DEL COME LA PSICOLOGIA GIURIDICA HA STRAVOLTO LA PSICOLOGIA

E ha stravolto anche la mente degli psicologi giuridici.

Mi sono imbattuto di recente nelle slide di una lezione tenuta da uno psicologo giuridico, uno dei firmatari delle varie carte della psicologia giuridica; quindi uno dei più eminenti. Titolo della lezione: “Lo stato dell’arte della CTU nelle separazioni giudiziali”.
In alcune di queste slide si fa cenno al conflitto di lealtà, un concetto ampiamente usato nelle CTU, anche se non c’entra nulla con l’oggetto della CTU.
Le riporto di seguito.

L’espressione “conflitto di lealtà” è stata coniata dalla teoria sistemico-relazionale della psichiatria negli anni ’50-’60 del 1900 per descrivere le modalità di funzionamento di alcune famiglie non separate, nelle quali c’era un componente, di solito un figlio, adulto, affetto da schizofrenia.

Ripeto, famiglie non separate e con un figlio adulto affetto da schizofrenia.
Le dinamiche disfunzionali descritte in queste famiglie (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà, comunicazione paradossale, ecc) hanno la funzione di tenere unita la famiglia, di non farla giungere alla separazione. Si tratta, infatti, di dinamiche omeostatiche, utilizzate dalla famiglia per mantenere lo status quo, la famiglia unita anche se disfunzionale.
Ho già criticato questo uso anomalo del concetto di conflitto di lealtà, ma a ogni buon conto mi ripeto.

Il conflitto di lealtà descrive la situazione in cui viene a trovarsi il figlio intrappolato nel cosiddetto ‘triangolo perverso‘; quella cioè di mantenere cioè la lealtà verso entrambi i genitori.
Le famiglie con un figlio schizofrenico sono caratterizzate, dal punto di vista sistemico-relazionale, dall’apparente assenza di qualsiasi conflitto; il conflitto invece esiste ed è massiccio ma allo stesso tempo occulto, sommerso, negato dalla facciata di apparente accordo tra i genitori.
Proprio per questo si parla di triangolo perverso: la conflittualità tra i genitori è occulta, non manifesta, ma c’é; e all’interno di questo contesto di conflittualità inespressa ciascun genitore cerca l’alleanza del figlio (triangolazione). Tale ricerca di alleanza non è mai esplicitata ma sempre inespressa; nessuno dei due, cioè, chiede esplicitamente al figlio di allearsi con lui ma a un diverso livello comunicativo (extra-verbale, comunicazione paradossale, impliciti sottintesi, ecc) ciascuno chiede l’alleanza del figlio. Questo manda in confusione il figlio, sino a farlo ammalare di schizofrenia.

Se il conflitto tra i genitori da occulto diviene palese, manifesto, il conflitto stesso esplode, la famiglia va incontro alla separazione e le dinamiche disfunzionali descritte (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà) svaniscono e cessano di esercitare effetti psichici deleteri sui figli, proteggendoli così dalla comparsa di disturbi mentali, tra cui la schizofrenia (ma anche anoressia mentale).

Nulla di tutto questo si ritrova nella definizione che gli psicologi giuridici danno di conflitto di lealtà; non solo, ma descrivono, con quella definizione, un qualcosa che proprio non esiste. Tra l’altro, nelle slide citate lo psicologo giuridico dando una sua definizione solipsistica fa riferimento al mondo interno del bambino, ignorando, evidentemente, l’assunto di base della teoria sistemico-relazionale cioè il concetto di ‘scatola nera’; vale a dire, nessuna inferenza sul mondo intrapsichico (la parte non osservabile della mente) ma solo l’esame dei processi osservabili, gli output, i comportamenti.

Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore non vive alcun conflitto di lealtà; conflitto significa, infatti, venirsi a trovare combattuto tra due bisogni, due istanze contrastanti. Il bambino che rifiuta un genitore non vive affatto un conflitto, tanto meno di lealtà, perché tra i due genitori che si sono separati ne ha scelto uno col quale convivere e non sente bisogno alcuno di mostrare lealtà verso il genitore rifiutato.

Purtroppo, nei corsi di formazione per gli psicologi giuridici insegnano esattamente il contrario di ciò che ha dimostrato la ricerca psicologica e questo spiega gli errori che vengono commessi nelle CTU e i danni che gli psicologi giuridici arrecano a madri e bambini che subiscono violenza, quando non addirittura abusi sessuali incestuosi.

Può mai un bambino provare lealtà verso il genitore violento o abusante? Chiaramente no, e se non ha il bisogno di provare lealtà verso il genitore rifiutato non vive alcun conflitto di lealtà.

Chi obbliga questi bambini a vivere un conflitto di lealtà sono proprio gli psicologi giuridici, quando impongono loro di ‘amare’ il genitore odiato. Si tratta infatti di una prescrizione paradossale: “devi voler bene“; ma il volere, o non voler bene sono fatti spontanei, non possono essere esercitati a comando. Pertanto, è possibile voler bene a una persona alla quale non se ne vuole solo non obbedendo alla prescrizione di volerle bene, quella cioè di avere un comportamento spontaneo a comando.

È il classico paradosso del ‘sii spontaneo‘: se sono spontaneo perché mi è stato ordinato di essere spontaneo, non sono più spontaneo; posso essere spontaneo solo non essendo spontaneo, disobbedendo quindi alla prescrizione. Psicologi che danno tali prescrizioni dovrebbero essere banditi dalla professione.

Riepilogando:
1) Per conflitto di lealtà s’intende la condizione in cui viene a trovarsi il bambino in una famiglia disfunzionale, conflittuale ma che nega il conflitto, che riceve dai genitori messaggi contrastanti, di non alleanza a livello esplicito ma di alleanza a livello implicito.
2) Quando il conflitto esplode, si rende manifesto, la famiglia disfunzionale giunge alla separazione, il conflitto di lealtà cessa di esistere e di produrre i suoi effetti deleteri sulla psiche del bambino.
3) Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore, per motivi attinenti, di solito, a violenza in famiglia o abusi sessuali incestuosi, non vive alcun conflitto di lealtà perchè non viene più a trovarsi combattuto tra due bisogni contrastanti. Il suo bisogno è unicamente quello di vivere serenamente la sua infanzia e la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza che gli vengono rovinate proprio dagli psicologi giuridici e da una giustizia ormai incapace di fare giustizia. In questi processi infatti vengono assunte decisioni giudiziarie non sulla base dei fatti, delle prove, ma sulla base della interpretazione dei fatti così come rappresentati nelle CTU; e sulla base di quelli che i CTU ritengono che siano i bisogni dei bambini (la famigerata bigenitorialità). E lo ritengono non in base ai dati di realtà e alle reali dinamiche psicologiche osservate ma sulla base di quello che è stato loro insegnato/indottrinato nei corsi di formazione in psicologia giuridica. Il pregiudizio, cioè, che le madri sono vendicative (alienanti, malevoli, assorbenti, ecc) e i bambini non sono credibili in quanto alienati, colonizzati dai voleri degli adulti, influenzati (qualcuno ha parlato addirittura di onde dalle madri ai figli), ecc.
Non posso credere che uno psicologo non sappia riconoscere un narcisista manipolatore. Eppure nelle CTU si industriano per non riconoscerlo, per dargli la patente di brava persona, vessata dall’ex-partner vendicativo che ha manipolato i figli facendo loro credere che c’è stata violenza o abusi sessuali. Come se bambini e ragazzi non sappiano riconoscere da sé la violenza e gli abusi sessuali.
Fino a quando andrà avanti questo scempio?

LO STRESS E GLI PSICOLGI GIURIDICI

È, per convenzione, il primo giorno di un nuovo anno, e si dovrebbe evitare di polemizzare; ma non si può evitarlo quando si continuano a vedere le incoerenze di questa categoria di persone.

Eh sì, perché il tizio in questione, si sarà capito che è uno psicologo giuridico, proprio ieri, ultimo giorno di un anno funesto, per motivi non tutti attinenti la pandemia, se ne è venuto fuori col fatto che lo stress psicologico abbassa le difese immunitarie; ciò con un articolo pubblicato da un quotidano online.
Cita all’uopo una paio di studi, rispettivamente del 1991 e del 2002; vorrei informarlo comunque che ce ne sono anche di più recenti.

Vizi privati e pubbliche virtù.

In pubblico (articoli su giornali), difatti, questi soggetti si ammantano di scientificità e competenze; in privato (nelle consulenze tecniche di ufficio-CTU) non si preoccupano affatto dello stress psicologico, e quindi della caduta delle difese immunitarie, che provocano a madri e bambini appioppando loro l’alienazione parentale (o qualcuno dei tanti sinonimi, dalla madre malevola alla madre assorbente), strappando i figli alle madri, rinchiudendo i bambini nelle comunità per minori.

Strani soggetti, che non hanno nemmeno la capacità di assumersi la responsabilità dei propri comportamenti.
Da un canto si fanno vanto di organizzare convegni ECM sull’alienazione parentale.

Dall’altro si sentono denigrati quando qualcuno glielo fa notare e minacciano ritorsioni per un presunto danno all’immagine; perdonate, ma se siete voi stessi che danneggiate la vostra stessa immagine!!!

Niente, devono portarsi addosso un qualche stress remoto, forse una caduta dal seggiolone, che ha compromesso in maniera irrimediabile le loro capacità di ragionamento logico.

ABUSI SESSUALI E TRIBUNALI

Lo screenshot sopra è una summa dello psicologico-giuridico-pensiero.
Ho rimosso i nomi perché si tratta di gente molto sucettibile e, da quel versante, ho già ricevuto numerose diffide e preavvisi di querele, oltre a esposti all’Ordine dei Medici. Naturalmente, a proposito di false accuse, il tutto si è rivelato solo fumo senza arrosto; ma infastidiscono, come le zecche.
Conta il peccato, quindi, non il peccatore.
Ritornando allo screenshot, si tratta di un dialogo ripreso da un profilo Facebook, nel quale uno psicologo giuridico, uno dei più noti, esterna la sua convinzione/teorema circa gli abusi sessuali.

Sono veri abusi sessuali solo quelli che non arrivano in tribunale“; ne discende, necessario corollario, che gli abusi sessuali che arrivano in tribunale, che vengono cioè denunciati, non sono veri abusi sessuali.
Come dire, gli omicidi veri esistono, eccome, sono quelli che non arrivano in tribunale.
E, seguendo la medesima logica, le rapine, i furti, le estorsioni, lo spaccio di droga, ecc, esistono ma sono veri solo quelli che non arrivano in tribunale.
Scotomizza, il tizio dello screenshot, che tribunali, giudici e processi esistono proprio per vagliare se quanto denunciato sia vero o sia falso; e che senza la pronuncia di un tribunale non si può affermare che quanto denunciato sia falso.
Ma tant’è, secondo la logica psicologico-giuridica tutto ciò che arriva in tribunale è falso; perché gli unici, autentici giudici sono proprio loro, gli psicologi giuridici; sono più giudici dei giudici, forse ultragiudici, alla Nietzsche.

Sento già arrivare l’obiezione: ma noi non affermiamo questo, diciamo che sono falsi solo gli abusi sessuali che arrivano in tribunale; si tratta quindi di una logica a validità limitata, vale solo per gli abusi sessuali. Ma perché questa predilezione per gli abusi sessuali? L’ho detto e scritto più volte: perché la psicologia giuridica è stata fondata da avvocati esperti nella difesa di soggetti accusati di presunti abusi sessuali; compito del difensore è difendere il suo cliente e quindi se trova un concetto utile alla difesa, ovviamente lo utilizza.
Ma da dove viene questa logica singolare?

«Per distinguere … le denunce vere da quelle false è sufficiente … verificare come si è comportata la madre. Se si è subito rivolta all’autorità giudiziaria o ai servizi sociali significa che gli abusi sono falsi».
Questa citazione, riportata nel libro “Rompere il silenzio”, di G.A. Coffari, ed. Laurana), è di un medico statunitense, quel Richard Alan Gardner inventore di malattie inesistenti. Ne ho già parlato qui.

Si tratta di quel Gardner, inventore della sindrome di alienazione genitoriale (PAS), dal quale gli psicologi giuridici dicono di aver preso le distanze, di non considerare più loro maestro, tanto che adesso parlano di alienazione parentale non più di PAS (anche Gardner di fronte alle critiche alla PAS iniziò a parlare di parental alienation); ma, come ho già scritto, se non è zuppa è panbagnato.
Purtroppo di PAS ne sono talmente impregnati da non rendersi nemmeno conto della illogicità di quello che sostengono.

NEUROSCIENZE (?) IN TRIBUNALE

Il riferimento è alle metodiche cosiddette di svelamento della menzogna, alcune delle quali conosciute come macchina della verità.
Corre l’obbligo, preliminarmente, di precisare che queste cosiddette metodiche, dette anche di lie detection, non hanno nulla di scentifico ma, riprendendo il titolo di un articolo del 2007, si tratta, puramente e semplicemente, di ciarlatanerie.

Riporto brevemente dall’abstract: «Un rivelatore di bugie che può rivelare la menzogna e l’inganno, in qualche modo automatico e perfettamente affidabile, è una vecchia idea che abbiamo spesso incontrato nei libri di fantascienza e fumetti. Tutto questo va molto bene. È quando le macchine che si affermano essere rilevatori di bugie appaiono nel contesto di indagini penali o applicazioni di sicurezza che dobbiamo essere preoccupati

E tra le conclusioni scrivono: «Ciarlataneria, frode, pregiudizio e superstizione sono sempre stati con noi. Se guardiamo indietro nella storia e lo confrontiamo con quello che vediamo oggi c’è poco che ci dà la speranza che il progresso nella scienza diminuisca la quantità di sciocchezze superstiziose che vediamo intorno a noi. L’astrologia, per esempio, sembra essere più popolare che mai e totalmente inalterata nonostante le tante volte che gli astronomi spieghino che è una completa assurdità. Siamo quindi un po’ pessimisti circa la possibilità di rimuovere efficientemente il ciarlatanismo della scienza dal linguaggio forense

Chi ne ha voglia si legga tutto l’articolo.

Oggetto di questo post è una di queste metodiche, alla quale ha dato ampio risalto il quotidiano Avvenire del 30 luglio 2020.

Come si legge, tale metodica si chiama aIAT.
Ho incrociato per la prima volta questo test nel 2011, nel corso di una CTU per l’affidamento di una bambina che rifiutava il padre accusandolo di abusi sessuali; la vicenda penale era stata archiviata grazie anche a questo test che aveva rilevato quanto segue, riporto letteralmente dalla perizia di parte: «Ciò consente di ecludere, nel cervello del sig. xxx, la presenza di una traccia mnestica legata all’evento ABUSO
La bambina però era credibile e il padre nel corso della CTU si lasciò sfuggire una frase che nella sostanza confermava gli abusi sessuali; la bambina era stata giudicata non attendibile sulla base della bufala dell’amnesia infantile, concetto già da me smentito. Questo mi insospettì e perciò approfondii la faccenda.

Il test aIAT deriva da una metodica messa a punto negli USA che si chiama IAT (Implicit Association Test). Si tratta di un test utilizzato in psicologia sociale, per indagare pregiudizi impliciti di genere, di razza, ecc. Qui si può leggere qualcosa di più.
Il test aIAT (autobiographic Implicit Association Test) presume di poter svelare se il soggetto testato sta dicendo la verità oppure sta mentendo, in relazione a determinati fatti.

Senza portarla per le lunghe, riporto dal testo L’alienazione parentale nelle aule giudiziarie, a cura di Cassano G, Corder P e Grimaldi I, Edizioni Maggioli: «La critica più pregnante a questo test viene dal contesto giudiziario, per la precisione da una memoria dei PM nel corso del processo Franzoni; il passo si trova alla pag. 37 del documento citato, nota 56. Si tratta di una vera e propria pietra tombale posta dai magistrati circa l’uso giudiziario del test aIAT, finalizzato a scagionare l’imputato dalle accuse; la falsa scienza non può trovare posto in tribunale

Scrissero infatti i giudici:
«Nella propria memoria i PM,dopo aver ricordato che lo IAT è un formato procedurale di indagine cognitiva (ossia un contenitore) utilizzabile per indagare diversi tipi di concetti psicologi e che ad Annamaria FRANZONI era stata somministrata una nuova applicazione dello IAT, ideata nel 2008 proprio da Sartori, denominata a‐IAT autobiographical IAT) o f‐IAT (forensic IAT), contestavano che la validazione scientifica dello IAT potesse automaticamente essere estesa alla versione ideata da Sartori e, comunque, la possibilità di utilizzo dello IAT in ambito forense, citando anche le obiezioni formulate da una ricercatrice, Valentina Prati, già allieva di Sartori, relative alla facilità di falsificazione dei dati da parte di un utente istruito

La D.ssa Valentina Prati è coautrice di un articolo che porta una critica radicale proprio all’affidabilità del test aIAT.

Ecco l’abstract: «Il test autobiografico Implicit Association Test (aIAT) è stato recentemente introdotto in questa rivista come un nuovo e promettente strumento di rilevamento delle bugie. La relazione iniziale ha rilevato una precisione nel determinare quale dei due eventi autobiografici fosse vera. È stato suggerito che l’aIAT, a differenza di altri test di rilevamento delle bugie, è resistente ai tentativi di ingannarlo. Abbiamo indagato se i partecipanti possono modificare strategicamente le loro prestazioni sull’aIAT. L’esperimento 1 ha dimostrato che i partecipanti colpevoli di un finto furto sono stati in grado di ottenere un risultato di prova innocente. Altri due esperimenti hanno dimostrato che i partecipanti colpevoli possono falsificare l’aIAT senza precedenti esperienza con l’aIATand quando viene fissata una scadenza di risposta. L’aIAT è soggetto alle stesse carenze di altri test di rilevamento delle bugie

Nella sostanza, e semplificando, il test, computerizzato, propone al soggetto una serie di domande, alcune assolutamente vere (es. dati anagrafici) e altre che possono essere vere ma possono essere false. La presunzione alla base del test è che la risposta alle domande assolutamente vere ha un tempo di latenza brevissimo, quasi instantaneo (es., se ci chiedono la nostra data di nascita rispondiamo senza esitazione) mentre se si cerca di mentire alle altre domande (che possono riguardare fatti oggetto di indagine penale) la risposta può avere un tempo di latenza lievemente più lungo, dell’ordine dei millisecondi.
Parafrasando, le bugie (che hanno le gambe corte) hanno però tempi di risposta più lunghi.

Il computer è in grado di calcolare questo scarto nei tempi di risposta e dirci se il soggetto ha dato una risposta falsa ad alcune domande, cioè se ha mentito.
Fin qui tutto normale; ma se il soggetto anche alle domande assolutamente vere risponde con un minimo ritardo il computer non registra alcuno scarto e quindi sentenzia che anche alle domande critiche il soggetto ha risposto sinceramente, cioè non ha mentito.
Il processo penale si può basare su queste autentiche cazzate? Non sarebbe un processo ma una metafora di processo, tanto per citare un concetto caro a un amante di metafore.

Ma, al di là delle considerazioni scientifiche e giuridiche, è particolarmente emblematico che il test aIAT sia stato smascherato da alcuni blog di psicologi, come in questo e questo.

Naturalmente, ritornando all’articolo dell’Avvenire, possiamo certo gioire che la Giustizia abbia riconosciuto l’innocenza di un presunto pedofilo, ma se a quella sentenza la giustizia è pervenuta utilizzando la falsa scienza, credo ci sia poco da gioire.
E certi giornalisti, di certi giornali, dovrebbero informarsi maggioramente prima di disinformare. Se può essere complicato giungere agli articoli scientifici o alle sentenze giudiziarie, è estremamente semplice trovare in rete gli articoli dei blog; se ce l’ho fatta io …

ADESSO È DIVENUTA UNA METAFORA

Sì, in una recente intervista sul quotidiano Avvenire, il noto avvocato, ormai rimasto come l’ultimo dei giapponesi a difendere la PAS, afferma che la sindrome di alienazione genitoriale, o alienazione parentale, è una metafora. Cosa significhi questo, lo sa solo lui.

Di certo non parlava di metafora ma di grave malattia che colpiva donne (solo quelle protettive verso i figli) e bambini (solo quelli che rifiutavano il rapporto con il padre) nel libro del 1997; né parlava di metafora nelle riedizioni del medesimo del 1983, e del 2007 ma anche in altri scritti, come in questo che risale al 2015, appena cinque anni fa.

Né parlava di metafora quando ha inviato la sua squadra di disinformatori a stalkerizzare l’ICD-11; abbiamo tutti gli screenshot e sappiamo di cosa stiamo parlando.

Adesso che si trova, usando una metafora, con le spalle al muro, se ne viene fuori con la favoletta che la PAS sarebbe solo una metafora. Egregio avvocato, ma ci fa o ci sta? O crede davvero di essere l’unico essere pensante al mondo e che tutti gli altri siano degli allocchi che pendono dalle sue labbra?
Pensavo che nelle CTU psicologico-psichiatriche si dovessero utilizzare concetti scientifici, evidentemente mi sbagliavo, mi sono sempre sbagliato; pare vadano bene anche le metafore. Secondo questo illustre avvocato, pertanto, le sentenze giudiziarie basate sulla metafora della PAS sarebbero sentenze metaforiche; e pure i giudici che emettono quelle sentenze sarebbero, evidentemente, giudici metaforici.

Così come sono metaforici, evidentemente, i tanti convegni sulla metafora dell’alienazione parentale, organizzati in ogni parte d’Italia; è tutta una metafora. La stessa psicologia giuridica è una metafora, gli psicolgi giuridici sono metafore.

Insomma, con tutto il rispetto, tutta una gran presa per … metafora, metaforicamente parlando, ovviamente. Ma che vadano tutti a … quel paese, sempre metaforicamente parlando.
Tutto nasce dal vano tentativo di difendersi dalle critiche al famoso memorandum dei cento intellettuali, poi divenuti centotrentuno, in fila per centotrenta col resto di uno.
E sì, perchè ce n’è uno, per ora, che pur avendo firmato, entrambe le versioni, davanti al giudice sostiene di non essere stato lui ad avere firmato (avrà firmato a sua insaputa? ormai va di moda).
Insomma, cominciano le defezioni; staremo a vedere, chi vivrà vedrà (e in tempi di pandemia non v’è pensiero più adatto all’uopo).
E proprio a futura memoria propongo questi appunti che potrebbero tornare utili.

SMEMORANDUM

Ovvero: il memorandum degli smemorati.

È comparso di recente, sul quotidiano “Il Dubbio”, lo scritto di un avvocato dal titolo “L’affidamento e la sindrome dell’alienazione genitoriale”, sotto la rubrica Epistemologia sociale.
Parlare, ancora, di sindrome di alienazione genitoriale, ampiamente screditata a livello della comunità scentifica internazionale (quella dei DSM e dell’ICD, per intenderci) e accostarla all’epistemologia è un vero e proprio ossimoro.

Memorandum, ovvero promemoria, cioè breve e sintetico scritto per ricordare talune cose e che serve più a chi lo scrive e lo firma che a chi dovrebbe leggerlo; leggerlo poi per farne cosa, se serve solo a loro?

Ecco un vero Memorandum contro l’alienazione parentale, cioè i punti essenziali da tenere a mente.

MEMORANDUM CONTRO IL CONCETTO DI ALIENAZIONE PARENTALE
1) Il concetto di alienazione parentale, in passato PAS, è solo una strategia processuale per difendere i genitori accusati di violenza in famiglia o di abusi sessuali incestuosi, non altrimenti difendibili.
2) Gardner, l’inventore di questo concetto, pubblicò il suo articolo del 1985 su una rivista di opinioni e non su una rivista scientifica.
3) La psichiatria accademica statunitense sin dal 1985 ha bollato tale concetto come scienza spazzatura.
4) Il mondo giuridico statunitense ha più volte sottolineato che tale concetto pseudo-scientifico non va usato in Tribunale perché è una minaccia per l’integrità del sistema della giustizia penale; grazie a questo concetto vengono assolti genitori violenti o pedofili.
5) Il sostegno a tale concetto lo si comprende seguendo la pista del denaro; consente infatti agli psicologi giuridici di fare molti soldi con poco sforzo. Le CTU sono infatti già scritte, basta cambiare i nomi e sono pronte.

DI COME LA PSICOLOGIA GIURIDICA SI FA COMPLICE DEGLI ABUSI SESSUALI SUI MINORI

Primo esempio.
«Va osservato che i fatti ipotizzati come reato nella vicenda in esame riguardano eventi avvenuti quando la bambina aveva un’età compresa tra uno e due anni e sette mesi, localizzandosi quindi all’interno di una finestra temporale nella quale agisce un fenomeno denominato ‘amnesia infantile’ … Questa selettiva incapacità a ricordare eventi esperiti nella finestra temporale compresa tra 0 e 5 anni viene chiamata ‘amnesia infantile’
».

Questa dell’amnesia infantile è un’autentica bufala, presa però per oro colato dai giudici.
In primo luogo il concetto di amnesia infantile, introdotto da Freud, riguarda la difficoltà che tutti noi abbiamo da adulti a ricordare alcuni episodi della nostra infanzia, come spiego qui. Non riguarda i ricordi dei bambini.
In secondo luogo non ha senso parlare di amnesia quando i bambini affermano di ricordare eventi che risalgono ad alcuni mesi o a qualche anno prima; si potrà dire che i ricordi sono errati, non corrispondono alla realtà, ma non che il bambino che ha questi ricordi soffra di amnesia. Chi soffre di amnesia non ha alcun ricordo; e anche di fronte a questa proposizione palesemente illogica i giudici abozzano.

Il perito, nel caso surriportato, ha poi corredato la sua relazione con un grafico che è un autentico falso scientifico, come illustrato nel documento citato.

Questo portò, ovviamente, all’archiviazione del procedimento penale a carico del padre della bambina, all’affido condiviso, al rifiuto della figlia di frequentare il padre, all’accusa di PAS nei confronti della madre, alla psicoterapia obbligatoria, agli incontri protetti, ecc.

Nella valutazione della capacità di testimoniare del minore vittima di abusi sessuali il perito incaricato deve limitarsi, come prevede la legge, a valutare l’idoneità psico-fisica del minore a rendere testimonianza sui fatti di cui riferisce, senza introdurre elementi fuorvianti, a maggior ragione quando gli stessi sono privi di obiettività e validità scientifica. La valutazione dell’idoneità mentale a testimoniare (art. 196 cpp), della capacità a rendere testimonianza, ovvero di valutare “se le dichiarazioni, le confessioni, le ammissioni, le accuse di quel soggetto siano o meno espressione di un funzionamento mentale alterato da patologia psichiatrica o da un disturbo della sfera cognitiva e/o affettivo-relazionale che abbiamo negativamente interferito sulla fissazione dell’evento e incidano sulla rievocazione dello stesso” (Fornari), poggia su elementi scientifici obiettivi (colloquio clinico, valutazioni testistiche, ecc.) che qualora non rispondenti a rigorosi criteri di scientificità e obiettività possono essere confutati dalle parti.
Quella sulla credibilità o non credibilità del testimone è una valutazione soggettiva che il perito non deve fare perché sganciata da elementi scientifici obiettivi e come tale non confutabile in maniera obiettiva; viene a essere una pura e semplice petizione di principio: “ritengo che il/la testimone non sia credibile”. Su che basi un perito può esprimere un giudizio simile? Certo non su basi obiettive.

E siamo, come al solito quando entrano in campo gli psicologi giuridici, all’inversione dell’onere della prova: io dall’alto della mia scienza dichiaro che il testimone non è credibile; dimostra tu il contrario.
La credibilità, o meno, del testimone non è di pertinenza del perito, ma è di unica ed esclusiva competenza del giudice che forma il suo convincimento nel corso del dibattimento.
Il perito non deve esprimersi sul contenuto della testimonianza, e quindi della credibilità o meno del testimone, ma deve semplicemente dire se il minore ha capacità di testimoniare o se le sue dichiarazioni siano inficiate da problemi di ordine psicopatologico, quali disturbi del pensiero, dell’affettività, dell’ideazione, dell’intellignza, dell’ideazione, della volontà, ecc. L’espressione ‘credibilità psicologica’ non ha senso, è priva di senso logico poiché il credere o il non credere pertiene al mondo religioso non al mondo della psicologia.

Secondo esempio.
«La minore (omissis) non presenta quadri patologici, disturbi dello sviluppo della personalità o disarmonie tali da impedirle di poter riferire circa fatti di cui è a conoscenza. Relativamente peraltro ai fatti oggetto del presente procedimento, vi sono invece consistenti, marcate perplessità, dubbi, in ordine alla possibilità che la minore possa fornire una versione dei fatti aderente alla realtà, in ragione del considerevole ed elevato numero di elementi di interferenza, manipolazione, condizionamento ed influenzamento intervenuti».

Perplessità, dubbi sono dati soggettivi, impressioni del perito non supportate da elementi obiettivi od obiettivabili; il quesito, tra l’altro, chiedeva al perito di esprimersi solo in ordine all’idoneità psico-fisica della minore a rendere testimonianza e non altro. Ovviamente il procedimento è stato archiviato; questa ragazza, adesso maggiorenne, non ha avuto giustizia. E di queste perizie, per così dire, ‘impressionistiche’ ne ho lette molte; come nel caso seguente.

Terzo esempio.
«… pur possedendo (la minore) caratteristiche che la renderebbero capace di testimoniare su fatti autobiografici occorsi dopo l’età della prima infanzia, le dichiarazioni rese alla madre appaiono, sulla base delle valutazioni concernenti le caratteristiche contestuali e storiche, cariche di influenze motivazionali e suggestive che possono aver agito, esplicitamente ed implicitamente, internamente in lei, influenzando la costruzione della testimonianza. In conseguenza la credibilità clinica della testimonianza resa appare poco sostenibile, così la plausibilità della narrazione».

Quarto esempio.
«… si conclude che l’audizione fornita dalla minore (omissis) in data (omissis) presenta caratteristiche compatibili con la presenza nella minore di capacità cognitive adeguatamente sviluppate rispetto all’età cronologica e funzioni psichiche di base compatibili con la competenza a rappresentarsi correttamente la realtà e a riferirla, tuttavia si rilevano spunti di criticità e di rischio evolutivo, espressi attraverso i su indicati elementi inadeguati dal punto di vista contenutistico e formale, in relazione ad aspetti inerenti il rapporto con l’elemento paterno. Tali aspetti non consentono di poter considerare l’audizione fornita come compatibile con la possibilità da parte della minore di rendere testimonianza specifica sui fatti oggetto di causa».

Il perito e il CTU che cercano in questo modo di screditare la testimonianza dei minori che hanno subito abusi sessuali perdono la loro terzietà, sposano la causa del presunto abusante e se ne rendono complici.

L’AICPF E LE CTU

(Post lungo ma necessario)

L’AICPF è un’associazione che riunisce alcuni professionisti dell’area psy che si autodefiniscono consulenti psico-forensi; sa molto di autorefenzialità questo riunirsi in associazione per far valere la propria visione della psicologia applicata al diritto.
Non mi risulta, infatti, che in altri campi professionali (es. ingegneri, geometri, commercialisti, informatici, ecc.) esista un qualcosa di analogo; esistono, è vero, società di consulenza in questi ultimi ambiti ma di certo non si auto-promuovomo come ‘voce della verità’ nel campo delle consulenze tecniche di ufficio disposte dai giudici in alcune vicende giudiziarie.

Varie associazioni di psicologi hanno invece questa pretesa, e cioè di stabilire a priori come devono essere svolte le CTU; e questo è abbastanza inquietante poiché limita e condiziona i professionisti incaricati di svolgere le CTU medesime.
Di recente, in seguito alle polemiche sulla ben nota questione della scienza spazzatura chiamata PAS o alienazione parentale, l’AICPF si è sentita in dovere di emettere un comunicato per illustrare la propria posizione in merito. Naturalmente, di questa associazione fanno parte alcuni dei più coriacei sostenitori della scienza spazzatura detta PAS, quindi non è difficile capire dove intendano andare a parare.

Ma vediamo di analizzare questo comunicato dell’AICPF.
Esordiscono rivendicando una sorta di primogenitura circa le CTU in materia di affidamento dei figli, ma solo quando siano parallelamente in corso procedimenti penali circa maltrattamenti e abusi in famiglia; non riescono proprio a parlare serenamente né di violenza in famiglia (può esserci violenza senza che la stessa si qualifichi quale maltrattamento, ai sensi del codice penale) né di abusi sessuali incestuosi sui figli minori. Sono proprio concetti tabù per questi consulenti psico-forensi.

Ma perché costoro si autoproclamano esperti nell’affidamento dei minori solo quando ci sono, parallelamente, procedimenti penali in corso per violenza o abusi sessuali e non in tutti i casi di affidamento dei minori? La risposta è già nella domanda; questioni quali affidamento e collocamento dei minori, frequentazione con il genitore non collocatario, ecc., non sono questioni tecniche per le quali il giudice abbia bisogno della consulenza di un tecnico, ma sono questioni squisitamente giuridiche che i giudici sanno bene come risolvere. Cose già scritte e digerite.
Se però nella vicenda separativa compaiono violenza, psicologica o fisica, assistita o diretta sui figli minori, abusi sessuali incestuosi, ecc., ecco che i giudici diverrebbero improvvisamente incompetenti a decidere e avrebbero bisogno dei consulenti tecnici psicologi per decidere su questioni squisitamente giuridiche. Paradossale, no?

Vi si legge ancora il richiamo alle cosiddette buone prassi e chiaramente loro si ritengono gli unici depositari della verità su codeste buone prassi.
Segue poi il richiamo alle cosiddette linee guida nazionali sull’ascolto del minore testimone e a una recente sentenza della Cassazione, la n. 9143 del 19/05/2020.

Le cosiddette linee guida nazionali sull’ascolto del minore testimone non sono affatto delle vere linee guida ma solo una serie di affermazioni apodittiche, autorefenziali e prive di validità scientifica; non viene infatti riportato nemmeno un riferimento bibliografico a sostegno di tali affermazioni, bisogna accettarle per atto di fede. Contengono i soliti sproloqui sulla memoria infantile e sulla suggestionabilità del minore, senza un minimo cenno alle ricerche scientifiche sulle memorie traumatiche precoci (qui una traduzione non ufficiale) e sulla impossibilità di indurre nel minore la falsa memoria di eventi non plausibili, come è appunto l’abuso sessuale.
Naturalmente, visto che tra i firmatari di questo documento compaiono sempre i soliti coriacei sostenitori della PAS, era ovvio che le conclusioni dovessero essere di quel tenore, miranti cioè a screditare la testimonianza del minore.

Poco chiaro è il richiamo alla sentenza della Cassazione, solo un modo, a modesto parere dello scrivente, di pararsi il posteriore: della serie, se anche la Cassazione …
Sentenza a dir poco singolare, a mio modesto parere di non giurista, poiché vi si afferma che in tema di affidamento «non si può in ogni caso prescindere dal rispetto del principio della bigenitorialità»; non mi competono tali questioni giuridiche, ma l’espressione ‘in ogni caso‘ mi pare davvero preoccupante. A tale principio non si potrebbe quindi derogare nemmeno in presenza di violenza sul minore, diretta o assistita, o di abusi sessuali?
Io, forse sbagliando, ritengo che in queste due ultime occorrenze, al principo di bigenitorialità non solo si possa ma si DEBBA derogare, nel solo ed esclusivo interesse del minore. Ma forse penso male.

Seguono poi quattro punti programmatici che si esaminano in ordine cronologico.
1) Qui sostengono che la CTU «è uno strumento per valutare tecnicamente dati la cui prova sia stata già assunta, nonché per fornire elementi di giudizio». Che significa questa frase? Se la prova è stata già assunta mi pare ovvio che non ci sia bisogno alcuno di una valutazione tecnica, né che il CTU fornisca elementi di giudizio (che spetta solo al giudice). Ma come ben sanno i CTU, e come ben sanno far finta di non sapere, la CTU in tema di affidamento dei figli viene disposta proprio per sopperire alla mancanza di prove sulla presunta manipolazione psicologica dei figli che rifiutano un genitore. Come ho ben spiegato qui.
Citano poi alcuni articoli, non si capisce di quale codice, e qui emerge tutta la loro competenza in materia, dimenticando, e forse nemmeno lo conoscono, l’art. 2697 cc.
Il genitore che reclama al giudice la lesione del diritto alla bigenitorialità del proprio figlio che lo rifiuta, addebitando il rifiuto all’altro genitore ma senza produrre le prove alla base della sua tesi, si appella poi alla CTU per ottenere questa prova. Così funziona. E il CTU, attraverso i ben noti arzigogoli della psicologia giuridica, alla fine fornisce al giudice la ‘prova’ che mancava, e cioè che il bambino è stato alienato dall’altro genitore. Difatti se la manipolazione fosse provata nel processo non ci sarebbe bisogno della CTU per certificarla.

2) Al punto 2 sostengono che «al CTU compete esprimere una valutazione sulle problematiche relazionali direttamente osservate». Ma mai, nella mia esperienza (che ha superato i cento casi), ho letto valutazioni espresse dai CTU sulle probematiche relazionali osservate, se non considerazioni generiche e inappropriate. Di fronte al rifiuto di un figlio la risposta dei CTU è stereotipata, quasi un riflesso condizionato, come accadeva per i cani di Pavlov: “se c’è rifiuto c’è alienazione”. Nessuna seria valutazione, quindi, ma solo una risposta standardizzata, copia-incollata, non ponderata come la delicatezza della situazione richiederebbe.
Una valutazione delle problematiche relazionali direttamente osservate, che voglia essere onesta, comporta la descrizione obiettiva (quel che si osserva) della relazione padre-figlio e di quella madre-figlio. O meglio, della relazione ‘genitore rifiutato-figlio che rifiuta’ e ‘genitore amato-figlio che ama questo genitore e non lo rifiuta’. Contro ogni logica i CTU sostengono che il figlio rifiuta un genitore perché ha un problema relazionale con l’altro genitore (col quale invece non ha alcun problema a relazionarsi) che si chiama alienazione parentale (cioè la scienza spazzatura che in quanto tale non è rilevable con metodologie scientifiche ma solo con illazioni autoreferenziali: l’alienazione parentale esiste perché lo sosteniamo noi). E ne sono pure convinti!!

3) Il vero intento di questo documento dell’AICPF lo si legge al punto 3, e cioè il timore di subire una denuncia o una segnalazione all’Ordine professionale quando usano nelle CTU il concetto di alienazione parentale o i suoi sinonimi. Excusatio non petita, come direbbero i nostri padri. Se sono convinto della validità scientifica della mia tesi non ho paura alcuna di una denuncia; ma se so che la mia tesi si basa su concetti privi di validità scientifica, allora sì che ho paura della denuncia.
Certo, se questi consulenti continuano a servirsi di concetti privi di validità scentifica per mettere a tacere madri e bambini che denunciano violenze o abusi sessuali stiano ben tranquilli che continueremo a denunciarli, pubblicamente e se il caso all’autorità giudiziaria e ai loro Ordini professionali.

Questo è il vero e proprio obbrobio psico-giuridico. Come scrive Rita Ferri nel suo libro “Violenza istituzionalizzata contro donne e minori – L’occultamento per autoreferenza“: «Esempi tipici della distorsione e della unilateralità della ricerca sono sia la banalizzazione e minimizzazione della violenza, sia il pervertimento dell’accusa di violenza in sintomo della PAS, per cui la vittima di violenza diviene, agli occhi del perito e poi del giudice, il colpevole. La teoria della PAS cancella la possibilità di una indagine seria su eventuali abusi anche sessuali giustificandone la presunzione pregiudizievole di falsità» (Cap. XII, pag. 318).

4) Parlano infine della questione dei cosiddetti indicatori di abuso psicologico e di scale di rilevazione di eventi traumatici. Il tutto, come al solito, per occultare violenze a abusi sessuali. Ragionamento questo che può valere nelle vicende penali, ma non pertinente nelle vicende di affidamento. Si tratta, nel civile, di decidere se rispettare o meno la volontà del bambino, anche infradodicenne, quando esprima rifiuto, paura, a volte vero e proprio terrore, nel relazionarsi con un genitore.
Sul rifiuto del minore con molta maggiore competenza, me lo si consenta, degli psicologi giuridici dell’AICPF si sono espressi di recente i giuristi del Centro Studi “Rosario Livatino” di Roma: «Accreditati studi scientifici frutto di ricerche di psicobiologia nel campo delle neuroscienze affettive insegnano che quando un bambino si sente a disagio con un genitore ed evita la frequentazione con lo stesso, nella quasi totalità dei casi lo fa perché ha paura e la paura – un’emozione primaria, istintiva, non condizionata – è in genere provocata dal comportamento violento (fisico o anche solo verbale) del genitore rifiutato, se non addirittura da abusi sessuali o atteggiamenti che mettono il minore a disagio

Che la paura sia un’emozione primaria, istintiva, non condizionata, gli psicologi giuridici del’AICPF, ma anche di altre associazioni analoghe, lo possono studiare qui; e ogni tanto studiate qualcosa di serio invece delle solite cretinate sulla PAS. Credo che quanto scritto dai giuristi del Centro Livatino metta la parola fine a ogni altra discussione e manipolazione sul tema.

Un sicuro passo in avanti per quanto riguarda le CTU in questo campo è rappresentato dal Protocollo di Napoli recepito e fatto proprio dall’Ordine degli Psicologi della Regione Campania, Ente di Diritto Pubblico che persegue un interesse pubblico, organismo sicuramente più autorevole di un’associazione di professionisti che persegue, ovviamente, l’interesse privato dei professionisti che la compongono (corsi di formazione, master, ecc.).
Di recente il Protocollo di Napoli è stato anche recepito dalla rete dei Centri antiviolenza D.i.Re, che lo ritiene uno “strumento imprescindibile per la formazione degli psicologi“.

MATRIFOBIA

Il termine matrifobia non è proprio di conio recente; una ricerca sul web mostra che è già stato utilizzato con differenti accezioni.
Dalle mie ricerche, l’uso più remoto risale al 2006 nell’accezione di allergia al matrimonio. Ma in questo senso forse sarebbe più corretto il termine ‘matrimoniofobia’
L’ho poi ritrovato in un tweet del 2011, del sito in lingua spagnola “bioeticaweb”; purtroppo il link cui rimanda è muto, quindi non sappiamo in che accezione sia stato utilizzato.
Il termine compare anche in un libro dello scrittore peruviano Marco Aurelio De Negri dal titolo “Polimatía – Saber que abarca diversos conocimientos“, pubblicato nel 2014.


Infine, il termine matrifobia è stato usato, più recentemente, da Marina Terragni nel libro “Gli uomini ci rubano tutto“, pubblicato nel 2018. In questo libro il termine matrifobia sembra essere utilizzato sia per indicare una sorta di timore per la maternità (forse sarebbe stato più indicato, in questa accezione, il termine maternofobia) sia per indicare l’odio verso la donna-madre.

Ritengo di proporre il termine ‘matrifobia‘ per indicare l’atteggiamento di singoli e gruppi, anche istituzionali, di odio verso la donna-madre, che si aggiunge alla sempre più dilagante misoginia.
Odio verso le madri, discriminazione psico-sociale, ma anche giudiziaria, che vede le madri sempre più discriminate nelle vicende del diritto di famiglia, additate come malevoli, manipolatrici, alienanti, ritenute pre-giudizialmente incapaci sul piano genitoriale pure quando la realtà, e cioè la crescita e lo sviluppo armonico dei figli, dimostra esattamente il contrario.

Una latinista interpellata per un parere ci ha fornito la seguente risposta: «Trattandosi di un neologismo, le alternative sono tante e tutte meritevoli di attenzione, ma l’opzione matrifobia (o madrifobia) sembra la più promettente in termini di ricezione e sopravvivenza. In merito all’ipotesi di un neologismo alternativo, di derivazione greca, volto a esprimere un sentimento di odio più rimarcato, sul modello di forme cristallizzate come “misantropia” e “misoginia” (“misomatria”? “misometria”?, termini meno immediati) sarebbe interessante formulare il quesito all’Accademia della Crusca».

È in atto un attacco alla donna in quanto madre; ovvero datrice/donatrice di vita. E c’è molto in questa matrifobia – odio contro le madri – del rapporto non risolto con la propria madre, reale o fantasmatica; sia da parte di uomini sia da parte di donne. E più di recente, e questa è la novità, l’odio contro la donna madre vede aggregarsi i più feroci misogini con il variegato mondo dei confusi sul proprio genere, anche esponenti del mondo LGBT, pro-GPA, pro-prostituzione, ecc.; espressione di un vero e proprio istinto di morte. Può l’umanità sopravvivere se si sopprimono, sia pure figuratamente, le madri?

E non è un luogo comune il richiamo all’eros/thanatos di Freud. Cioè la pulsione di morte che cerca di sopraffare la pulsione di vita.

… Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri dovunque avvivi della tua presenza …” (Lucrezio).

Questo viene invidiato alla donna madre.
E se si parla di invidia non si può non chiamare in causa Melanie Klein, psicanalista austriaca allieva di Sándor Ferenczi e di Karl Abraham che con maggiore competenza di Freud ha esplorato le primissime fasi dello sviluppo infantile e descritto il potere distruttivo dell’invidia irrisolta. La Klein collega questa pulsione alla posizione schizo-paranoide del bambino. Nel suo testo “Invidia e gratitudine” la Klein scrive: “L’invidia è un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode … l’invidioso soffre della gioia altrui e si sente a suo agio soltanto vedendo gli altri soffrire“.


Secondo Hanna Segal, psicanalista inglese di origine polacca, allieva della Klein, l’invidia “può essere considerata come la più precoce esternalizzazione diretta dell’istinto di morte“.

Praticamente, la società occidentale sta regredendo alla posizione schizo-paranoide del bambino nei suoi primi mesi di vita. E l’istinto di morte sta prevalendo sull’istinto di vita.

Il concetto di “matrifobia” non può poi prescindere dal suo aspetto politico. Si insinua nelle maglie della rete giuridica, laddove viene utilizzato dalle istituzioni come strumento di tortura psicologica da infliggere alle madri, perché fuori dai tribunali le lobbies politiche chiedono questo: delegittimare la Madre, toglierle potere, per favorire gli interessi dei più forti.

Dell’odio verso le madri non ne parla nessuno in Italia, tanto meno il ddl Zan di prossima discussione parlamentare. Dal testo del suddetto si evince come unica preoccupazione quella di difendere principalmente i diritti dei trans, pur violando la libertà delle donne di autodefinirsi tali, impedendo loro di differenziarsi per identità biologica, emotiva e culturale sia dagli uomini sia dai transgender senza per questo venir tacciate di transfobia. Le donne, e le madri in particolare, sono il bersaglio principale dell’odio misogino da parte della comunità transgender, sostenitrice da sempre della maternità surrogata.

Per citare Martin Luther King: “La tua libertà finisce dove inizia quella degli altri“.

Con la collaborazione di Anna Consoli

IL MINESTRONE DEL MINISTERO

La risposta del Ministro della salute all’interpellanza sull’alienazione parentale (n. 4-02405) è un autentico minestrone di concetti privi di validità scientifica; naturalmente ciò non è imputabile al Ministro ma a chi è stato da lui delegato a redarre il suddetto parere.
Con questo post intendo dimostrare come è stato composto questo minestrone, facendo il copia-incolla di articoli reperiti sul web, senza un minimo di senso critico; ma soprattutto dimostrando la totale ignoranza della questione ‘alienazione parentale’ di chi ha scritto quel parere .
Vi si legge infatti:

Da dove è stato scopiazzato?
Dai seguenti articoli:

Questo pezzo è tratto da un articolo di sostenitori della PAS, del 2014, che riprendeva il falso comunicato stampa della SINPIA, ampiamente criticato, sparito dal web e dal sito della SINPIA perché vergognoso, e ormai reperibile solo su alcuni siti di associazioni di padri separati. Naturalmente conteneva un mucchio di sciocchezze, come è nello stile dei sostenitore della PAS, perché l’Asse V del DSM-IV non parla affatto né di problemi relazionali né tanto meno di alienazione parentale; secondo la classificazione multiassiale prevista dal DSM-IV, in Asse V si riporta un punteggio ricavato dalla Scala Globale del Funzionamento, come nell’immagine che segue.

Il secondo articolo copia-incollato è il seguente:

Questa la traduzione:
«Sulla base delle ricerche effettuate, si può affermare che l’alienazione di genitore non corrisponde a una “sindrome” o a uno specifico “disturbo” psichico individuale. Può essere meglio definita come un modello di famiglia disfunzionale relazionale determinato dal genitore escludente o “alienante”, dal genitore escluso o “alienato” e dal bambino, ciascun membro di questa triade con il suo proprio contributo di responsabilità.»
Va precisato che la ricerca effettuata dagli autori di questo articolo è consistita nel cercare su motori di ricerca alcuni articoli che parlano di alienazione parentale e su di essi, circa 28 articoli trovati, hanno basato il proprio articolo; non hanno svolto una ricerca empirica sul campo ma solo una ricerca virtuale. Se questa è scienza!!

Sempre da questo articolo è stata copia-incollata una definizione di problema relazionale che è inesistente nel DSM-5.

Fedelmente riportata nella risposta del Ministro.

Naturalmente questa definizione non esiste nel DSM-5, non è riportata in nessuna pagina del manuale. Ecco come il DSM-5 definisce i Problemi relazionali.

Nella versione italiana:

Ora, senza presunzione alcuna, credo che il Ministro debba subito avviare un’indagine interna, individuare il responsabile di questo minestrone e mandarlo a casa.