LE CARTE TRUCCATE DELLA PSICOLOGIA GIURIDICA-I

Circolano in rete innumerevoli carte, protocolli e linee guida messi a punto dagli psicologi giuridici.
Che valore normativo hanno queste carte? Pari a zero.
Che valore scientifico hanno queste carte? Meno di zero. Tranne in qualche caso, non riportano alcuna bibliografia che supporti le affermazioni ivi contenute; le stesse sono solo pareri personali di chi le ha scritte. Si basano ancora sul medievale principo di autorità; ne ho parlato qui.

Ma c’è di più.
La psicologia giuridica italiana vede tra i suoi membri alcuni avvocati e alcuni psicologi-psichiatri-neuropsichiatri infantili in qualità di consulenti.
Gli avvocati che ne fanno parte si ritrovano molto spesso a difendere presunti pedofili, in casi di presunti abusi sessuali sia singoli sia collettivi. Compito dell’avvocato è, ovviamente, quello di difendere al meglio il suo cliente; avvocati che assumono la difesa di presunti pedofili debbono, ovviamente, industriarsi al meglio delle loro capacità per tirare fuori dai guai il proprio cliente. E fin qui non ci piove.
Le cose cominciano a essere meno logiche quando questi avvocati, e i loro consulenti, spacciano per protocolli o carte o linee guida a tutela dei minori quelle che sono, necessariamente, carte, protocolli, linee guida per difendere al meglio i propri clienti; che sono, non va dimenticato, presunti pedofili e, più di recente, presunti violenti o maltrattanti in famiglia.
Si tratta di manipolazione pura e semplice.

Ma c’è ancora di più.
In molte di queste carte vengono espresse opinioni che oltre a non essere supportate da riferimenti bibliografici precisi e puntuali, contengono concetti non corrispondenti ai documenti ufficiali, cui pure fanno riferimento, o totalmente privi di validità scientifica.
Prendiamo l’esempio della cosiddetta Carta di Civitanova Marche; si tratta di un documento che risale al 2012, firmato da una quindicina tra avvocati e consulenti.
A un certo punto si legge:

Nel richiamato art. 9 della Convenzione di New York si legge invece:

Quello che per le convenzioni internazionali è un diritto del fanciullo (“non essere separato dai suoi genitori“) per gli psicologi giuridici e i loro consulenti che hanno firmato la Carta di Civitanova diviene un diritto degli adulti (“diritto di ciascun genitore di non essere separato“).
È questa l’interpretazione che loro danno della legge 54/2006 ed è questo che sostengono nelle CTU e che porta ai disastri che vediamo (bambini allontanati dalle madri protettive e affidati ai padri violenti o abusanti). Perché gli psicologi giuridici e i loro consulenti tutelano i diritti degli adulti e se ne infischiano dei diritti dei bambini; lo hanno scritto chiaramente pervertendo una convenzione internazionale.

Agli psicologi giuridici piace vincere facile; ma per vincere facile bisogna truccare le carte. Ed è quello che loro fanno con estrema disinvoltura.

SEGUE

IL MINESTRONE DEL MINISTERO

La risposta del Ministro della salute all’interpellanza sull’alienazione parentale (n. 4-02405) è un autentico minestrone di concetti privi di validità scientifica; naturalmente ciò non è imputabile al Ministro ma a chi è stato da lui delegato a redarre il suddetto parere.
Con questo post intendo dimostrare come è stato composto questo minestrone, facendo il copia-incolla di articoli reperiti sul web, senza un minimo di senso critico; ma soprattutto dimostrando la totale ignoranza della questione ‘alienazione parentale’ di chi ha scritto quel parere .
Vi si legge infatti:

Da dove è stato scopiazzato?
Dai seguenti articoli:

Questo pezzo è tratto da un articolo di sostenitori della PAS, del 2014, che riprendeva il falso comunicato stampa della SINPIA, ampiamente criticato, sparito dal web e dal sito della SINPIA perché vergognoso, e ormai reperibile solo su alcuni siti di associazioni di padri separati. Naturalmente conteneva un mucchio di sciocchezze, come è nello stile dei sostenitore della PAS, perché l’Asse V del DSM-IV non parla affatto né di problemi relazionali né tanto meno di alienazione parentale; secondo la classificazione multiassiale prevista dal DSM-IV, in Asse V si riporta un punteggio ricavato dalla Scala Globale del Funzionamento, come nell’immagine che segue.

Il secondo articolo copia-incollato è il seguente:

Questa la traduzione:
«Sulla base delle ricerche effettuate, si può affermare che l’alienazione di genitore non corrisponde a una “sindrome” o a uno specifico “disturbo” psichico individuale. Può essere meglio definita come un modello di famiglia disfunzionale relazionale determinato dal genitore escludente o “alienante”, dal genitore escluso o “alienato” e dal bambino, ciascun membro di questa triade con il suo proprio contributo di responsabilità.»
Va precisato che la ricerca effettuata dagli autori di questo articolo è consistita nel cercare su motori di ricerca alcuni articoli che parlano di alienazione parentale e su di essi, circa 28 articoli trovati, hanno basato il proprio articolo; non hanno svolto una ricerca empirica sul campo ma solo una ricerca virtuale. Se questa è scienza!!

Sempre da questo articolo è stata copia-incollata una definizione di problema relazionale che è inesistente nel DSM-5.

Fedelmente riportata nella risposta del Ministro.

Naturalmente questa definizione non esiste nel DSM-5, non è riportata in nessuna pagina del manuale. Ecco come il DSM-5 definisce i Problemi relazionali.

Nella versione italiana:

Ora, senza presunzione alcuna, credo che il Ministro debba subito avviare un’indagine interna, individuare il responsabile di questo minestrone e mandarlo a casa.

DI CTU E AFFINI

È divenuta ormai prassi consueta nei tribunali quella di disporre una CTU (Consulenza Tecnica di Ufficio) nelle separazioni coniugali.
Tale CTU viene disposta in tutte le separazioni coniugali?
No, non in tutte le separazioni coniugali, nemmeno in quelle ‘conflittuali’, ma solo in quelle in cui c’è il rifiuto del figlio, o dei figli, di relazionarsi con, o frequentare, un genitore (di solito il padre).
Viene incaricato di svolgere la CTU un professionista (psicologo, psichiatra o neuropsichiatra infantile) di solito facente parte della cosiddetta psicologia giuridica.
E qui vanno chiarite alcune cose prima di procedere.

Cosa è una CTU?
È un accertamento tecnico previsto da particolari norme di legge (non che voglia fare l’avvocato dilettante, come taluni, ma svolgendo le consulenze tecniche sono tenuto a conoscere la normativa di riferimento).
Art. 61 codice di procedura civile: «Quando è necessario, il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica».
Nelle note al suddetto articolo viene precisato che il compito del CTU è «quello di dare una valutazione puramente tecnica dei fatti della causa, di cui non può essere investito lo stesso organo giudicante», e che «la CTU ha solo la finalità di fornire al giudice una valutazione tecnica degli elementi acquisiti, fornendo una possibile soluzione a questioni che necessitano di specifiche conoscenze. Di conseguenza, si esclude che la consulenza tecnica possa essere sostitutiva dell’onere probatorio che incombe sulle parti».

In quest’ultima disposizione viene richiamato l’art. 2697 del codice civile.
Art. 2697 codice civile: «Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento».
Se ne deduce che la CTU non può essere richiesta da una delle parti del processo per ottenere la prova della sua tesi; ma in queste vicende accade che la CTU venga richiesta per provare ciò che chi accusa non è in grado di provare.

Chiaramente, parlando di valutazione tecnica si dà per scontato che tale valutazione debba basarsi sulle conoscenze scientifiche accreditate dalla letteratura specialistica del settore (nello specifico la trattatistica psicologica e psichiatrica corrente, le classificazioni ufficiali delle malattie, ecc) e non utilizzando concetti che di scientifico non hanno proprio nulla, inesistenti sia nella trattatistica del settore sia nelle classificazioni delle malattie (che poi di recente il Ministro della salute sia stato mal consigliato nella sua risposta a un’interpellanza parlamentare rileva poco, visto che certe sciocchezze sostenute da qualche psicologo giuridico – pro domo sua e del proprio conto in banca – restano comunque fuori dalla scienza ufficiale).

Cosa è la psicologia giuridica?
Non è una particolare specializzazione della psicologia ma una modalità di applicare al, e utilizzare nel, processo nozioni della psicologia, e della psichiatria.
Da chi è stata fondata la psicologia giuridica?
La psicologia giuridica è stata fondata da alcuni avvocati con formazione psicologica, particolarmente esperti nella difesa di soggetti accusati di pedofilia, individuale o collettiva, e di genitori accusati di violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli minori. In questi ultimi casi la strategia difensiva consiste nel sostenere che tali accuse siano false, indotte dal desiderio di vendetta dell’altro genitore il quale giungerebbe a convincere il figlio ad allearsi con lui e sostenere la presunta falsa accusa. Una strategia difensiva di questo tipo necessita di prove altrimenti è perdente; e qui entrano in ballo i consulenti tecnici che hanno il compito di rafforzare questa strategia difensiva con concetti psicologici che dimostrino la manipolazione psicologica dei figli minori da parte del genitore che formula le accuse di violenza o abusi sessuali.

Che cosa c’entra tutto questo con il rifiuto del minore di frequentare un genitore (di solito il padre) dopo la separazione?
Il genitore rifiutato dal, o dai figli, e per lui il suo avvocato, sostiene, per far valere il suo diritto alla frequentazione del, o dei figli (cui sono poi legate questioni economiche attinenti la casa dove vivono i figli, l’assegno di mantenimento, ecc), che il rifiuto espresso al figlio non è autentico, genuino, ma è conseguenza della manipolazione psicologica da parte dell’altro genitore, causato dal condizionamento psicologico della volontà del minore.
Il genitore amato dal figlio (di solito la madre), e per lei il suo avvocato, sostiene invece che il rifiuto è la conseguenza della violenza, fisica o psicologica, diretta o assistita, se non addirittura da abusi sessuali compiuti dal genitore rifiutato sul figlio.

Ferme restando le previsioni di legge (preferenza per l’affido condiviso, salvo che ciò sia contrario all’interesse del minore – art. 337-quater codice civile – e una equa frequentazione bi-genitoriale) a fronte del rifiuto del minore il giudice può ritenere di farsi assistere da un consulente tecnico – art. 191 codice procedura civile – che dia una risposta ad alcuni quesiti, formulati dal giudice medesimo, che gli possano essere di ausilio nella decisione.

Questa la norma; la prassi corrente vede invece la CTU come uno strumento inteso a certificare che il rifiuto del minore è causato dalla manipolazione psicologica, senza tener conto di atti, quali referti medici o psicologici, attestanti la situazione di violenza, senza tener conto della volontà del minore, senza ascoltarlo, pur se infradodicenne, o ascoltandolo e non tenendo conto delle sue dichiarazioni se ultradodicenne, delegando al CTU questioni di pura natura giuridica (quali modalità di affidamento, collocamento del minore, frequentazione del genitore non collocatario, ecc; ciò pur in presenza di plurime e univoche pronunce della Suprema Corte di Cassazione che ricordano ai giudici che non possono delegare ai consulenti tecnici la soluzione di questioni giuridiche).
Il genitore, e per lui il suo avvocato, che sostiene che il minore sia stato manipolato psicologicamente dall’altro genitore non è in grado di produrre la prova di questa manipolazione psicologica e si affida alla CTU perché tale manipolazione psicologica venga provata, dimostrata.
Il genitore, e per lui il suo avvocato, che sostiene che il rifiuto è la conseguenza di comportamenti violenti, fisici o psicologici, violenza diretta o assistita sul minore o di abusi sessuali incestuosi, produce elementi di prova, referti medici, referti psicologici, testimonianze, ecc, ai quali viene data scarsa importanza nella presunzione della manipolazione psicologica alla cui dimostrazione la CTU è finalizzata. La stessa testimonianza del minore viene screditata ritenendola non veritiera (bambino alienato da un genitore, bambino adesivo a un genitore, bambino allineato con un genitore, ecc).

La CTU diviene quindi un modo per provare al giudice ciò che il genitore, e per lui il suo avvocato, che sostiene la manipolazione psicologica del minore non è in grado di provare; in violazione della legge.

Non solo. Viene messa in atto una vera e propria aberrazione giuridica, una perversione del Diritto che ricorda i processi alle streghe dell’epoca dell’Inquisizione: l’inversione dell’onere della prova. Viene cioè richiesto al genitore amato dal bambino, e per lui al suo avvocato, di provare che non c’è stata la manipolazione psicologica del bambino; invece di fornire la prova di quello che sostengono chiedono alla controparte di dimostrare che non è avvenuto il fatto di cui la accusano. E purtroppo accade che molti giudici, se non quasi tutti, sposano in pieno questa aberrazione giuridica.

Nel corso degli anni a tale presunta manipolazione psicologica sono stati dati vari nomi (PAS o sindrome di alienazione genitoriale, alienazione parentale, rifiuto immotivato, bambino alienato, bambino adesivo, madre assorbente, madre malevola, madre simbiotica, condotte alienanti – qui e qui, più di recente sindrome da anaffettività genitoriale, problema relazionale, disturbo relazionale, disturbo del comportamento relazionale, ecc.); insomma la fantasia psicologica più sfrenata, al di fuori di un minimo di scientificità.

Naturalmente il giudice, che tecnico non è, non è in grado di cogliere la mancanza di scientificità di tali concetti; ma anche quando i consulenti tecnici di una delle parti del processo ne mettono in evidenza l’assoluta mancanza di scientificità, tali controdeduzioni non vengono minimamente prese in considerazione dal giudice, se non in rarissimi casi. Ai CTU viene attribuita dai giudici una sorta di infallibilità in virtù della quale essi hanno sempre ragione, anche quando scrivono corbellerie, mentre i CTP hanno sempre torto anche quando argomentano in maniera logica e scientifica le proprie controdeduzioni alla CTU.

La gran parte dei procedimenti di affidamento dei minori che rifiutano un genitore sono quindi falsati da questa presunzione della manipolazione psicologica del minore e si traducono in autentici drammi per gli incolpevoli bambini coinvolti in essi, dall’inserimento in comunità per minori (moderni riformatori) per essere de-programmati, resettati sino ad accettare la relazione con il genitore rifiutato (terapia della minaccia), all’esposizione a ulteriori violenze o abusi sessuali da parte del genitore scagionato dalle CTU, sino in alcuni casi, alla uccisione dei minori da parte di questo genitore.

Come ha scritto la d.ssa Jennifer Hoult, Law Guardian in New York, «PAS’s twenty-year run in American courts is an embarrassing chapter in the history of evidentiary law. It reflects the wholesale failure of legal professionals entrusted with evidentiary gatekeeping intended to guard legal processes from the taint of pseudo-science. Courts entrusted with divorce, custody, and child abuse cases may have found PAS attractive because it claimed to reduce these complex, time-consuming, and wrenching evidentiary investigations to medical diagnoses.» (Il percorso ventennale della PAS nei tribunali americani è un capitolo imbarazzante nella storia del diritto probatorio. Essa riflette il grossolano fallimento dei professionisti legali incaricati di una tenuta probatoria volta a proteggere i processi legali dalla macchia della pseudoscienza. I tribunali a cui sono stati affidati casi di divorzio, custodia e abuso di minori possono aver trovato la PAS attraente perché sostenevano di ridurre le indagini probatorie complesse, dispendiose in termini di tempo e strazianti a diagnosi mediche.)

Citando un’altra giurista, la portoghese Maria Clara Sottomayor, già Giudice non togato del Tribunale Supremo e già Giudice Costituzionale eletta dal Parlamento del suo Paese, «os Tribunais têm que aceitar que a criança, como qualquer adulto, tem direito a escolher as pessoas com quem quer ou não conviver. Meios coercitivos, como a intervenção das forças policiais, negam à criança o estatuto de pessoa e a liberdade mais profunda do ser humano: a liberdade de amar ou de não amar. Não cabe ao poder judicial impor sentimentos e afectos, e exigir a perfeição moral aos cidadãos. Isto não significa negar que há pais e mães que instrumentalizam a criança e que se comportam com falta de ética na altura do divórcio, mas não se pode tomar a parte pelo todo, nem usar a força policial e judicial para resolver problemas morais e relacionais. Isto significa punir a criança pelos erros dos pais. É preferível que estes casos sejam decididos à luz de regras pragmáticas e de bom senso, tendo em conta os limites da intervenção do Estado na família e respeitando a relação da criança com a sua pessoa de referência, assim como a sua integração no seu ambiente natural de vida.» (I Tribunali devono accettare che il bambino, come qualsiasi adulto, ha diritto di scegliere le persone con le quali vuole o non vuole convivere. Mezzi coercitivi, come l’intervento delle forze di polizia, negano al bambino lo statuto di persona e la libertà più profonda dell’essere umano: la libertà di amare o di non amare. Non è compito del potere giudiziario imporre sentimenti e affetti, ed esigere la perfezione morale ai cittadini. Questo non significa negare che ci siano padri e madri che strumentalizzano il bambino e che si comportano con assenza di etica durante il divorzio, ma non si può ‘prendere una parte per il tutto’ (o fare di tutta l’erba in fascio), né usare le forze di polizia e giudiziarie per risolvere problemi morali e relazionali. Questo significa punire il bambino per gli errori dei genitori. È preferibile che questi casi siano decisi alla luce di regole pragmatiche e di buon senso, tenendo presenti i limiti dell’intervento dello Stato nella famiglia e rispettando la relazione del bambino con la sua persona di riferimento, così come la sua integrazione nel suo ambiente naturale di vita.)

ANCORA SULLA SCIENZA SPAZZATURA

Mi è stata segnalata, recentemente, l’esternazione di uno dei sostenitori dell’alienazione parentale, ex-PAS, un neuropsichiatra infantile, nonché psichiatra. Questo l’incipit:
«È capitato spesso negli ultimi tempi che chi si è occupato di temi scottanti come la alienazione parentale sia stato accusato da chi la pensa diversamente di fare “scienza spazzatura”».

Francamente, sfugge il senso di tale esternazione; ha tanto l’aria di una sorta di excusatio non petita, questa rivendicazione di una scientificità dei sostenitori dell’alienazione parentale, ex-PAS.

Come dire: ci accusate di essere ‘non-scienziati’ ma noi lo siamo e lo dimostriamo attraverso Google Scholar. Sì, perché l’esternatore chiama in causa il noto motore di ricerca per sostenere l’alto livello scientifico dei sostenitori dell’alienazione parentale, ex-PAS. Difatti scrive:

«Il sistema per definire un contributo come “scientifico” esiste, ed è semplice. Si chiama Google Scholar

Facendo finta di dimenticare, ma dimenticanza non è quanto piuttosto basso tentativo di manipolazione della comunicazione, che in discussione non è tanto la pretesa, o sé-dicente, scientificità delle persone che sostengono il concetto, quanto proprio quella del concetto medesimo; ovvero il concetto di PAS, oggi alienazione parentale, che sin dalla sua origine è stata qualificata come scienza spazzatura; e questa qualifica non viene da «ambienti … che con la comunità scientifica non c’entrano nulla» ma da uno dei massimi esponenti della comunità scientifica psichiatrica mondiale, il compianto Prof. Paul Fink, già Direttore del Dipartimento di Psichiatria e Scienze del Comportamento della Temple University di Philadelphia, nonché Presidente dell’Associazione Psichiatrica Americana e nel 1986 Capo del Comitato per la revisione del DSM-III-R, la classificazione americana dei Disturbi Mentali, rapidamente adottata un tutto il mondo (tra parentesi: nel 1985 l’esternatore di cui sopra non era ancora specializzato in psichiatria).

Una veloce ricognizione storica.
Il concetto di alienazione parentale è nato negli USA negli anni ’80 del 1900, lo scorso secolo, ed è nato come strategia processuale per difendere i genitori accusati di violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli minori. L’avvocato che difende una persona accusata da testimoni cercherà di mettere in dubbio la veridicità della testimonianza, la credibilità dei testimoni; ciò fa parte della normale dialettica processuale.
Se le accuse sono fatte dai figli, l’avvocato che difende il genitore accusato insinuerà il dubbio che i ragazzi siano stati manipolati dall’altro genitore; dubbio legittimo. Così posta però questa strategia ha un punto debole e cioè la difficoltà di produrre le prove della presunta manipolazione psicologica.
Da qui l’idea della malattia: una malattia non ha bisogno di prove, è sufficiente che sia descritta nei testi di medicina, ricompresa nelle classificazioni ufficiali delle malattie. Si occupò di questo un medico di New York, il Dr Richard Alan Gardner e la chiamò “sindrome di alienazione genitoriale” o PAS.
Nel 1985 Gardner scrisse un articolo su questa malattia da lui ‘scoperta’; la rivista che lo pubblicò, l’Academy Forum dell’Associazione Americana di Psicanalisi e Psichiatria Dinamica, non è però una rivista scientifica ma una rivista di opinioni.

Questo concetto è solo l’opinione personale di Gardner, nulla di scientifico. Gardner aveva bisogno del riconoscimento scientifico della PAS e per questo si rivolse agli psichiatri per chiederne l’inserimento nel DSM, il manuale dei disturbi mentali, in particolare al Prof. Paul Fink.
La risposta del Prof. Fink fu lapidaria: «Pas is junk science», «la PAS è scienza spazzatura e della peggiore»; e aggiunse che «la ricerca scientifica ci dice che il motivo più probabile per il quale un bambino si estrania da un genitore è il comportamento stesso del genitore. Etichette, come la PAS, servono a distogliere l’attenzione da quel comportamento».

Oltretutto, dopo la pubblicazione di questo articolo il Dr Gardner venne espulso a vita dalla Columbia University (dove comunque era un medico volontario non retributo e non un professore universitario, come lui stesso andò spacciandosi sino alla sua morte e come viene ripetuto dai suoi sostenitori, o fedeli) con la motivazione che era «ignorante nella disciplina di psichiatria e incapace di ragionare secondo il metodo scientifico». Medesima ignoranza che si riverbera, necessariamente, su chiunque, ancora oggi, sostenga il concetto di PAS, o alienazione parentale, a ogni livello, psicologico, psichiatrico, neuropsichiatrico infantile, giornalistico, giudiziario, ecc.

Ma torniamo al nostro esternatore.
Ci tiene a informarci che il livello di scientificità, suo e dei suoi colleghi, si desumerebbe dal numero di pubblicazioni indicizzate in Google Scholar e dal numero di citazioni superiore a dieci che tali pubblicazioni hanno ricevuto. E ci mette a conoscenza dei nominativi di undici sostenitori dell’alienazione parentale (sono molti di più in realtà).
Ora, se il concetto di alienazione parentale, ex-PAS, è scienza spazzatura, come detto dal Pof. Fink nel 1985, e come ribadito nel 2012 in Italia dal Ministro della Salute, il numero di pubblicazioni non rende questo concetto scientifico visto che non lo è a prescindere, non ha basi scientifiche, è una perversa invenzione mirata a difendere i genitori accusati di violenza in famiglia o di abusi sessuali sui figli minori (tra parentesi: la psicologia giuridica è stata fondata da avvocati esperti nella difesa di pedofili o violenti e dai loro consulenti, psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, che supportano tale difesa con le loro consulenze tecniche).
Ma il criterio suggerito, quello del numero di citazioni superiore a dieci è semplicemente ridicolo. L’esternatore ha elencato 11 sostenitori dell’alienazione parentale, ex-PAS; ciascuno di loro pubblica un lavoro citando gli altri dieci, ed ecco in che modo si fa salire l’indice delle citazioni. È un giochetto simile a quello dei like su Facebook. Ecco, la falsa scienza della PAS, oggi alienazione parentale, si basa sui like-citazioni ricevuti; ma sempre falsa scienza rimane, scienza spazzatura buona per la discarica dell’indifferenziato.

Chiude infine la sua esternazione con il solito refrain: «Come diceva quel tale, il peso delle offese dipende dalla altezza dalla quale cadono …»
Ma perché, sostenendo un verità scientifica, e cioè che la PAS, oggi alienazione parentale, non ha basi scientifiche ed è pertanto scienza spazzatura, offendiamo qualcuno? In cosa consisterebbe l’offesa dell’affermazione che la PAS, oggi alienazione parentale, è scienza spazzatura?
C’è qualcosa che non quadra in questo modo di ragionare; vi intravedo un apparente elevato livello di autostima che però non tollera la critica rivolta non all’autostima individuale ma al sostegno a un concetto pseudo-scientifico, quello di PAS o alienazione parentale; una sorta di identificazione totale con il concetto medesimo, un ex-sistere che dipende solo da questo concetto, per cui, demolito quest’ultimo ci si sente esistenzialmente demoliti.
Descartes scrisse: Cogito, ergo sum. Questi invece dicono: «Sostengo l’alienazione parentale, ex-PAS, dunque esisto».
Una fragilità esistenziale davvero preoccupante, visto che la questione non è meramente accademica, cioè del numero di pubblicazioni e delle citazioni ricevute, ma molto pragmatica, dal momento che soggetti così fragili dal punto di vista esistenziale, ma gonfi e tronfi di autoreferenzialità, sono chiamati in qualità di CTU, a valutare le famiglie che si separano.

IL DELIRIO COLLETTIVO DELL’ALIENAZIONE PARENTALE

Secondo la concezione espressa da Gerd Huber e Gisela Gross nel “Lessico di Psicopatologia“, a cura di Mario Maj, Carlo Maggini, Alberto Siracusano, pubblicato nel 2010 dall’editore Il Pensiero Scientifico, «il delirio è una convinzione incrollabile senza un sufficiente fondamento», ovvero «una convinzione … mantenuta con certezza assoluta, resistente alle obiezioni e agli argomenti contrari (incorregibilità), nonostante l’incompatibilità con i precedenti riferimenti dell’esperienza e con la realtà verificabile».

Classicamente, una convinzione incoercibile resistente alla logica e alla critica.

Il concetto di alienazione parentale, sostenuto con enfasi da alcuni professionisti, da psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, avvocati, giudici minorili e delle separazioni, oltre che da associazioni di padri separati, presenta molti punti di contatto con le concezioni deliranti.

Come il delirio, difatti, l’alienazione parentale è una convinzione senza fondamento, resistente alla logica e alla critica.
Diretta derivazione della PAS, la cosiddetta sindrome di alienazione genitoriale, la falsa malattia inventata da Gardner per screditare in tribunale le accuse di violenza o abusi sessuali rivolte ai suoi clienti, è divenuta alienazione parentale quando organismi scientifici (l’APA negli USA, il Ministero della Salute in Italia) hanno dichiarato la non scientificità della PAS come concetto medico-psichiatrico.

Gente normale avrebbe preso atto di queste autorevoli dichiarazioni, si sarebbe scusata e il discorso sarebbe già finito lì.
Gente delirante, che ha bisogno di credere in questo delirio, argomenta, manipola l’informazione, si convince di essere nel giusto e che tutti gli altri sbagliano.
Accade così con tutti i deliri; quando vengono confrontati con la realtà, quando si dimostra l’impossibilità logica delle loro credenze, i deliranti girano in tondo, argomentano, manipolano, convincendosi sempre più di essere nel giusto.

LE CONDOTTE ALIENANTI-2

Riprendo il tema perché mi è stata segnalata la sentenza di un Tribunale statunitense nella quale vengono esaminate proprio tali condotte proposte da una delle più fanatiche sostenitrici della PAS, la d.ssa Amy Baker.

La sentenza è della Corte Suprema dello Stato di New York e si trova qui.
La vicenda in breve: i genitori si separano, le tre figlie sono in affidamento condiviso, collocate principalmente dal padre con diritto di visita della madre per due giorni la settimana, e inversione del collocamento di settimana in settimana.
Dopo circa un mese dalla separazione il padre inizia una battaglia legale contro la madre, che si è protratta per anni sino a giungere alla Corte Suprema.

La Corte riprende le critiche al concetto di PAS o alienazione parentale, espresse da altri Tribunali in precedenti sentenze, citando i vari autori che se ne sono occupati, da Paul Fink a Carol Bruch.
Una prima osservazione del Tribunale è interessante: il padre, oltre a dichiarare l’alienazione da parte della madre, deve provarla e in questo processo non vi è prova alcuna di ciò.
Ed ecco scendere in campo i massimi esperti dell’alienazione parentale, i quali però, date le citate critiche, non ne parlano esplicitamente e si rifugiano nei soliti retorici giri di parole.

Per prima la d.ssa Baker con il nuovo concetto delle condotte alienanti; ne elenca ben 17.
Senza portarla per le lunghe, la d.ssa Baker ha dovuto ammettere, sotto giuramento, di non aver mai incontrato le tre figlie della coppia e quindi di non essere in grado di provare l’esistenza di tali condotte alienanti né di provare che tali condotte, da lei ipotizzate, abbiano effettivamente allontanato le figlie dal padre, con il quale invece convivevano essendo collocate da lui, né, come osservato dal Giudice, vi era correlazione tra tali presunte condotte e l’opinione che le figlie avevano del padre.
Ecco il brano.

Un concetto, questo delle condotte alienanti, totalmente campato in aria e sganciato dalla realtà dei fatti; gli psicologi giuridici dimenticano, anche negli USA, che in Tribunale si devono esaminare e valutare i fatti e non teorie campate in aria.
Ed ecco scendere in campo, dopo la d.ssa Baker, un’altra ‘esperta’ di alienazine parentale, la d.ssa Linda Gottlieb, assistente sociale.
Il Giudice ha definito la testimonianza della Gottlieb come “l’apice della follia”.
Ecco il brano.

Intervenne poi un terzo esperto, il dr Robert Evans, il quale pure, sotto giuramento, dovette ammettere di non aver mai incontrato le figlie della coppia, e quindi di parlare a vanvera. Giunse a dire che se il Tribunale ascoltava i bambini dava loro potere; una vera e propria assurdità, come dire che se il Tribunale ascolta dei testimoni conferisce loro potere. E i processi come si fanno? Virtualmente?
Il Tribunale alla fine ascoltò le tre ragazze le quali testimoniarono che pur avendo una buona relazione con il padre preferivano vivere con la madre perché per loro era più comodo in questo modo continuare a frequentare la scuola, senza i continui cambiamenti di domicilio imposti dalle precedenti sentenze.

Il Tribunale ha concluso che non era stata prodotta alcuna prova di tale presunta alienazione parentale e rigettò tutte le richieste del padre.
A quando nei Tribunali italiani?

LE CONDOTTE ALIENANTI-1

Si tratta del nuovo mantra dei sostenitori della PAS.
Persa la partita con il DSM-III nel 1985, Gardner fu il primo a sostituire l’espressione PAS con quella di alienazione parentale, pensando così di poter sfuggire alle critiche della comunità scientifica (due psicologhe giuridiche italiane, venete, sostengono invece di essere state loro per prime a parlare di alienazione parentale; le manie di grandezza non hanno limiti).
Poi arrivò Bernet che in combutta con la Baker tentò di giocarsi la carta del PAD, disturbo di alienazione parentale, con il DSM-5; ma ha perso anche lui. Alla fine Bernet se ne è venuto fuori col fatto che comunque l’alienazione parentale è tra le pagine del DSM-5 in forma di spirito. Segno di non perfetta salute mentale.

Sempre Bernet, con i suoi accoliti, ha poi tentato un nuovo bluff, giocando la carta del disturbo/problema relazionale con l’ICD-11, perdendo nuovamente la partita. Concetto privo di logica perché se proprio nel rifiuto si vuole vedere un problema relazionale è chiaro che questo problema esiste tra il bambino che rifiuta e il genitore rifiutato.
In Italia c’è stata la fase delle sapientine romane del rifiuto immotivato, subito abortita.
Poi è arrivato il piripacchio, cioè chiamiatela come vi pare ma esiste. Poi il bambino adesivo e la madre assorbente, tanto da far pensare che gli psicologi giuridici i loro corsi di formazione li facciano nelle copisterie.

Adesso è la fase delle “condotte alienanti che non richiedono studi scientifici”; condotte fognarie ovviamente.
Eh, sì, perché appena si tenta un approccio scientifico alle loro concezioni le stesse franano miseramente, come castelli di sabbia o di fango; quindi niente studi scientifici.
L’espressione è stata usata da uno psicologo giuridico in un suo scritto e ripresa da un avvocato-giornalista in una intervista.

Ma cosa sarebbe una condotta alienante? In cosa consiste? Chi lo dice che quella condotta sia alienante? Sulla base di quali studi? Ah, già è vero, non necessitano di studi scientifici.
Quali prove allora portano nel processo per sostenere questa condotta alienante di un genitore?
Nulla, né prove né studi scientifici; pretendono che gli si creda sulla parola.

Se proprio si vuole parlare di comportamenti di un genitore che allontanano i figli da lui stesso parliamo di violenza in famiglia, abusi sessuali sui figli, ma anche pressioni psicologiche; sono proprio i bambini che ne fanno testimonianza e in realtà le stesse allontanano i figli proprio dal genitore che le mette in atto.
Ma loro non si rassegnano alla realtà, tanto da giungere, contraddicendosi, a parlare di alienazione parentale causata dal genitore non collocatario, pur di mantenere il punto, e cioè screditare la testimonianza dei bambini e tutelare il genitore maltrattante, violento o abusante. E di quest’ultima trovata, cioè dell’accusa di alienazione parentale non più al genitore collocatario ma a quello non collocatario, ho ben tre casi, uno a Bari, uno a Milano e l’ultimo a Venezia. Davvero una bella coerenza.

IL PIRIPACCHIO

Il termine ‘piripacchio’ (che non significa assolutamente nulla) è stato usato da uno dei più noti talebani della PAS, o alienazione parentale, in una recente esternazione: «se non vogliamo chiamarla “alienazione” chiamiamola “piripacchio”, non importa», ha scritto.
Sarebbe a dire che non importa quale parola si utilizzi, purché il fine della CTU sia sempre quello di togliere i figli al genitore protettivo (di solito la madre) per consegnarlo al genitore violento o pedofilo (di solito il padre).

E costui è uno che ha studiato; immaginiamoci gli altri.
Non ama i dibattiti; infatti scrive pure: «Tutte queste polemiche e questi pubblici dibattiti su “alienazione sì-alienazione no” sono tristemente scoraggianti e non offrono una bella immagine di come sono affrontate le questioni familiari nel nostro Paese, integralmente spostate sul piano ideologico e politico».
Fa finta di non accorgersi che chi è integralmente spostato sul piano ideologico sono proprio quelli come lui che continano a sostenere l’insostenibile, cioè la cosiddetta alienazione parentale, contro ogni evidenza logica prima che scientifica.

E si considera un vero esperto, lui; scrive ancora: «La discussione si è talmente volgarizzata e imbarbarita che i veri esperti che hanno studiato il problema se ne tengono accuratamente fuori, lasciando campo aperto alle rozzezze dei polemisti di varia estrazione».
Cioè, non avendo ormai più argomentazioni per controbattere le critiche contro la cosiddetta alienazione parentale dice che se ne tiene, olimpicamente, fuori.

Eh no! Non può pensare di cavarsela così a buon mercato.
Lui sostiene che: «È ovvio che se un figlio / una figlia rifiuta un genitore maltrattante o trascurante non si può parlare di alienazione e la sua volontà va rispettata».
Sta quindi affermando che maltrattamenti e trascuratezza (io ci metto pure violenza e abusi sessuali) sono criteri di esclusione della cosiddetta alienazione parentale.
Ma poi, nel descrivere i criteri per riconoscere la cosiddetta alienazione parentale, il primo degli otto loro criteri è la cosiddetta ‘campagna di denigrazione’ che comprende, appunto, le accuse di violenza, abusi sessuali, maltrattamenti, trascuratezza. E non può negarlo, lo ha scritto chiaramente in un articolo pubblicato da Psicologia contemporanea, forse lo ha dimenticato, ma noi no.

Questi soggetti devono fare pace con la logica, ovvero con il proprio cervello: violenza, abuso sessuale, maltrattamento, trascuratezza, sono criteri di esclusione dell’alienazione parentale o sono il primo dei cosiddetti otto criteri per riconoscere la cosiddetta alienazione parentale?
Tutte e due le cose non possono essere; A non può essere non-A.
Poi, visto che ha studiato, dovrebbe avere la bontà di spiegar-si cosa c’entrano le strutture dissipative con tutto questo discorso.
No, perché qui l’unica cosa che stanno dissipando, con la cosiddetta alienazione parentale, è l’etica; in omaggio a questo concetto perverso stanno consegnando i bambini proprio al genitore violento o abusante. È vero, fanno molti soldi con questa faccenda dell’alienazione parentale; ma poi che se ne fanno di tanti soldi quando scoprono, per esempio, che una figlia che avrebbe dovuto laurearsi non è nell’elenco dei laureandi perché … non ha sostenuto nemmeno un esame? O, altro esempio, un figlio si impicca a un albero? O uno di loro ammazza il fratello passandogli sopra con l’auto più volte?

Nemesi è sempre in agguato, se lo ricordino.
Non sono le separazioni conflittuali il vero problema di salute pubblica ma la violenza e gli abusi sessuali sui minori, che sono sempre più diffusi in tutti gli strati sociali. Certo, li fanno assolvere i pedofili e i violenti, con le loro carte di Noto, ma poi ci pensa Nemesi a compensare il dare e avere.
Dice bene alla fine, mala tempora … , ma per loro e i loro concetti perversi.

LA LEGA E IL DDL 735

Lo spunto per questo post è rappresentato da una recente esternazione della senatrice della Lega, nonché avvocata, Giulia Bongiorno.
Il ddl Pillon non è andato avanti perché noi abbiamo deciso che non era una priorità. Non lasciamo ad altri meriti che non hanno“, afferma la senatrice.
Peccato che quando venne presentato, il DDL 735 era il fiore all’occhiello della Lega, firmato da tutti i membri leghisti in Commissione Giustizia del Senato; e altrettanto peccato che nessuno di loro abbia a tutt’oggi ritirato la firma.
Si tratta di iniziative personali dei senatori leghisti o di precisi ordini di partito?

Adesso la senatrice si mette a fare il gioco dello sceriffo buono e di quello cattivo, cerca di rigirare la frittata per negare la sconfitta.
La senatrice sarebbe lo sceriffo buono che dice alle donne, no tranquille il DDL 735 non è tra le priorità della Lega; Pillon sarebbe lo sceriffo cattivo, il talebano della bigenitorialità e della PAS.
No senatrice, il DDL Pillon lo ha voluto fortemente la Lega, è stato presentato in una riunione del 26 luglio 2018, convocata dal senatore leghista Pillon alla quale parteciparono numerosi esponenti leghisti oltre a esponenti delle cosiddette associazioni di padri separati e votato all’unanimità dai presenti, tranne un solo astenuto; è stato poi fortemente sostenuto dai comitati per Salvini premier.
Lo stesso Salvini in numerosi comizi ne ha parlato come di un disegno di legge al quale la Lega teneva molto nell’interesse delle famiglie italiane.
E lei senatrice vuole fortemente il reato di alienazione parentale. Quindi non prendete in giro nessuno.

Chi ci tiene molto al DDL Pillon, insieme alla Lega, sono i padri separati violenti o pedofili, che vengono rifiutati dai figli proprio a causa della violenza o delle tendenze pedofile.
Ciò che prevede il DDL Pillon (mediazione familiare obbligatoria, tra l’altro vietata dalla legge e dal buon senso, mantenimento diretto, alienazione parentale, ecc.) è proprio la medesima feccia sostenuta dai padri separati violenti o pedofili.
Nella stragrande maggioranza delle separazioni coniugali non c’è alcun bisogno di mediazione familiare perché gli ex-coniugi riescono a trovare un accordo e risolvere il conflitto. Dove non si trova accordo è solo nelle separazioni che fanno seguito a violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli minori; e non si può trovare nessun accordo in questi casi perché non è in atto alcun conflitto da mediare ma c’è solo violenza, poiché il genitore violento (di solito il padre) non vuole mollare le sue vittime (di solito ex-moglie e figli).
E questo, da avvocata, dovrebbe risultarle; in quante, delle separazioni che ha seguito, ha avuto necessità di ricorrere alla mediazione familiare? Solo in quelle in cui viene denunciata violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli; ma sa, o dovrebbe sapere, che la mediazione familiare è vietata dalla legge in questo tipo di separazioni. Eppure la Lega la promuove.
In quante, delle separazioni che ha seguito, ha avuto necessità di ricorrere al concetto di alienazione parentale? Solo in quelle in cui viene denunciata violenza in famiglia o abusi sessuali sui figli; ma sa, o dovrebbe sapere, che l’alienazione parentale, con tutte le sue varianti manipolatorie, è stata dichiarata priva di basi scientifiche dal Ministro della salute nel 2012.
L’alienazione parentale è solo una strategia processuale, da azzeccagarbugli, mi verrebbe da dire di bassa lega, per screditare la testimonianza delle donne e dei minori che accusano i padri di violenza in famiglia o di abusi sessuali sui figli.

Adesso la Lega, per una strategia da bassifondi della politica, sta facendo finta di fare marcia indietro sul DDL Pillon; ma è mera strategia e, ripeto, non prendete in giro nessuno. Intanto il DDL Pillon rimane lì nel cassetto della Commissione Giustizia del Senato, con ancora le firme di tutti i membri leghisti, in attesa degli eventi e del momento opportuno in cui tirarlo fuori nuovamente.
Non è la Lega che non lo ha mandato avanti ma è la Lega che sul DDL Pillon è stata sconfitta dalla mobilitazione delle donne e di chi combatte la PAS, a tutti i livelli; e siamo sempre pronti a una nuova mobilitazione contro la Lega, l’oscurantismo del XXI secolo.