DEL COME LA PSICOLOGIA GIURIDICA HA STRAVOLTO LA PSICOLOGIA

E ha stravolto anche la mente degli psicologi giuridici.

Mi sono imbattuto di recente nelle slide di una lezione tenuta da uno psicologo giuridico, uno dei firmatari delle varie carte della psicologia giuridica; quindi uno dei più eminenti. Titolo della lezione: “Lo stato dell’arte della CTU nelle separazioni giudiziali”.
In alcune di queste slide si fa cenno al conflitto di lealtà, un concetto ampiamente usato nelle CTU, anche se non c’entra nulla con l’oggetto della CTU.
Le riporto di seguito.

L’espressione “conflitto di lealtà” è stata coniata dalla teoria sistemico-relazionale della psichiatria negli anni ’50-’60 del 1900 per descrivere le modalità di funzionamento di alcune famiglie non separate, nelle quali c’era un componente, di solito un figlio, adulto, affetto da schizofrenia.

Ripeto, famiglie non separate e con un figlio adulto affetto da schizofrenia.
Le dinamiche disfunzionali descritte in queste famiglie (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà, comunicazione paradossale, ecc) hanno la funzione di tenere unita la famiglia, di non farla giungere alla separazione. Si tratta, infatti, di dinamiche omeostatiche, utilizzate dalla famiglia per mantenere lo status quo, la famiglia unita anche se disfunzionale.
Ho già criticato questo uso anomalo del concetto di conflitto di lealtà, ma a ogni buon conto mi ripeto.

Il conflitto di lealtà descrive la situazione in cui viene a trovarsi il figlio intrappolato nel cosiddetto ‘triangolo perverso‘; quella cioè di mantenere cioè la lealtà verso entrambi i genitori.
Le famiglie con un figlio schizofrenico sono caratterizzate, dal punto di vista sistemico-relazionale, dall’apparente assenza di qualsiasi conflitto; il conflitto invece esiste ed è massiccio ma allo stesso tempo occulto, sommerso, negato dalla facciata di apparente accordo tra i genitori.
Proprio per questo si parla di triangolo perverso: la conflittualità tra i genitori è occulta, non manifesta, ma c’é; e all’interno di questo contesto di conflittualità inespressa ciascun genitore cerca l’alleanza del figlio (triangolazione). Tale ricerca di alleanza non è mai esplicitata ma sempre inespressa; nessuno dei due, cioè, chiede esplicitamente al figlio di allearsi con lui ma a un diverso livello comunicativo (extra-verbale, comunicazione paradossale, impliciti sottintesi, ecc) ciascuno chiede l’alleanza del figlio. Questo manda in confusione il figlio, sino a farlo ammalare di schizofrenia.

Se il conflitto tra i genitori da occulto diviene palese, manifesto, il conflitto stesso esplode, la famiglia va incontro alla separazione e le dinamiche disfunzionali descritte (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà) svaniscono e cessano di esercitare effetti psichici deleteri sui figli, proteggendoli così dalla comparsa di disturbi mentali, tra cui la schizofrenia (ma anche anoressia mentale).

Nulla di tutto questo si ritrova nella definizione che gli psicologi giuridici danno di conflitto di lealtà; non solo, ma descrivono, con quella definizione, un qualcosa che proprio non esiste. Tra l’altro, nelle slide citate lo psicologo giuridico dando una sua definizione solipsistica fa riferimento al mondo interno del bambino, ignorando, evidentemente, l’assunto di base della teoria sistemico-relazionale cioè il concetto di ‘scatola nera’; vale a dire, nessuna inferenza sul mondo intrapsichico (la parte non osservabile della mente) ma solo l’esame dei processi osservabili, gli output, i comportamenti.

Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore non vive alcun conflitto di lealtà; conflitto significa, infatti, venirsi a trovare combattuto tra due bisogni, due istanze contrastanti. Il bambino che rifiuta un genitore non vive affatto un conflitto, tanto meno di lealtà, perché tra i due genitori che si sono separati ne ha scelto uno col quale convivere e non sente bisogno alcuno di mostrare lealtà verso il genitore rifiutato.

Purtroppo, nei corsi di formazione per gli psicologi giuridici insegnano esattamente il contrario di ciò che ha dimostrato la ricerca psicologica e questo spiega gli errori che vengono commessi nelle CTU e i danni che gli psicologi giuridici arrecano a madri e bambini che subiscono violenza, quando non addirittura abusi sessuali incestuosi.

Può mai un bambino provare lealtà verso il genitore violento o abusante? Chiaramente no, e se non ha il bisogno di provare lealtà verso il genitore rifiutato non vive alcun conflitto di lealtà.

Chi obbliga questi bambini a vivere un conflitto di lealtà sono proprio gli psicologi giuridici, quando impongono loro di ‘amare’ il genitore odiato. Si tratta infatti di una prescrizione paradossale: “devi voler bene“; ma il volere, o non voler bene sono fatti spontanei, non possono essere esercitati a comando. Pertanto, è possibile voler bene a una persona alla quale non se ne vuole solo non obbedendo alla prescrizione di volerle bene, quella cioè di avere un comportamento spontaneo a comando.

È il classico paradosso del ‘sii spontaneo‘: se sono spontaneo perché mi è stato ordinato di essere spontaneo, non sono più spontaneo; posso essere spontaneo solo non essendo spontaneo, disobbedendo quindi alla prescrizione. Psicologi che danno tali prescrizioni dovrebbero essere banditi dalla professione.

Riepilogando:
1) Per conflitto di lealtà s’intende la condizione in cui viene a trovarsi il bambino in una famiglia disfunzionale, conflittuale ma che nega il conflitto, che riceve dai genitori messaggi contrastanti, di non alleanza a livello esplicito ma di alleanza a livello implicito.
2) Quando il conflitto esplode, si rende manifesto, la famiglia disfunzionale giunge alla separazione, il conflitto di lealtà cessa di esistere e di produrre i suoi effetti deleteri sulla psiche del bambino.
3) Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore, per motivi attinenti, di solito, a violenza in famiglia o abusi sessuali incestuosi, non vive alcun conflitto di lealtà perchè non viene più a trovarsi combattuto tra due bisogni contrastanti. Il suo bisogno è unicamente quello di vivere serenamente la sua infanzia e la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza che gli vengono rovinate proprio dagli psicologi giuridici e da una giustizia ormai incapace di fare giustizia. In questi processi infatti vengono assunte decisioni giudiziarie non sulla base dei fatti, delle prove, ma sulla base della interpretazione dei fatti così come rappresentati nelle CTU; e sulla base di quelli che i CTU ritengono che siano i bisogni dei bambini (la famigerata bigenitorialità). E lo ritengono non in base ai dati di realtà e alle reali dinamiche psicologiche osservate ma sulla base di quello che è stato loro insegnato/indottrinato nei corsi di formazione in psicologia giuridica. Il pregiudizio, cioè, che le madri sono vendicative (alienanti, malevoli, assorbenti, ecc) e i bambini non sono credibili in quanto alienati, colonizzati dai voleri degli adulti, influenzati (qualcuno ha parlato addirittura di onde dalle madri ai figli), ecc.
Non posso credere che uno psicologo non sappia riconoscere un narcisista manipolatore. Eppure nelle CTU si industriano per non riconoscerlo, per dargli la patente di brava persona, vessata dall’ex-partner vendicativo che ha manipolato i figli facendo loro credere che c’è stata violenza o abusi sessuali. Come se bambini e ragazzi non sappiano riconoscere da sé la violenza e gli abusi sessuali.
Fino a quando andrà avanti questo scempio?

NEUROSCIENZE (?) IN TRIBUNALE

Il riferimento è alle metodiche cosiddette di svelamento della menzogna, alcune delle quali conosciute come macchina della verità.
Corre l’obbligo, preliminarmente, di precisare che queste cosiddette metodiche, dette anche di lie detection, non hanno nulla di scentifico ma, riprendendo il titolo di un articolo del 2007, si tratta, puramente e semplicemente, di ciarlatanerie.

Riporto brevemente dall’abstract: «Un rivelatore di bugie che può rivelare la menzogna e l’inganno, in qualche modo automatico e perfettamente affidabile, è una vecchia idea che abbiamo spesso incontrato nei libri di fantascienza e fumetti. Tutto questo va molto bene. È quando le macchine che si affermano essere rilevatori di bugie appaiono nel contesto di indagini penali o applicazioni di sicurezza che dobbiamo essere preoccupati

E tra le conclusioni scrivono: «Ciarlataneria, frode, pregiudizio e superstizione sono sempre stati con noi. Se guardiamo indietro nella storia e lo confrontiamo con quello che vediamo oggi c’è poco che ci dà la speranza che il progresso nella scienza diminuisca la quantità di sciocchezze superstiziose che vediamo intorno a noi. L’astrologia, per esempio, sembra essere più popolare che mai e totalmente inalterata nonostante le tante volte che gli astronomi spieghino che è una completa assurdità. Siamo quindi un po’ pessimisti circa la possibilità di rimuovere efficientemente il ciarlatanismo della scienza dal linguaggio forense

Chi ne ha voglia si legga tutto l’articolo.

Oggetto di questo post è una di queste metodiche, alla quale ha dato ampio risalto il quotidiano Avvenire del 30 luglio 2020.

Come si legge, tale metodica si chiama aIAT.
Ho incrociato per la prima volta questo test nel 2011, nel corso di una CTU per l’affidamento di una bambina che rifiutava il padre accusandolo di abusi sessuali; la vicenda penale era stata archiviata grazie anche a questo test che aveva rilevato quanto segue, riporto letteralmente dalla perizia di parte: «Ciò consente di ecludere, nel cervello del sig. xxx, la presenza di una traccia mnestica legata all’evento ABUSO
La bambina però era credibile e il padre nel corso della CTU si lasciò sfuggire una frase che nella sostanza confermava gli abusi sessuali; la bambina era stata giudicata non attendibile sulla base della bufala dell’amnesia infantile, concetto già da me smentito. Questo mi insospettì e perciò approfondii la faccenda.

Il test aIAT deriva da una metodica messa a punto negli USA che si chiama IAT (Implicit Association Test). Si tratta di un test utilizzato in psicologia sociale, per indagare pregiudizi impliciti di genere, di razza, ecc. Qui si può leggere qualcosa di più.
Il test aIAT (autobiographic Implicit Association Test) presume di poter svelare se il soggetto testato sta dicendo la verità oppure sta mentendo, in relazione a determinati fatti.

Senza portarla per le lunghe, riporto dal testo L’alienazione parentale nelle aule giudiziarie, a cura di Cassano G, Corder P e Grimaldi I, Edizioni Maggioli: «La critica più pregnante a questo test viene dal contesto giudiziario, per la precisione da una memoria dei PM nel corso del processo Franzoni; il passo si trova alla pag. 37 del documento citato, nota 56. Si tratta di una vera e propria pietra tombale posta dai magistrati circa l’uso giudiziario del test aIAT, finalizzato a scagionare l’imputato dalle accuse; la falsa scienza non può trovare posto in tribunale

Scrissero infatti i giudici:
«Nella propria memoria i PM,dopo aver ricordato che lo IAT è un formato procedurale di indagine cognitiva (ossia un contenitore) utilizzabile per indagare diversi tipi di concetti psicologi e che ad Annamaria FRANZONI era stata somministrata una nuova applicazione dello IAT, ideata nel 2008 proprio da Sartori, denominata a‐IAT autobiographical IAT) o f‐IAT (forensic IAT), contestavano che la validazione scientifica dello IAT potesse automaticamente essere estesa alla versione ideata da Sartori e, comunque, la possibilità di utilizzo dello IAT in ambito forense, citando anche le obiezioni formulate da una ricercatrice, Valentina Prati, già allieva di Sartori, relative alla facilità di falsificazione dei dati da parte di un utente istruito

La D.ssa Valentina Prati è coautrice di un articolo che porta una critica radicale proprio all’affidabilità del test aIAT.

Ecco l’abstract: «Il test autobiografico Implicit Association Test (aIAT) è stato recentemente introdotto in questa rivista come un nuovo e promettente strumento di rilevamento delle bugie. La relazione iniziale ha rilevato una precisione nel determinare quale dei due eventi autobiografici fosse vera. È stato suggerito che l’aIAT, a differenza di altri test di rilevamento delle bugie, è resistente ai tentativi di ingannarlo. Abbiamo indagato se i partecipanti possono modificare strategicamente le loro prestazioni sull’aIAT. L’esperimento 1 ha dimostrato che i partecipanti colpevoli di un finto furto sono stati in grado di ottenere un risultato di prova innocente. Altri due esperimenti hanno dimostrato che i partecipanti colpevoli possono falsificare l’aIAT senza precedenti esperienza con l’aIATand quando viene fissata una scadenza di risposta. L’aIAT è soggetto alle stesse carenze di altri test di rilevamento delle bugie

Nella sostanza, e semplificando, il test, computerizzato, propone al soggetto una serie di domande, alcune assolutamente vere (es. dati anagrafici) e altre che possono essere vere ma possono essere false. La presunzione alla base del test è che la risposta alle domande assolutamente vere ha un tempo di latenza brevissimo, quasi instantaneo (es., se ci chiedono la nostra data di nascita rispondiamo senza esitazione) mentre se si cerca di mentire alle altre domande (che possono riguardare fatti oggetto di indagine penale) la risposta può avere un tempo di latenza lievemente più lungo, dell’ordine dei millisecondi.
Parafrasando, le bugie (che hanno le gambe corte) hanno però tempi di risposta più lunghi.

Il computer è in grado di calcolare questo scarto nei tempi di risposta e dirci se il soggetto ha dato una risposta falsa ad alcune domande, cioè se ha mentito.
Fin qui tutto normale; ma se il soggetto anche alle domande assolutamente vere risponde con un minimo ritardo il computer non registra alcuno scarto e quindi sentenzia che anche alle domande critiche il soggetto ha risposto sinceramente, cioè non ha mentito.
Il processo penale si può basare su queste autentiche cazzate? Non sarebbe un processo ma una metafora di processo, tanto per citare un concetto caro a un amante di metafore.

Ma, al di là delle considerazioni scientifiche e giuridiche, è particolarmente emblematico che il test aIAT sia stato smascherato da alcuni blog di psicologi, come in questo e questo.

Naturalmente, ritornando all’articolo dell’Avvenire, possiamo certo gioire che la Giustizia abbia riconosciuto l’innocenza di un presunto pedofilo, ma se a quella sentenza la giustizia è pervenuta utilizzando la falsa scienza, credo ci sia poco da gioire.
E certi giornalisti, di certi giornali, dovrebbero informarsi maggioramente prima di disinformare. Se può essere complicato giungere agli articoli scientifici o alle sentenze giudiziarie, è estremamente semplice trovare in rete gli articoli dei blog; se ce l’ho fatta io …

LE CARTE TRUCCATE DELLA PSICOLOGIA GIURIDICA-I

Circolano in rete innumerevoli carte, protocolli e linee guida messi a punto dagli psicologi giuridici.
Che valore normativo hanno queste carte? Pari a zero.
Che valore scientifico hanno queste carte? Meno di zero. Tranne in qualche caso, non riportano alcuna bibliografia che supporti le affermazioni ivi contenute; le stesse sono solo pareri personali di chi le ha scritte. Si basano ancora sul medievale principo di autorità; ne ho parlato qui.

Ma c’è di più.
La psicologia giuridica italiana vede tra i suoi membri alcuni avvocati e alcuni psicologi-psichiatri-neuropsichiatri infantili in qualità di consulenti.
Gli avvocati che ne fanno parte si ritrovano molto spesso a difendere presunti pedofili, in casi di presunti abusi sessuali sia singoli sia collettivi. Compito dell’avvocato è, ovviamente, quello di difendere al meglio il suo cliente; avvocati che assumono la difesa di presunti pedofili debbono, ovviamente, industriarsi al meglio delle loro capacità per tirare fuori dai guai il proprio cliente. E fin qui non ci piove.
Le cose cominciano a essere meno logiche quando questi avvocati, e i loro consulenti, spacciano per protocolli o carte o linee guida a tutela dei minori quelle che sono, necessariamente, carte, protocolli, linee guida per difendere al meglio i propri clienti; che sono, non va dimenticato, presunti pedofili e, più di recente, presunti violenti o maltrattanti in famiglia.
Si tratta di manipolazione pura e semplice.

Ma c’è ancora di più.
In molte di queste carte vengono espresse opinioni che oltre a non essere supportate da riferimenti bibliografici precisi e puntuali, contengono concetti non corrispondenti ai documenti ufficiali, cui pure fanno riferimento, o totalmente privi di validità scientifica.
Prendiamo l’esempio della cosiddetta Carta di Civitanova Marche; si tratta di un documento che risale al 2012, firmato da una quindicina tra avvocati e consulenti.
A un certo punto si legge:

Nel richiamato art. 9 della Convenzione di New York si legge invece:

Quello che per le convenzioni internazionali è un diritto del fanciullo (“non essere separato dai suoi genitori“) per gli psicologi giuridici e i loro consulenti che hanno firmato la Carta di Civitanova diviene un diritto degli adulti (“diritto di ciascun genitore di non essere separato“).
È questa l’interpretazione che loro danno della legge 54/2006 ed è questo che sostengono nelle CTU e che porta ai disastri che vediamo (bambini allontanati dalle madri protettive e affidati ai padri violenti o abusanti). Perché gli psicologi giuridici e i loro consulenti tutelano i diritti degli adulti e se ne infischiano dei diritti dei bambini; lo hanno scritto chiaramente pervertendo una convenzione internazionale.

Agli psicologi giuridici piace vincere facile; ma per vincere facile bisogna truccare le carte. Ed è quello che loro fanno con estrema disinvoltura.

SEGUE

LA LEGA E IL DDL 735

Lo spunto per questo post è rappresentato da una recente esternazione della senatrice della Lega, nonché avvocata, Giulia Bongiorno.
Il ddl Pillon non è andato avanti perché noi abbiamo deciso che non era una priorità. Non lasciamo ad altri meriti che non hanno“, afferma la senatrice.
Peccato che quando venne presentato, il DDL 735 era il fiore all’occhiello della Lega, firmato da tutti i membri leghisti in Commissione Giustizia del Senato; e altrettanto peccato che nessuno di loro abbia a tutt’oggi ritirato la firma.
Si tratta di iniziative personali dei senatori leghisti o di precisi ordini di partito?

Adesso la senatrice si mette a fare il gioco dello sceriffo buono e di quello cattivo, cerca di rigirare la frittata per negare la sconfitta.
La senatrice sarebbe lo sceriffo buono che dice alle donne, no tranquille il DDL 735 non è tra le priorità della Lega; Pillon sarebbe lo sceriffo cattivo, il talebano della bigenitorialità e della PAS.
No senatrice, il DDL Pillon lo ha voluto fortemente la Lega, è stato presentato in una riunione del 26 luglio 2018, convocata dal senatore leghista Pillon alla quale parteciparono numerosi esponenti leghisti oltre a esponenti delle cosiddette associazioni di padri separati e votato all’unanimità dai presenti, tranne un solo astenuto; è stato poi fortemente sostenuto dai comitati per Salvini premier.
Lo stesso Salvini in numerosi comizi ne ha parlato come di un disegno di legge al quale la Lega teneva molto nell’interesse delle famiglie italiane.
E lei senatrice vuole fortemente il reato di alienazione parentale. Quindi non prendete in giro nessuno.

Chi ci tiene molto al DDL Pillon, insieme alla Lega, sono i padri separati violenti o pedofili, che vengono rifiutati dai figli proprio a causa della violenza o delle tendenze pedofile.
Ciò che prevede il DDL Pillon (mediazione familiare obbligatoria, tra l’altro vietata dalla legge e dal buon senso, mantenimento diretto, alienazione parentale, ecc.) è proprio la medesima feccia sostenuta dai padri separati violenti o pedofili.
Nella stragrande maggioranza delle separazioni coniugali non c’è alcun bisogno di mediazione familiare perché gli ex-coniugi riescono a trovare un accordo e risolvere il conflitto. Dove non si trova accordo è solo nelle separazioni che fanno seguito a violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli minori; e non si può trovare nessun accordo in questi casi perché non è in atto alcun conflitto da mediare ma c’è solo violenza, poiché il genitore violento (di solito il padre) non vuole mollare le sue vittime (di solito ex-moglie e figli).
E questo, da avvocata, dovrebbe risultarle; in quante, delle separazioni che ha seguito, ha avuto necessità di ricorrere alla mediazione familiare? Solo in quelle in cui viene denunciata violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli; ma sa, o dovrebbe sapere, che la mediazione familiare è vietata dalla legge in questo tipo di separazioni. Eppure la Lega la promuove.
In quante, delle separazioni che ha seguito, ha avuto necessità di ricorrere al concetto di alienazione parentale? Solo in quelle in cui viene denunciata violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli; ma sa, o dovrebbe sapere, che l’alienazione parentale, con tutte le sue varianti manipolatorie, è stata dichiarata priva di basi scientifiche dal Ministro della salute nel 2012.
L’alienazione parentale è solo una strategia processuale, da azzeccagarbugli, mi verrebbe da dire di bassa lega, per screditare la testimonianza delle donne e dei minori che accusano i padri di violenza in famiglia o di abusi sessuali sui figli.

Adesso la Lega, per una strategia da bassifondi della politica, sta facendo finta di fare marcia indietro sul DDL Pillon; ma è mera strategia e, ripeto, non prendete in giro nessuno. Intanto il DDL Pillon rimane lì nel cassetto della Commissione Giustizia del Senato, con ancora le firme di tutti i membri leghisti, in attesa degli eventi e del momento opportuno in cui tirarlo fuori nuovamente.
Non è la Lega che non lo ha mandato avanti ma è la Lega che sul DDL Pillon è stata sconfitta dalla mobilitazione delle donne e di chi combatte la PAS, a tutti i livelli; e siamo sempre pronti a una nuova mobilitazione contro la Lega, l’oscurantismo del XXI secolo.

I TELOMERI E IL RIFIUTO DI UN GENITORE

Cosa sono i telomeri?
È spiegato abbastanza bene qui; una spiegazione più scientifica si trova qui.

Detto questo, cosa c’entrano i telomeri con le separazioni coniugali in cui un figlio rifiuta un genitore?
Praticamente nulla, sono questioni di livello logico differente che non dovrebbero essere confuse tra loro. Ma c’è chi di questa confusione dei linguaggi ne ha fatto un brand; si tratta del pediatra di Varese ossessionato da bigenitorialità, residenza alternata, ecc.
Spinto da questa sua ossessione rastrella il web alla ricerca di studi che possano essere utilizzati per sostenere le sue tesi. Tra questi studi ne ha trovato uno sui telomeri e lo ha citato in un suo articolo pubblicato su una rivista a pagamento; cioè tu gli paghi 1.500 dollari e loro ti pubblicano l’articolo.

L’articolo da lui citato è questo; il titolo in italiano suona più o meno così: “Gli eventi avversi infantili aumentano l’impatto dello stress assistenziale in età avanzata sulla lunghezza e sull’infiammazione dei telomeri“.
Sul momento non ho dato eccessiva importanza a questa citazione, conoscendo la scarsa capacità del soggetto di saper leggere e interpretare la letteratura scentifica.

La citazione, in un testo che sto leggendo, di un lavoro analogo mi ha spinto a rileggere il lavoro citato dal soggetto di cui sopra.
L’obiettivo del lavoro era quello di studiare se l’abuso infantile e altri eventi avversi infantili potessero avere conseguenze durature anche nella tarda età, circa l’infiammazione e l’invecchiamento cellulare, e potessero essere distinti dallo stress cronico per il carico assistenziale riveniente dal dover assistere un familiare affetto da demenza.

Come si vede, nulla a che fare con le separazioni coniugali, la bigenitorialità e la residenza alternata, sue fissazioni monotematiche.
Naturalmente, credo che il soggetto non abbia letto, non dico l’articolo, ma almeno il riassunto; avrebbe così scoperto che l’obiettivo del lavoro non era quello che lui cercava, ma, soprattutto, leggendo l’intero articolo, che per indagare gli eventi avversi infantili gli autori dell’articolo hanno utlizzato la scala CTQ (Questionario sul Trauma Infantile – Childood Trauma Questionnaire).
La scala CTQ è un questionario autosomministrato che consta di 28 item che indagano gli eventi avversi infantili e cioè l’abuso fisico, l’abuso sessuale, l’abuso emotivo, la trascuratezza fisica e la trascuratezza emotiva. Nessun item riguarda il rifiuto di un genitore o la bigenitorialità o la residenza alternata.
Naturalmente, in una Italia caratterizzata da un elevato livello di analfabetismo funzionale ma anche di ignoranza vera e propria, le tesi del suddetto soggetto riscuotono grande consenso nella piccionaia delle associazioni di padri separati e fascio-leghisti.

Ho parlato più sopra di un secondo articolo che ho trovato citato in un libro che sto leggendo. Si tratta di questo; titolo in italiano: “L’associazione della lunghezza dei telomeri con la violenza e le perturbazioni familiari“.
Questo studio dimostra che i telomeri sono di lunghezza ridotta nei bambini esposti a violenza familiare e che hanno anche subito l’allontanamento o una minore frequentazione con il genitore tutelante. Il genitore tutelante ha una funzione di buffering protettivo che contrasta lo stress che porta alla riduzione di lunghezza dei telomeri.

Allontanando quindi il bambino dal genitore tutelante, cosa che i geni psicologici nostrani propugnano nelle CTU, si fa al bambino un danno incommensurabile che lo danneggerà per sempre. Non riescono proprio a capire, questi CTU, che il bambino con il rifiuto di un genitore si sta semplicemente difendendo dalla violenza o dagli abusi sessuali. Non è affatto un bambino alienato, o adesivo, secondo le idiozie più recenti ma solo un bambino che si difende dalla violenza e dagli abusi sessuali.

LETTERA APERTA ALLA PROF.SSA LILIANA DELL’OSSO

Egregia Prof.ssa Dell’Osso,
([email protected])

ho ascoltato il suo intervento al convegno “Dalla parte dei bambini”, organizzato a Livorno dall’Associazione MdM il 29/09/2019; e sono rimasto inorridito.

Nel breve pezzo del suo intervento pubblicato su Youtube, al minuto 1:18 lei parla della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) come di un «disturbo ben preciso studiato nella letteratura scientifica».
Ma sta scherzando?

Una psichiatra del suo livello non può parlare della PAS come di un disturbo perché disturbi, e lei me lo insegna, sono solo quelli previsti dai DSM come tali; né si può affermare che sia ‘ben preciso’ perché i suoi sostenitori (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, avvocati, associazioni di padri separati, ecc) pur di continuare a fare business sulla pelle di donne e bambini hanno continuato e continuano a manipolare l’informazione cambiando nome di fronte a ogni contestazione sulla non scientificità del concetto stesso di PAS. Così è divenuto prima alienazione parentale, poi nella mente fertile di qualcuno colonizzazione della mente dei bambini, poi rifiuto immotivato, ecc. Più che un disturbo preciso sarebbe corretto parlare di pseudo-disturbo camaleontico, che cambia pelle ma rimane sempre spazzatura.

Eh, sì, perché così venne definita nel lontano 1985 (leggo dal suo sito che all’epoca lei era ricercatore in Farmacologia, quindi non sapeva nulla di PAS, e dal suo intervento mostra di saperne ancora poco) dal compianto Prof. Paul Fink, che lei avrà anche conosciuto personamente.

Le riassumo un po’ di storia della PAS.
Nel 1985 il Dr Richard Alan Gardner scrisse un articolo su questa nuova malattia da lui scoperta; la rivista che pubbllicò l’articolo non è una rivista scientifica ma una banale rivista di opinioni; niente di scientifico, quindi, ma solo l’opinione personale del Dr Gardner, medico generico, privo di competenze specialistiche psicologico-psichiatriche, privo di formazione clinica, che si spacciava per professore alla Columbia dove invece era solo un medico volontario non retribuito (legga in fondo la correzione del 14 giugno) e che lavorava unicamente nei tribunali come perito di parte dei padri separati danarosi; non dimentichiamo che il suo onorario era di 500 dollari l’ora; negli USA degli anni ’80.
Gardner aveva bisogno del riconoscimento scientifico della sua PAS, dell’inserimento nel DSM e per questo si rivolse al Prof. Fink, all’epoca Capo del Comitato per la revisione del DSM-III. La risposta del Prof. Fink la legge qui, quarto capoverso.
Il Prof. Fink chiarisce che la ricerca scientifica, quella seria ovviamente, ci dice che il motivo per il quale il figlio rifiuta un genitore è il comportamento stesso di quel genitore verso di lui («Science tells us that the most likely reason that a child becomes estranged from a parent is that parent’s own behavior. Labels, such as PAS, serve to deflect attention away from those behaviors.»)

Dopo la pubblicazione del suo articolo del 1985 Gardner venne espulso a vita dall’Università con la motivazione che era ignorante nella disciplina di psichiatria e incapace di ragionare secndo il metodo scientifico. E lei cita un ciarlatano del genere!

Senza portarla per le lunghe, può trovare bibliografia seria sulla PAS qui e qui.

Concludo citandole la dichiarazione del Ministro della Salute del 18 ottobre del 2012, con la quale, acquisito il parere dell’ISS, ha dichiarato che la PAS non ha alcun fondamento scientifico.
Lei ha delle enormi responsabilità istituzionali, non può sostenere una porcheria del genere.

STELLE POLARI

Come CTP ho seguito alcuni casi a Roma, e altri solo con consulenza. Spesso compariva questo centro di Ostia come struttura dove far seguire le famiglie separate. Non mi sono mai chiesto il perché, non sono un tipo che si fa troppe domande. La vita va così, o così è se vi pare tanto per fare la citazione colta della giornata. Poi riscopri vecchio materiale e le risposte alle domande che uno non si è mai fatte vengono fuori da sole.

Già.

VA’ DOVE TI PORTA IL VENTO

Per ‘vento’ intendesi una qualche forma di interesse, la fama, la visibilità, o molto più prosaicamente la pagnotta.
Lo spunto per questo post viene dalla relazione tenuta a un recente convegno da una psicologa e criminologa.

La sua relazione, molto apprezzata, si spende contro la violenza sulle donne, con abbondanza di citazioni; peccato però che sia frutto di plagio.
Eh, sì, quello che questa psicologa ha detto nella sua relazione è stato preso di sana pianta da una relazione di CTP di un’altra psicologa romana.

In breve i fatti.
C’è una CTU, la psicologa del convegno è CTP del padre, l’altra psicologa è CTP della madre.
La psicologa del convegno attacca duramente la madre e la sua CTP parlando di un astratto diritto alla bigenitorialità, in presenza di un rinvio a giudizio del padre per violenza in famiglia, contestando il richiamo alla convenzione di Istanbul; ma viene fermata dalla CTP della madre che mette in chiaro, con abbondanza di citazioni bibliografiche, la posizione errata della CTP del padre e della CTU.

Al convegno la psicologa e criminologa si è probabilmente dimenticata di essere stata CTP del padre delle due minori e di aver attaccato la collega, e addirittura l’avvocata della madre dicendo che non lavorava bene, e ha fatto propria la sua relazione, plaudendo alla convenzione di Istanbul; senza nemmeno citare la psicologa CTP della madre.
Addirittura ha fatto propria l’affermazione della sua collega sull’importanza del caregiver primario nello sviluppo dei bambini, cosa che nella CTU aveva invece contestato.

Che dire?
Parlare di plagio è il minimo; nella CTU chi la pagava era il padre e allora bisognava difenderlo, anche occultando la verità.
Al convegno invece bisognava fare una bella figura ma non avendo idee ecco che torna utile la relazione di un’altra psicologa. Poco importa che nella sede della CTU quest’ultima sia stata attaccata in malo modo; tanto chi può saperlo?
Ma il diavolo, si sa, fa solo le pentole.
Una maggiore attenzione alla deontologia professionale non credo possa nuocere.

NO, L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ NON HA RICONOSCIUTO L’ALIENAZIONE PARENTALE

Pubblico la traduzione di questo importante articolo; il testo in lingua portoghese è a questo link; l’originale in francese si trova qui.

10 SETTEMBRE 2019 DR.A PATRICIA ALONSO

Il 25 maggio 2019, presso l’Assemblea Generale a Ginevra, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha votato per rivedere la classificazione internazionale delle malattie (ICD-11).

L’OMS ha deciso di non riconoscere l’alienazione parentale nell’ICD-11, ma i suoi sostenitori hanno immediatamente lanciato una campagna di disinformazione.

Come afferma Pierre-Guillaume Prigent, uno dei nostri membri, il 4 giugno 2019: “le associazioni che sostengono il riconoscimento dell’alienazione parentale producono visioni fuorvianti [come quella qui sotto] e le stesse argomentazioni che vengono ripetute dagli esperti di alienazione parentale sono eticamente e scientificamente molto problematiche.”

Ad esempio, ACALPA, un’associazione che sostiene l’alienazione parentale, afferma che l’OMS ha recentemente riconosciuto l’alienazione parentale. Usa il logo dell’OMS per guadagnare credibilità.

L’associazione “I Love Both Parents”, che sostiene anche il riconoscimento dell’alienazione parentale, afferma che l’OMS ha recentemente riconosciuto l’alienazione parentale.

Questa campagna di disinformazione in Francia, come abbiamo sottolineato il 5 giugno, ha reso necessario anche un intervento di Nicole Belloubet per correggere la pagina intranet del 28 marzo 2018 sull’alienazione parentale.

L’alienazione parentale è presente solo nell’indice della classificazione dell’OMS ma non è definita in esso, il che significa che non è riconosciuta dall’Organizzazione come mostrato dai due screenshot in questo tweet e debunk realizzati alla fine di maggio (cfr testo originale in francese).

L’OMS si esprime chiaramente: L’indice alfabetico è un elenco di circa 120.000 termini clinici (inclusi sinonimi o espressioni). L’indice viene utilizzato per trovare i codici ICD o le combinazioni di codici pertinenti per i termini. La menzione di un termine nell’indice viene utilizzata esclusivamente per la codifica. La menzione di un termine nell’indice non implica l’approvazione o l’approvazione di una condizione specifica. Inoltre, il titolo “Problema relazionale caregiver-bambino” si trova nel capitolo 24 della classificazione. Questo capitolo è intitolato “Fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari”; “Fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari”, nel senso che questa non è una sindrome o un disturbo: è solo un fattore di contesto. E la definizione di questo “problema relazionale” non corrisponde a nessuna delle definizioni di alienazione parentale fornite dai suoi promotori. Inoltre, la stessa alienazione parentale non è mai definita nella Classificazione.

Bisogna ricordare che l’alienazione parentale è un concetto che non è scientificamente provato. La presenza di questo concetto nell’indice ha allertato molti ricercatori che si sono approcciati all’OMS con un documento internazionale aperto al pubblico.

Questa nota di sintesi mostra la mancanza di rigore scientifico degli studi condotti dai promotori dell’alienazione parentale (metodologia, reclutamento degli intervistati, ecc.), nonché l’esistenza di conflitti di interesse. In effetti, a volte sono le persone che gestiscono programmi contro l’alienazione parentale che vogliono che venga riconosciuta.

La lettera aperta è stata firmata da centinaia di organizzazioni che combattono la violenza contro donne e bambini che sono consapevoli da un paese all’altro delle drammatiche conseguenze dell’utilizzo di questo pseudo-concetto nei tribunali della famiglia.

Il documento si conclude come segue: L’inclusione del termine “alienazione parentale” ovunque nell’ICD-11 rafforzerà probabilmente le tendenze distruttive nei tribunali della famiglia che danneggiano i bambini e i loro caregiver. Inoltre, le preoccupazioni validate empiricamente sull’inaffidabilità del concetto possono mettere in discussione la credibilità scientifica dell’Organizzazione mondiale della sanità e l’affidabilità della classificazione internazionale delle malattie.

Numerosi studi confermano che l’alienazione parentale può essere utilizzata come strategia per nascondere la violenza coniugale. Il 26 aprile 2018, il forum “L’alienazione parentale: una minaccia per donne e femministe?” Organizzato all’Università del Quebec, a Montreal (UQAM), ha fatto il punto sul concetto di alienazione paentale e sul suo utilizzo in situazioni di violenza domestica in Quebec, Europa e Brasile.

Gli interventi dei tredici intervenuti hanno rivelato che l’alienazione parentale è un concetto che “invalida, nega e nasconde le parole e le paure espresse da donne e bambini di fronte alla violenza maschile” (p.4); che “l’utilizzo del concetto di alienazione parentale in situazioni di violenza coniugale pone l’interesse superiore dei bambini dietro l’interesse dei genitori con comportamenti violenti” (p.5); che “l’uso del concetto è possibile in gran parte a causa della mancanza di comprensione e del mancato riconoscimento della violenza degli uomini contro donne e bambini, nonché della confusione tra violenza domestica e gravi conflitti di separazione” (p.6); che “diverse parole per riferirsi all’alienazione parentale ne facilitano l’uso in situazioni di abuso coniugale” (p.8); che “la divulgazione del concetto è correlata alle affermazioni dei mascolinisti e alle pressioni esercitate sui gruppi per i diritti dei genitori” (p.9).

Uno studio della professoressa di giurisprudenza statunitense Joan S. Meier conferma la testimonianza di donne che denunciano la tendenza dei tribunali della famiglia porre la sicurezza dei minori a un livello secondario. Lo studio conferma anche che le accuse di alienazione parentale utilizzate dai genitori nella difesa sono efficaci nel nascondere la loro violenza.

IL RIFIUTO IMMOTIVATO O INGIUSTIFICATO

Cominciamo, come all’asilo, con alcune definizioni; per alcuni ce n’è bisogno.

RIFIUTO: è l’atto, il comportamento del rifiutare, del non accettare una persona o una situazione.

IMMOTIVATO: che non è giustificato né spiegato da alcun motivo.

INGIUSTIFICATO: non giustificato, sinonimo di immotivato.

Il contesto cui mi riferisco è quello dell’affidamento dei figli minori dopo la separazione dei genitori, laddove rifiutino la frequentazione con un genitore.
Un po’ di storia.

Sino al 2012 gli psicologi giuridici di fronte a una situazione di rifiuto della relazione con un genitore, come sopra descritta, adducevano a motivazione dello stesso l’insorgere di una malattia che colpiva questi bambini e con loro il genitore non rifiutato.
Strana malattia, quella che colpisce in prevalenza donne e bambini dopo la separazione coniugale, mai prima della separazione, durante la vita coniugale; e che colpisce solo quei bambini che rifiutano la relazione con il padre, e le madri di questi bambini, mai gli altri bambini di genitori separati, o le altre donne separate (questa è la versione originale di Gardner).

La motivazione del rifiuto era quindi identificata in questa presunta malattia che chiamavano sindrome di alienazione genitoriale, PAS.
Cosa è successo nel 2012?
Nell’ottobre del 2012 il sig. Ministro della salute, nel rispondere a un’interpellanza parlamentare proprio sulla PAS, facendo proprio il parere dei ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, dichiarò che la stessa non ha alcuna base scientifica.
Non esiste quindi, né è mai esistita, una malattia che si chiami sindrome di alienazione genitoriale.
Come reagirono gli psicologi giuridici alla sconfessione proprio sul piano scientifico della loro gallina dalle uova d’oro, la PAS? Tirando fuori dal cilindro il concetto di alienazione parentale, giochetto piuttosto datato e facilmente criticabile.
Tra l’altro l’uso del termine ‘parentale’ per tradurre l’inglese ‘parental’, che invece si traduce con ‘genitoriale’, dà l’idea delle capacità manipolative di questi soggetti.

Dal 2012 quindi la motivazione del rifiuto non è più la PAS ma l’alienazione parentale. Ci hanno scritto su questo numerosi articoli, pensando di accreditare questo nuovo concetto.
Di fronte alla numerose critiche, non solo mie, come si può leggere qui, qui e qui, alcuni psicologi giuridici si sono inventati il concetto di rifiuto immotivato o ingiustificato.
Mai sentita cosa più sciocca.
Il rifiuto della relazione è un comportamento e un comportamento, per definizione, ha sempre una motivazione; ne ho parlato a questo convegno a Roma ma soprattutto ho ripreso tali concetti in questo post.

Il loro ragionamento, di una elementarità che fa dubitare delle loro competenze professionali, sembra essere il seguente: poiché la motivazione del rifiuto non è più né la nostra cara adorata PAS né la sua figlia bastarda, l’alienazione parentale, ergo il rifiuto è immotivato e ingiustificato.
Ci hanno fatto persino articolo che vorrebbe essere scientifico; questo concetto illogico si è meritato addirittura un articolo su “Il Messaggero” .
Perché aumentano solo a Roma? Elementare, Watson! Perché a solo a Roma ci sono psicologi convinti di questa assurdità.
La totale mancanza di logica di questo concetto emerge da queste parole di una delle intervistate: «Rifiuti immotivati dunque indotti, gli addetti ai lavori ritengono che troppo spesso un figlio si rifiuti di incontrare un genitore senza alcun motivo. … Aumentano i casi di rifiuto anche perché non esiste il riconoscimento scientifico e giuridico della Pas (sindrome alienazione parentale)».

Concludendo, non può esistere un rifiuto immotivato o ingiustificato; chi, da psicologo, lo sostiene, dovrebbe tornare a studiare sui banchi dell’università (forse anche su quelli del Liceo, per studiarsi meglio un po’ di logica).
Sul rifiuto ritengo illuminante quanto scritto dai giuristi del Centro Studi “Rosario Livatino” di Roma:
«Accreditati studi scientifici frutto di ricerche di psicobiologia nel campo delle neuroscienze affettive insegnano che quando un bambino si sente a disagio con un genitore ed evita la frequentazione con lo stesso, nella quasi totalità dei casi lo fa perché ha paura e la paura – un’emozione primaria, istintiva, non condizionata – è in genere provocata dal comportamento violento (fisico o anche solo verbale) del genitore rifiutato, se non addirittura da abusi sessuali o atteggiamenti che mettono il minore a disagio

La paccottiglia para-psicologica proposta da questi psicologi dovrebbe essere per sempre accantonata.