzialmente fascista, ha previsto nel contratto di governo norme per tutelare i padri violenti o abusanti, mistificandole come lotta all’alienazione parentale.
L’approvazione di queste norme, come dai primi Disegni di legge presentati (n° 45 e n° 735), ispirati dalle associazioni di padri separati, ci porterà al medesimo disastro sociale.

L’Italia non ha bisogno di una legge sull’alienazione parentale perché questa congettura, priva di basi logiche e scientifiche, mira solo a proteggere i genitori violenti o abusanti e a occultare le violenze su donne e bambini.
L’Italia ha bisogno di norme per l’applicazione della Convenzione di Istanbul.

AGGIORNAMENTO

Il suddetto progetto di legge è stato ratificato dal Presidente della Repubblica e pubblicato come Legge federale n. 13715 del 24/09/2018.

LA SVOLTA EPOCALE

Sta circolando in rete la bozza dell’ennesima, e inutile, proposta per modificare la Legge n. 54/2006 sull’affido condiviso. A ogni legislatura le associazioni di padri separati (ovvero associazioni di stalker, alcuni con condanne definitive, e di presunti pedofili sfuggiti al carcere grazie alla PAS) ripropongono sempre la medesima solfa (monotoni, eh? ma i narcisisti patologici sono fatti così), in passato la PAS adesso l’alienazione parentale (che sono la stessa cosa), in passato la residenza alternata adesso il collocamento paritario sul quale si stanno sbizzarrendo sparando numeri percentuali che farebbero invidia alla Ragioneria dello Stato (come se l’affetto verso i figli si misuri a percentuali e non in qualità della relazione), e poi l’onnipresente mediazione familiare che stando ad alcuni dovrebbe diventare obbligatoria.

Ma questa allucinazione della mediazione familiare obbligatoria da dove viene fuori?
Un primo grande fautore della mediazione familiare è il Dr Marino Maglietta, padre separato, laureato in Fisica, che per allietare la sua vecchiaia si è inventato il mestiere di mediatore familiare; eh, sì perché lui fa il mediatore familiare, anzi, addirittura è arrivato a insegnare Diritto di famiglia nei corsi di formazione per mediatori familiari. La associazioni forensi non hanno proprio nulla da dire su questo obbrobrio tipicamente italiano? Un fisico che insegna Diritto!!

Un altro fautore della mediazione familiare obbligatoria è il Dr Vittorio Vezzetti, pediatra a Varese, anch’egli padre separato; naturalmente ha pensato pro domo sua, prevedendo nella bozza della proposta di legge che possano diventare mediatori familiari anche i laureati in Medicina. Anche questo è un altro obbrobrio tipicamente italiano poiché il corso di laurea in medicina non ha nessun insegnamento sulla famiglia e le dinamiche familiari, prima e dopo la separazione.

Forse entrambi mettono in atto, in questo modo, una sorta di abreazione del trauma della propria personale separazione che evidentemente non hanno ancora metabolizzato; cercando cioè di riparare le famiglie altrui allucinano la riparazione della propria famiglia che hanno sfasciato in malo modo.

La bozza della proposta di legge viene caldamente sponsorizzata dal senatore leghista Avv. Simone Pillon, padre non separato.
Il Sen. Pillon è Direttore di un Consultorio familiare che svolge mediazione familiare ed egli stesso nei suoi studi di Perugia e Brescia svolge mediazione familiare. Tutto regolare, per carità, la mediazione familiare è competenza di avvocati con specifica formazione.

Ma non si ravvisa uno stridente conflitto di interessi nel fatto che un mediatore familiare, Direttore di un centro di mediazione familiare, proponga, abusando dei suoi poteri di Senatore della Republbica, di rendere obbigatoria la mediazione familiare mediante una legge dello Stato da lui stesso formulata?
Come si chiamava la cosa ai tempi del sig. B.? Leggi ad personam?

LA RESPONSABILITÀ DELLE VITTIME

Nel 1969 una bomba venne fatta esplodere in una banca milanese, ammazzando 18 persone.

Gli innumerevoli processi, forse non ancora terminati, si sono concentrati “solo sulle vittime senza mai guardare, con rispetto, se (avessero) qualche responsabilità“.

Nel 1992 sull’autostrada che dall’aeroporto di Capaci porta a Palermo, venne fatta esplodere una bomba che uccise cinque persone. Anche in questo caso i processi si sono concentrati “solo sulle vittime senza mai guardare, con rispetto, se (avessero) qualche responsabilità“.

E si potrebbe continuare con questa solfa all’infinito.

Chiaramente, questo modo perverso di ragionare suscita semplicemente orrore in chi legge.

Ma c’è un campo in cui si ragiona esattamente in questo modo senza suscitare orrore alcuno in chi legge, anzi si raccolgono consensi che si sa che verranno raccolti proprio con articoli spazzatura di quel tipo. Ma chi può aderire a una narrazione così perversa dei fatti criminali?

Il campo cui mi riferisco è quello della violenza contro le donne e dei femminicidi; e l’articolo cui mi riferisco è quello pubblicato il 9 giugno da un giornale italiano, la cui qualifica, quale organo … di stampa, lascio alla sensibilità di chi legge questo post.

C’è scritto esattamente questo.

Su giornali e giornalismo rimane sempre valido questo passo, tratto da un autore il cui nome è ancora interdetto.

«Quanti servi che non parlano ci sono nel giornalismo! Noi non siamo esseri che vivono nella vita. Noi siamo sul margine della vita; dobbiamo sostenere un’opinione che non abbiamo, e imporla al pubblico; trattare questioni che non conosciamo, e volgarizzarle per la platea; noi non possiamo avere un’idea nostra; dobbiamo avere quella del direttore del giornale; ma nemmeno il direttore del massimo giornale ha il diritto di pensare col suo cervello, perché quando è chiamato dal consiglio di amministrazione deve soffocare la sua opinione, quando ce l’ha, e sostenere quella degli azionisti…».

Evidentemente …

LETTERA APERTA ALLA PRESIDENTE DELLA SINPIA

OGGETTO: Sindrome di alienazione genitoriale. Linee guida SINPIA e comunicato stampa.

Egregia Presidente,
Le Linee guida SINPIA sull’abuso dei minori riportano alla pagina 19 quanto segue: «Un’ulteriore forma di abuso psicologico può consistere nell’alienazione di una figura genitoriale da parte dell’altra sino alla co-costruzione nel bambino di una “sindrome di alienazione genitoriale” (Gardner, 1985).»
Tali Linee guida risalgono al 2007; all’epoca era già noto che la PAS non aveva alcun fondamento scientifico, non era inserita nelle classificazioni delle malattie (ICD) né in quella dei disturbi mentali (DSM); lo stesso Paul Fink, professore di Psichiatria alla Temple University di Philadelphia, Presidente dell’APA e capo della task-force
per il DSM-III-R, si era già espresso sulla PAS definendola senza tanti giri di parole come junk-science (scienza spazzatura).
Era noto anche, all’epoca, che si trattava dell’opinione personale di un medico statunitense, tale Richard Alan Gardner, espulso dalla Columbia University di New York, ove era medico volontario, nel 1985 dopo la pubblicazione in una rivista di opinioni della sua congettura sulla PAS, con la motivazione che era ignorante nella disciplina di pschiatria e incapace di ragionare secondo il metodo scientifico.
Gardner, inoltre, era vicino ad ambienti pedofili tanto da avere più volte espresso nei suoi scritti opinioni favorevoli alla pedofilia, da lui considerata un’antica tradizione.
Desta pertanto non poca sorpresa l’inserimento dell’opinone personale di un medico filo-pedofilo, la PAS, all’interno di Linee guida per la tutela dei minori dagli abusi sessuali, di una società scientifica prestigiosa come la SINPIA.
In aggiunta a tutto ciò si rappresenta che nell’ottobre del 2012, in Italia, il Ministro della Salute si è espresso sulla PAS dichiarandola priva di basi scientifiche.
Nonostante tutto ciò la PAS non è ancora espunta dalle Linee guida, ingenerando in chi le consulta l’idea che la SINPIA, società scientifica, diffonda concetti antiscientifici.
Non solo, ma risulta quantomeno imbarazzante che, nelle Linee guida ufficiali contro l’abuso sessuale all’infanzia, vengano citati articoli di un attivista della pedofilia.
Per di più, nel 2013, dopo che la Corte di Cassazione si è espressa sulla PAS dichiarando che non possono essere usati in Tribunale concetti privi di validità scientifica, è comparso sul sito della SINPIA un comunicato anonimo, redatto su un foglio banco privo di qualsiasi intestazione che possa ricondurlo alla SINPIA e privo di firma del responsabile, che critica tale sentenza e si esprime ancora in senso favorevole alla scienza spazzatura della PAS (https://www.sinpia.eu/atom/allegato/1063.pdf).
Tanto si comunica per i provvedimenti del caso.

Cordiali saluti
Andrea Mazzeo, psichiatra
Maria Serenella Pignotti, pediatra, medico-legale

IGNORANZA IN TRIBUNALE

Ignoranza è una dea minore scacciata dall’Olimpo per decreto unanime di tutti gli dei a causa dei danni ripetuti che provocava con le sue affermazioni; in suo soccorso arrivavano sempre le sue sorelle, Arroganza e Presunzione, che cercavano di difendere le sue idee ma senza successo, e pure loro furono scacciate dall’Olimpo.

Da allora le tre sorelle si aggirano tra gli umani cercando alloggio presso l’uno o presso l’altro; di recente sembrano allignare in una peculiare categoria di umani che si autodefiniscono psicologi giuridici, particolarmente esperti nell’inventare concetti privi di logica oltre che di un minimo di basi scientifiche.

L’ultima, in ordine di tempo di tali invenzioni, è quella che i genitori che cercano di proteggere i figli dalla violenze e dagli abusi sessuali dell’altro genitore avrebbero l’Io diviso.
“L’Io diviso” (titolo originale “The Divided Self”) è un libro scritto nel 1959 da uno psichiatra, e filosofo, inglese, Ronald Laing, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1969 con il sottotitolo “Studio di psichiatria esistenziale”.

Laing è stato l’iniziatore di quella psichiatria comunitaria che ha dato a Basaglia lo spunto per la sua psichiatria anti-istituzionale; insieme a David Cooper, psichiatra sudafricano, Laing è considerato il fondatore del movimento dell’anti-psichiatria che ha preso le mosse dalla critica del concetto di follia come un qualcosa di biologicamente dato, la ‘malattia del cervello’, giungendo a considerarla come una peculiare modalità di essere nel mondo e di strutturare la propria presenza nel mondo, così costituitasi a partire dal primo nucleo di violenza e sopraffazione nella vita dell’individuo che è la famiglia.

Il libro più importante di Cooper si chiama proprio “La morte della famiglia”; scrive Cooper: «Le strutture alienanti della famiglia vengono riprodotte dappertutto: ufficio, scuola, università, chiesa, partito, esercito, ospedale. A loro volta, queste strutture sociali proseguono l’opera intrapresa dalla famiglia, che mira a produrre la “normalità” e le basi del conformismo».

Il concetto di ‘Io diviso’ è una vera e propria citazione del testo di Laing e rimanda, necessariamente, ai concetti dell’anti-psichiatria; ecco quello che scrive nella prefazione Letizia Jervis Comba, psicologa, moglie di Giovanni Jervis, psichiatra, tra i basagliani della prima ora.

«La famiglia, ancora istituzione, specchio e tramite di rapporti di potere, mezzo di esercizio della “violenza di pochi su molti”, non è struttura neutrale … Anche la famiglia si colloca in una struttura sociale determinata, in un contesto politico non generico bensì estremamente specifico, come specifica e unidirezionale ne è la violenza».

Siamo nell’ambito di una critica squisitamente marxiana della famiglia come struttura del patriarcato, e del patriarcato come stampella del capitalismo. Sono rimasto piacevolmente sorpreso, quindi, nel leggere quella citazione; vuoi vedere, mi sono detto, che gli psicologi giuridici stanno mettendo giudizio?

Ma la lettura dell’articolo mi ha deluso. Già dalla prima riga, si comprende che il fraintendimento è totale.

«Nelle dinamiche di Alienazione Parentale, alcuni genitori dominanti presentano un io diviso, dovuto ad una scissione interna buono/cattivo».

Mon dieu! Almeno il principio di non contraddizione: chi è dominante non può avere un Io diviso.

Le tre sorelle, Ignoranza, Arroganza e Presunzione hanno colpito ancora.

Tutti questi contorcimenti mentali degli psicologi giuridici per non prendere atto della realtà: il rifiuto del minore verso la relazione con un genitore è causata dalla violenza o dagli abusi sessuali di quel genitore sul bambino; finché la famiglia era unita il bambino era costretto a subire violenze e abusi, quando finalmente i genitori si separano il bambino sceglie il genitore protettivo. È così difficile da comprendere?

Se il genitore rifiutato non è stato capace, in corso di convivenza matrimoniale, di stabilire con i suoi figli un legame di attaccamento sicuro, è colpa dell’altro genitore? O è colpa di lui stesso, dell’omuncolo che è e che è sempre stato?

Insomma, questi omuncoli capaci solo di riaffermare il loro potere su moglie e figli con la violenza e con gli abusi quando si decideranno a crescere e diventare uomini?

E la psicologia giuridica fino a quando continuerà a essere l’ancella del patriarcato?

PS – Non ho messo, intenzionalmente, il link all’articolo citato, non mi è parso il caso. Chi voglia proprio leggerlo sa come cercarlo.