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VELENO E VELENI

Veleno è il titolo di un libro scritto dal giornalista delle Iene, Pablo Trincia; il libro riprende una sua inchiesta giornalistica del 2017, dal medesimo titolo, svolta su fatti giudiziari accaduti negli anni ’90 in alcuni comuni della provincia di Modena.
I veleni sono le polemiche che, prima l’inchiesta giornalistica e adesso, maggiormente, il libro stanno sollevando. Il libro, infatti, sostiene la tesi della inattendibilità, della non credibilità dei bambini quando denunciano di aver subito degli abusi sessuali.
Sia l’inchesta del 2017 sia il libro, infatti, non accennano nemmeno al fatto che alcuni di quei processi si sono conclusi con la sentenza definitiva, in Cassazione, di condanna degli adulti per pedofilia; il libro, così come l’inchiesta giornalistica, si focalizzano esclusivamente sugli errori giudiziari che hanno portato prima alla condanna e poi all’assoluzione in altri casi, a volte per motivi diversi dalla pedofilia (presunti riti satanici e altro).
In entrambi, libro e inchiesta giornalistica, l’autore sposa pienamente il punto di vista adultocentrico della falsità delle accuse di abusi sessuali fatte dai minori che non sarebbero credibili perché tali ricordi non sarebbero genuini ma indotti dagli adulti, in particolare dagli psicologi durante le sedute di psicoterapia.
Ecco cosa scrive l’autore nel libro: «… che nella loro memoria fosse stato impiantato il seme di una specie aliena estremamente aggressiva, germogliato e cresciuto nel corso dei mesi e degli anni fino a fagocitare il loro vissuto reale, sostituendolo con qualcosa di parzialmente o totalmente artificiale».
Ben scritto ma totalmente falso.
Questa posizione adultocentrica ha, giustamente, sollevato l’indignazione delle vittime di quei fatti, che si sono costituiti in un Comitato, “Voci Vere” che ha l’obiettivo di far conoscere la verità sugli stessi.
Il Comitato ha una sua pagina Facebook all’indirizzo https://www.facebook.com/vocivere/ e ha registrato un sito web all’indirizzo https://vocivere.org/.
Ritorniamo ai veleni.
Nel libro Veleno l’autore condisce la sua tesi adultocentrica con una citazione che fa passare per scientifica ma che, come vedremo, non lo è affatto.
Ecco la citazione: «Si tratta del cosiddetto “falso ricordo”. Nel 1996 la rivista statunitense “Psychology Today” pubblicava una lunga intervista con una docente universitaria, che aveva dichiarato: “I testimoni che puntano il dito contro un imputato innocente non sono dei bugiardi, perché credono davvero nella veridicità della propria testimonianza… È questo l’aspetto piú spaventoso – la tremenda idea che quello che riteniamo di sapere, quello in cui crediamo con tutto il nostro cuore, non sia necessariamente la verità». La docente universitaria, citata nelle righe successive, si chiama Elizabeth Loftus.
La rivista Psychologyy Today è a questo link e come si può vedere non è affatto una rivista scientifica; è vero, l’autore ha la prudenza di non scrivere scientifica, ma da come la presenta pare di capire che la consideri la summa della psicologia contemporanea.
La rivista non si esprime in termini lusinghieri nei confronti della Loftus; credo sia sufficiente questa citazione: «“I have nothing good to say about Elizabeth Loftus” says Bessel van der Kolk, M.D., a psychiatrist at Harvard, who is an expert in dissociative disorders
Tra parentesi, Kolk è uno dei massimi esperti mondiali di traumatologia e memorie traumatiche.
A ogni buon conto, per chi voglia approfondire, l’articolo della Loftus, che risale al 1995, è questo.
L’autore del libro Veleno omette però di citare lavori successivi che hanno smentito la tesi della Loftus, quella cioè della facilità di impiantare nei bambini delle false memorie o falsi ricordi; per esempio questo lavoro che è del 1999.
La questione delle false memorie e della cosiddetta amnesia infantile, tanto cara ai difensori dei pedofili, è stata da me affrontata in precedenti scritti, per cui senza ripetermi, anche perché fa molto caldo, rimando agli stessi che cito di seguito.
1) La questione dell’amnesia infantile.
2) Analisi critica del documento Carta di Noto-IV.
3) False memorie e suggestionabilità del minore.

FALSE MEMORIE E SUGGESTIONABILITÀ DEL MINORE

La questione è tornata prepotentemente alla ribalta in seguito ai fatti di Reggio Emilia; lasciando che la giustizia faccia il suo corso, vorrei soffermarmi brevemente sulla questione delle false memorie e della suggestionabilità del minore.
Si tratta, come per la PAS o alienazione parentale, di mera strategia processuale per difendere le persone accusate di abusi sessuali sui minori.
La questione delle cosiddette false memorie nasce negli USA nel 1992 con un’associazione chiamata “Fondazione della sindrome delle false memorie” (FMSF – False Memory Syndrome Foundation) creata da genitori accusati dai figli di aver commesso abusi sessuali e che cercavano di difendersi dalle accuse con questa sindrome inventata, e da sostenitori della pedofilia, tra i quali il ben noto Ralph Underwager, quello che sosteneva che la pedofilia è la volontà di Dio.
Qui un link per saperne di più.
In Italia questo concetto è fortemente sostenuto da avvocati che di solito difendono casi di pedofilia, individuali o collettivi, e da professionisti dell’area psicologico-psichiatrica afferenti alla psicologia giuridica; per inciso sono gli stessi che sostengono la PAS o alienazione parentale, e questo dà la misura della loro credibilità scientifica.
Nel 2017 hanno cristallizzato questo concetto in un documento, la Carta di Noto IV che presentano come la summa della psicologia giuridica, il punto di riferimento per i CTU chiamati a valutare bambini vittime di abusi sessuali, ma anche utizzata nelle separazioni per difendere il genitore violento.
Ne ho già criticato il contenuto, per questo e altri aspetti; riprendo, ampliandole, quelle stesse critiche.
Riporto dal testo “L’alienazione parentale nelle aule giudiziarie“, curato da Cassano e Grimaldi, Maggioli Editore.
La frase sulla suggestionabilità dei bambini, contenuta nella Carta di Noto IV è la seguente: “È probabile che eventuali vuoti nel ricordo siano colmati con elementi coerenti con l’avvenimento oggetto del ricordo inferiti da informazioni disponibili, per quanto non direttamente percepiti durante l’esperienza originaria“; i bambini cioè sarebbero facilmente suggestionabili, sui bambini potrebbero essere impiantate con facilità false memorie.
La trappola è rappresentata dall’espressione “è probabile“; messa così non significa assolutamente nulla. In che misura è probabile? 1%, 10%, 100%?
In alcune CTU ho letto il riferimento a uno studio che risale al 2004 svolto in una classe di scuola elementare su 53 bambini.
In pratica, nella classe si presentò uno sperimentatore dicendo di essere un giornalista, che rivolse alcune domande ai bambini e svolgendo con loro alcuni giochetti; dopo una settimana un’altra sperimentatrice si è presentata nella scuola dicendo che il giornalista aveva smarrito la registrazione e che quindi voleva ricostruire l’evento con l’aiuto del bambini, dapprima con un racconto libero e poi ponendo loro domande suggestive.
Al racconto libero con domande chiuse risultò che solo il 15% dei bambini aggiunse dei particolari di fantasia ma nell’85% dei casi i bambini non hanno aggiunto alla ricostruzione dell’evento alcun elemento di fantasia.
Se ne dovrebbe dedurre che quando i bambini riferiscono di violenze o abusi sessuali sono, evidentemente, credibili nell’85% dei casi.
Circa le domande suggestive gli autori scrivono “Questi risultati mostrano più specificatamente che i bambini intervistati si sono lasciati facilmente influenzare dalle informazioni fornite da un adulto e soprattutto dalle domande riguardanti la durata di un evento che hanno personalmente vissuto. In altre parole i bambini di 6 anni si sono lasciati suggestionare in percentuali maggiori rispetto a quelli di 8 anni, a tutti i tipi di domande ed in particolare a quelle sul tempo; i bambini di 8 anni sono risultati suggestionabili in numero minore rispetto ai bambini di 6 e 7 anni, soprattutto alle domande sull’azione e sul tempo.”
Ma questo studio, oltre ad avere come oggetto un’esperienza tutto sommato neutra per i bambini, non personale, un evento che non li toccava personalmente, non tiene conto della letteratura internazionale che dimostra una cosa fondamentale: è possibile indurre in alcuni casi il falso ricordo di episodi tutto sommato plausibili, ma non è possibile, se non in una esigua minoranza dei casi, indurre il falso ricordo di un evento non plausibile, come ad es. quello di un abuso sessuale subito nell’infanzia. Letteratura internazionale che non compare nella bibliografia dello studio citato, che è stata volutamente ignorata perché dimostra la tesi contraria; questo è il loro livello!!
Gli studi più significativi in tal senso sono stati condotti negli USA; in uno di questi le autrici si sono proposte di verificare la possibilità di impiantare false memorie mediante la descrizione a due gruppi di bambini di due eventi veri e di due eventi falsi, che loro avrebbero vissuto all’età di quattro anni. A tale proposito hanno istruito le madri a raccontare ai figli questi episodi.
Come falsi eventi da descrivere ai bambini sono stati scelti un evento plausibile (essersi persi da piccoli in un supermercato) e un evento non plausibile (aver subito un clistere da piccoli).
Dallo studio è risultato in primo luogo che la maggioranza dei bambini (54%) non ha ricordato nessuno dei due falsi eventi; che alcuni bambini si sono lasciati suggestionare dal racconto, ricordando di essersi persi in un supermercato da piccoli (evento plausibile) ma solo uno ha ricordato di aver subito un clistere (evento non plausibile).
Le autrici concludono che la possibilità di impiantare false memorie nei bambini è legata alla plausibilità dell’evento e ciò sarebbe in relazione alla presenza in memoria di uno script di memoria sulla precedente conoscenza di quel tipo di evento (es. per averne sentito parlare anche se occorso ad altri bambini), mentre è risultato che non è possibile impiantare nei bambini la falsa memoria di un evento non plausibile (nello studio l’aver subito un clistere da piccoli).
Si deve pertanto ritenere che la testimonianza dei bambini sulle violenze, dirette o assistite, e sugli abusi sessuali subiti sia veritiera sino a prova di falso; tale prova di falso non può essere la PAS o alienazione parentale, non può essere il problema relazionale, non può essere l’altra congettura, del tutto priva di logica, del rifiuto immotivato del minore.

LA CARTA DI NOTO – V PARTE

È venuto ora il momento di analizzare criticamente i singoli punti del documento, dopo le critiche alla premessa.

1) al primo punto si parla degli esperti e delle altre figure coinvolte nella raccolta della testimonianza del minore che debbono possedere competenze specifiche. Qui bisogna intendersi per bene e scoprire le insidie nascoste in questo concetto.

La prima insidia sta proprio nel termine esperto: chi ha conferito al cosiddetto esperto la qualifica di esperto? Sulla base di quali criteri?

In tema di accertamenti peritali (CTU o perizia) il tipo di esperienza che viene richiesta al perito è soprattutto l’esperienza clinica, quella cioè che si acquisisce dopo anni di lavoro con i pazienti, sia ospedaliera (l’aggettivo clinico rimanda a kliné, il letto del malato) sia ambulatoriale; è solo l’esperienza clinica quella che fa di un medico, o uno psicologo, un esperto nel suo campo di competenza.

Come scrive il prof. Fornari «in ambito psico-forense occorre non confondere le evidenze scientifiche che emergono dagli strumenti diagnostici di volta in volta utilizzati con il metodo seguito, perché solo questo e non certo l’uso di uno strumento piuttosto di un altro offre garanzia di “scientificità” all’elaborato peritale. Ancora una volta la clinica è sovrana con un’attrezzatura mentale sua propria» (Fornari U, Trattato di psichiatria forense, pag. 636. UTET Giuridica, 2015).

E veniamo al secondo requisito: l’esperto e le altre figure professionali coinvolte nella raccolta della testimonianza del minore debbono possedere competenze specifiche; lapalissiano.

Come si acquisiscono queste competenze specifiche? Con l’aggiornamento continuo, gli eventi formativi, i master, ecc.

Ma se i docenti di questi eventi formativi che dovrebbero fornire competenze specifiche sono quegli stessi professionisti che diffondono falsità scientifiche (PAS o alienazione parentale, amnesia infantile, false memorie, ecc.) quali competenze possono mai acquisire i discenti? Acquisiranno competenze su falsità scientifiche che poi vengono riversate nelle CTU e nelle perizie e che diventano verità giudiziaria. Di seguito alcuni esempi tratti da relazioni peritali.

Si tratta di due diversi professionisti, che compaiono tra i firmatari della Carta di Noto IV, che si sono espressi sul medesimo caso, ovvero un caso di presunto abuso sessuale; ovviamente, archiviazione, bambina costretta a incontrare il padre, madre alienante, ecc. Per fortuna nessun giudice ha disposto l’invio in comunità, nonostante le ripetute istanze del padre, ma è stato mantenuto il collocamento dalla madre; prosegue, però, la tortura degli incontri protetti, la psicoterapia obbligatoria, ecc. Il tutto partendo da una falsità scientifica e cioè che la bambina fosse una smemorata e quello che diceva le fosse stato detto dalla madre.

Di fronte a queste falsità scientifiche gli Ordini professionali nicchiano; ma possibile che i giudici non abbiano nulla da rilevare? Che i Presidenti dei Tribunali non ritengano di richiamare gli iscritti agli Albi dei periti e dei consulenti tecnici a un maggiore rigore scientifico pena la cancellazione dagli Albi medesimi? Che i Rettori delle Università dove questi professionisti hanno incarichi di insegnamento non ritengano di revocarli a fronte delle falsità scientifiche diffuse e insegnate agli studenti?
E i signori Ministri, rispettivamente della Giustizia, dell’Istruzione e della Salute, non hanno proprio nulla da dire?