DEL COME LA PSICOLOGIA GIURIDICA HA STRAVOLTO LA PSICOLOGIA

E ha stravolto anche la mente degli psicologi giuridici.

Mi sono imbattuto di recente nelle slide di una lezione tenuta da uno psicologo giuridico, uno dei firmatari delle varie carte della psicologia giuridica; quindi uno dei più eminenti. Titolo della lezione: “Lo stato dell’arte della CTU nelle separazioni giudiziali”.
In alcune di queste slide si fa cenno al conflitto di lealtà, un concetto ampiamente usato nelle CTU, anche se non c’entra nulla con l’oggetto della CTU.
Le riporto di seguito.

L’espressione “conflitto di lealtà” è stata coniata dalla teoria sistemico-relazionale della psichiatria negli anni ’50-’60 del 1900 per descrivere le modalità di funzionamento di alcune famiglie non separate, nelle quali c’era un componente, di solito un figlio, adulto, affetto da schizofrenia.

Ripeto, famiglie non separate e con un figlio adulto affetto da schizofrenia.
Le dinamiche disfunzionali descritte in queste famiglie (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà, comunicazione paradossale, ecc) hanno la funzione di tenere unita la famiglia, di non farla giungere alla separazione. Si tratta, infatti, di dinamiche omeostatiche, utilizzate dalla famiglia per mantenere lo status quo, la famiglia unita anche se disfunzionale.
Ho già criticato questo uso anomalo del concetto di conflitto di lealtà, ma a ogni buon conto mi ripeto.

Il conflitto di lealtà descrive la situazione in cui viene a trovarsi il figlio intrappolato nel cosiddetto ‘triangolo perverso‘; quella cioè di mantenere cioè la lealtà verso entrambi i genitori.
Le famiglie con un figlio schizofrenico sono caratterizzate, dal punto di vista sistemico-relazionale, dall’apparente assenza di qualsiasi conflitto; il conflitto invece esiste ed è massiccio ma allo stesso tempo occulto, sommerso, negato dalla facciata di apparente accordo tra i genitori.
Proprio per questo si parla di triangolo perverso: la conflittualità tra i genitori è occulta, non manifesta, ma c’é; e all’interno di questo contesto di conflittualità inespressa ciascun genitore cerca l’alleanza del figlio (triangolazione). Tale ricerca di alleanza non è mai esplicitata ma sempre inespressa; nessuno dei due, cioè, chiede esplicitamente al figlio di allearsi con lui ma a un diverso livello comunicativo (extra-verbale, comunicazione paradossale, impliciti sottintesi, ecc) ciascuno chiede l’alleanza del figlio. Questo manda in confusione il figlio, sino a farlo ammalare di schizofrenia.

Se il conflitto tra i genitori da occulto diviene palese, manifesto, il conflitto stesso esplode, la famiglia va incontro alla separazione e le dinamiche disfunzionali descritte (doppio legame, triangolo perverso, conflitto di lealtà) svaniscono e cessano di esercitare effetti psichici deleteri sui figli, proteggendoli così dalla comparsa di disturbi mentali, tra cui la schizofrenia (ma anche anoressia mentale).

Nulla di tutto questo si ritrova nella definizione che gli psicologi giuridici danno di conflitto di lealtà; non solo, ma descrivono, con quella definizione, un qualcosa che proprio non esiste. Tra l’altro, nelle slide citate lo psicologo giuridico dando una sua definizione solipsistica fa riferimento al mondo interno del bambino, ignorando, evidentemente, l’assunto di base della teoria sistemico-relazionale cioè il concetto di ‘scatola nera’; vale a dire, nessuna inferenza sul mondo intrapsichico (la parte non osservabile della mente) ma solo l’esame dei processi osservabili, gli output, i comportamenti.

Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore non vive alcun conflitto di lealtà; conflitto significa, infatti, venirsi a trovare combattuto tra due bisogni, due istanze contrastanti. Il bambino che rifiuta un genitore non vive affatto un conflitto, tanto meno di lealtà, perché tra i due genitori che si sono separati ne ha scelto uno col quale convivere e non sente bisogno alcuno di mostrare lealtà verso il genitore rifiutato.

Purtroppo, nei corsi di formazione per gli psicologi giuridici insegnano esattamente il contrario di ciò che ha dimostrato la ricerca psicologica e questo spiega gli errori che vengono commessi nelle CTU e i danni che gli psicologi giuridici arrecano a madri e bambini che subiscono violenza, quando non addirittura abusi sessuali incestuosi.

Può mai un bambino provare lealtà verso il genitore violento o abusante? Chiaramente no, e se non ha il bisogno di provare lealtà verso il genitore rifiutato non vive alcun conflitto di lealtà.

Chi obbliga questi bambini a vivere un conflitto di lealtà sono proprio gli psicologi giuridici, quando impongono loro di ‘amare’ il genitore odiato. Si tratta infatti di una prescrizione paradossale: “devi voler bene“; ma il volere, o non voler bene sono fatti spontanei, non possono essere esercitati a comando. Pertanto, è possibile voler bene a una persona alla quale non se ne vuole solo non obbedendo alla prescrizione di volerle bene, quella cioè di avere un comportamento spontaneo a comando.

È il classico paradosso del ‘sii spontaneo‘: se sono spontaneo perché mi è stato ordinato di essere spontaneo, non sono più spontaneo; posso essere spontaneo solo non essendo spontaneo, disobbedendo quindi alla prescrizione. Psicologi che danno tali prescrizioni dovrebbero essere banditi dalla professione.

Riepilogando:
1) Per conflitto di lealtà s’intende la condizione in cui viene a trovarsi il bambino in una famiglia disfunzionale, conflittuale ma che nega il conflitto, che riceve dai genitori messaggi contrastanti, di non alleanza a livello esplicito ma di alleanza a livello implicito.
2) Quando il conflitto esplode, si rende manifesto, la famiglia disfunzionale giunge alla separazione, il conflitto di lealtà cessa di esistere e di produrre i suoi effetti deleteri sulla psiche del bambino.
3) Il bambino che rifiuta la relazione con un genitore, per motivi attinenti, di solito, a violenza in famiglia o abusi sessuali incestuosi, non vive alcun conflitto di lealtà perchè non viene più a trovarsi combattuto tra due bisogni contrastanti. Il suo bisogno è unicamente quello di vivere serenamente la sua infanzia e la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza che gli vengono rovinate proprio dagli psicologi giuridici e da una giustizia ormai incapace di fare giustizia. In questi processi infatti vengono assunte decisioni giudiziarie non sulla base dei fatti, delle prove, ma sulla base della interpretazione dei fatti così come rappresentati nelle CTU; e sulla base di quelli che i CTU ritengono che siano i bisogni dei bambini (la famigerata bigenitorialità). E lo ritengono non in base ai dati di realtà e alle reali dinamiche psicologiche osservate ma sulla base di quello che è stato loro insegnato/indottrinato nei corsi di formazione in psicologia giuridica. Il pregiudizio, cioè, che le madri sono vendicative (alienanti, malevoli, assorbenti, ecc) e i bambini non sono credibili in quanto alienati, colonizzati dai voleri degli adulti, influenzati (qualcuno ha parlato addirittura di onde dalle madri ai figli), ecc.
Non posso credere che uno psicologo non sappia riconoscere un narcisista manipolatore. Eppure nelle CTU si industriano per non riconoscerlo, per dargli la patente di brava persona, vessata dall’ex-partner vendicativo che ha manipolato i figli facendo loro credere che c’è stata violenza o abusi sessuali. Come se bambini e ragazzi non sappiano riconoscere da sé la violenza e gli abusi sessuali.
Fino a quando andrà avanti questo scempio?

SCHIZOFRENIA – III

Abbiamo visto nel post precedente come le critiche ai concetti di demenza precoce e schizofrenia siano state portate da illustri studiosi sin dalla nascita di essi. Vediamo di approfondire.

 La prima questione è quella di stabilire se sia legittima sul piano scientifico l’unificazione sotto un’unica ‘malattia’ di condizioni comportamentali descritte separatamente.

 Collochiamoci mentalmente in quell’epoca. Siamo nella seconda metà del 1800, i medici che lavorano negli ospedali psichiatrici assistono i soggetti che vi sono rinchiusi cercando di alleviare le loro sofferenze e ricorrendo a metodi terapeutici non proprio ortodossi ma comunque confacenti a quelle che erano le concezioni mediche correnti.

 Alcuni di questi medici provavano a dare un nome alle alterazioni comportamentali che osservavano, di solito utilizzando una terminologia derivata dal latino classico, con una certa analogia con le scienze naturali che già dal 1700 avevano denominato e classificato molti fenomeni naturali.

 Tentativi di classificazione delle alterazioni comportamentali erano stati fatti già nel 1700 da alcuni naturalisti, ma senza molta fortuna; sul modello delle scienze naturali venne applicata alle malattie la medesima tassonomia di classe-ordine-genere.

 Nella classificazione di Boissier de Sauvage, il più grande medico del 1700, soprannominato l’Ippocrate del 1700, direttore della facoltà medica della prestigiosa università di Montpellier, i disturbi mentali erano riuniti nella classe VIII che comprendeva 4 ordini e 23 generi di malattia.

 Anche Linneo propose una sua classificazione dei disturbi mentali, raggruppati nella classe V, suddivisa in tre ordini: disturbi ideali (della sfera intellettiva), disturbi immaginari (dell’attività sensoriale) e disturbi patetici (della vita emotiva).

 Nel 1800 alcuni medici cominciarono a dare un nome alla alterazioni comportamentali che osservano negli ospedali psichiatrici. Nel 1863 Kahlbaum descrisse la vesania tipica (prevalenza di convinzioni deliranti), nel 1871 Hecker descrisse l’hebefrenia (malattia della mente giovane: Ebe è la dea greca simbolo della giovinezza) e nel 1874 ancora Kahlbaum descrisse una terza malattia che chiamò catatonia (prevalenza di disturbi del comportamento motorio). La questione di analizzare se tali entità abbiano le caratteristiche delle malattie sarà affrontata nel prossimo post.

 L’operazione compiuta da Kraepelin è stata quella di unificare queste tre ‘malattie’ in una nuova entità che lui ha chiamato dementia praecox, o demenza precoce. Qual è stato il criterio unificante identificato da Kraepelin? La comune evoluzione, a suo giudizio, in una sorta di demenza che si manifestava in una età precoce rispetto a quella dei soggetti anziani.

 Di fronte alle critiche alla sua teoria Kraepelin fu costretto ad ammettere che il cosiddetto esito in demenza di queste tre condizioni non solo non era obbligatorio (non tutte evolvevano in demenza) me che addirittura non era nemmeno il più frequente (la maggioranza di queste condizioni non evolveva mai in demenza, come aveva già dimostrato il Prof. Parant nella sua relazione al congresso del 1904 – ved. post precedente).

 Ma ormai questa teoria unificante aveva preso piede, era comoda per gli psichiatri dell’epoca e nonostante le evidenze contrarie venne mantenuta e rafforzata; un po’ come la teoria eliocentrica che venne mantenuta per duemila anni, fino a Copernico che la smentì.

 Dopo qualche anno giunse Bleuler, con la parola schizofrenia che ha affascinato letteralmente generazioni di psichiatri, e così ci ritroviamo ancora con questo totem anacronistico.

 Un autentico gioco di prestigio, quello compiuto da Bleuler; sostanzialmente egli riconobbe che il criterio di Kraepelin dell’evoluzione in demenza non reggeva alle critiche e pensò di mantenere l’unitarietà di quelle condizioni utilizzando come criterio unificante non più l’evoluzione in demenza ma la dissociazione delle funzioni psichiche tra loro.

 Logica vuole che se io costruisco un insieme (demenza precoce) in base a un criterio unificante che poi si rivela infondato non posso mantenere in piedi lo stesso insieme solo cambiandogli nome (schizofrenia) e dicendo che adesso il criterio unificante non è più quello di prima ma un altro di mia invenzione.

Nella prima metà del 1900 uno dei più grandi psichiatri in assoluto della storia della psichiatria, Jaspers affermò categoricamente che “un esito uguale non è una prova per l’identità delle malattie”. Jaspers ci dà una grande lezione di clinica affermando che se due o più malattie hanno un esito uguale questo non significa che siano malattie uguali.

Da questa affermazione di Jaspers viene l’esempio che ho fatto nel mio articolo: molte malattie del fegato (epatiti virali, epatopatia alcolica, epatopatia biliare, ecc.) hanno in comune l’esito in cirrosi epatica. Ma la medicina non unifica queste malattie in base al comune esito, non le cura nello stesso modo, non le considera originate dalla stessa causa.

 A mio modesto parere continuando a parlare di schizofrenia siamo davvero fuori dalla metodologia clinica, dalla medicina delle evidenze scientifiche.

Per citare autori recenti, il grado di attendibilità della psichiatria quando formula la diagnosi di schizofrenia è lo stesso dell’astrologia che in raggruppamento di 3-4 stelle ci vede una costellazione.

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

 Japspers K: Psicopatologia generale. Il Pensiero Scientifico Editore, 2000.

 Poland J: Bias and Schizophrenia, in Caplan: Bias in psychiatric diagnosis, Jason Aronson 2004.

SCHIZOFRENIA – II

BleulerLa parola schizofrenia, pur costruita con due termini derivati dal greco antico, ‘schizo’ che significa diviso, scisso, e ‘frenia’ che significa mente, anima, è in realtà un termine molto più recente; la sua nascita risale al 1911 e si deve a uno psichiatra svizzero, Eugene Bleuler.

Il Dr Beluler, direttore di una clinica psichiatrica universitaria a Zurigo, in realtà non ha scoperto proprio nulla, si è solo limitato a cambiare nome a una ‘malattia’ identificata da uno psichiatra tedesco, Emile Kraepelin, docente di psichiatria all’Università di Heidelberg e poi a Monaco di Baviera, e da lui chiamata demenza precoce.

Ma anche l’illustre Kraepelin non è che abbia quei grandi meriti che la psichiatria gli riconosce; si è limitato a unificare, a suo giudizio, delle condizioni cliniche e comportamentali già descritte da altri medici prima di lui.

Si aprono quindi due importanti questioni:

a) da un lato quella di valutare la legittimità, sul piano scientifico, di unificare delle condizioni che altri hanno descritto singolarmente;

b) dall’altro quella di valutare se tali condizioni avessero a loro volta caratteristiche di malattia.

Di fatto c’è che sia la diagnosi di schizofrenia (Bleuler) sia quella di demenza precoce (Kraepelin) incontrarono all’epoca, siamo tra la seconda metà del 1800 e i primi anni del 1900, delle critiche di non poco conto.

Una prima critica è quella del Dr Victor Parant, Direttore della Maison de Santé di Tolosa. Nell’agosto del 1904 al Congrés des aliénistes et neurologistes il Dr Parant nella sua relazione cita una casistica degli ultimi dieci anni del suo lavoro affermando che la denominazione di demenza precoce poteva applicarsi al 4-25% dei casi e non alla totalità del campione studiato.

Egli scrive:

 On veut donner ce nom à une sorte d’entité englobant des états très diverses et dont le disparate est si grand que, sans la perte des facultés mentales, on ne voi pas quels rapports ils ont les uns avec les autres, e sur ce point la faiblesse de la doctrine est vraiment extrème.

E cioè:

 Si vuol dare questo nome a una sorta di entità inglobante stati molto diversi e nei quali la disparità è così grande che, senza la perdita delle facoltà mentali, non si vede quali rapporti abbiano gli uni con gli altri, e su questo punto la debolezza dottrinale è davvero estrema.

Aggiungendo alla fine della sua relazione:

 Les conception récentes, présentées sous le nom de démence précoce, son purement artificielles, elles ne reposent que sur des affirmations sans preuves qui ne justifient ni le séméiologie ni l’anatomie pathologique.

Ovvero:

Le concezioni recenti, presentate sotto il nome di demenza precoce, sono puramente artificiali, esse non poggiano che su affermazioni senza prove che non sono giustificate né dalla semeiologia né dall’anatomia patologica.

Anche successivamente sono state espresse critiche verso questo concetto che due psichiatri di una clinica di Ginevra, il Dr De Morcier e il Dr Morel, hanno definito come ‘malattia fittizia’.

Ma nonostante queste critiche il concetto di schizofrenia come malattia portante della psichiatria si è imposto e domina tuttora il panorama psichiatrico.

 

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

 Parant V (1904), Revue critique d’une prétendue entité morbide dite Démence Précoce, Ann Med-Psych, n° 1, 1905, pagg 229-241, Masson, Paris.(http://www2.biusante.parisdescartes.fr/livanc/?cote=90152x1905x01&p=229&do=page)

 De Morsier G, Morel F (1929), Critique de la notion de Schizohrénie, Ann Med-Psych, n° 2, pagg 406-415. Masson, Paris. (http://www2.biusante.parisdescartes.fr/livanc/?cote=90152x1929x02&do=pdf)

 

 

SCHIZOFRENIA – I

cheers_to_schizofreniaScrivono Rossi Monti e Stanghellini, a proposito della schizofrenia:

Questa creatura, forse una vera e propria chimera mitologica, con la quale la psichiatria del XX secolo ha dovuto e continua a fare i conti, si è in seguito rivelata il frutto di un parto quantomeno distocico e di un maternage perverso che ebbero luogo nella gelida penombra del claustrum manicomiale”.

 Mario Rossi Monti è Ordinario di Psicologia clinica all’Università di Urbino; Giovanni Stanghellini è docente di Psicologia dinamica all’Università di Chieti.

 Timothy Crow, una delle massime autorità a livello mondiale nella ricerca sui disturbi mentali, Docente all’Università di Oxford, scrive:

 Eliminando [il concetto di schizofrenia] sembra che la struttura portante della psichiatria, come disciplina, corra il rischio di andare in frantumi. E tuttavia l’edificio è costruito sulla sabbia. Oscilla e vibra al vento e, con ogni crepa nella struttura c’è una corsa per puntellarlo, per paura di ciò che potrebbe succedere senza. La prospettiva della psichiatria senza il concetto di schizofrenia è orrenda solo a pensarla.

 Ho riportato solo due delle critiche al concetto di schizofrenia, provenienti da psichiatri impegnati in primo piano nella ricerca in salute mentale; la recente quinta edizione del DSM invece riprende il concetto di schizofrenia così come formulato originariamente ai primi del 1900, non tenendo conto delle critiche attuali. Si osserva anzi una regressione, a mio parere, poiché scompare la distinzione nei sottotipi (paranoide, disorganizzato, catatonico, indifferenziato e residuo) e viene tutto riportato all’univoco concetto di schizofrenia che tutto comprende (e occulta).

 Vediamo quindi di analizzare questo concetto fin dalla sua nascita per valutare se questa entità clinica, costruita sostanzialmente a tavolino, avesse sin dalle sue origini, caratteristiche di entità morbosa, di malattia.

 

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Rossi Monti M, Stanghellini G, Psicopatologia della Schizofrenia. Prospettive metodologiche e cliniche. Raffaello Cortina Editore Milano,1999.

Crow TJ: La schizofrenia come entità di malattia deve sopravvivere nel terzo millennio?, in Schizofrenia, a cura di Maj M, Sartorius N. WPA Series Evidence and Experience in psychiatry, Ed ital. CIC Edizioni internazionali, 2001.

 

CREDITS

L’immagine è a questo indirizzo:
http://julijajan.deviantart.com/art/Cheers-to-schizofrenia-301246612