L’AIMMF E LA PAS

AIMMF è la sigla dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia.

PAS è la sigla di Parental Alienation Syndrome (sindrome di alienazione genitoriale).

L’AIMMF è sicuramente la più importante, e prestigiosa, associazione che riunisce i magistrati dei tribunali dei minori e delle sezioni famiglia dei tribunali ordinari.

La PAS è la malattia inesistente, proposta (meglio sarebbe dire ‘inventata’) nel 1985 da un medico statunitense, il Dr Richard Alan Gardner, per scagionare i padri violenti e abusanti dalle accuse stesse e per affidare loro i figli minori da loro maltrattati o abusati. In Italia la PAS è stata dichiarata priva di basi scientifiche dal Ministro della Salute nel 2012.

Gardner pubblicò il suo articolo fondamentale sulla PAS non in una rivista scientifica ma in una rivista di opinioni; mera opinione, quindi, di un medico che ha espresso anche delle ben precise opinioni favorevoli alla pedofilia.

Cosa ci fa, quindi, un articolo(*) che pubblicizza la PAS, la falsa malattia, la facile scappatoia giudiziaria per i padri violenti e abusanti, sul sito di una associazione di magistrati?

L’articolo citato pare essere a firma di un certo Guido Parodi; difficile capire le competenze del sig. Parodi, se giuridiche, psicologiche, o nessuna delle due; l’unico collegamento che si reperisce in rete è il seguente, dove il sig. Parodi viene qualificato quale Direttore di un presunto Centro di documentazione sulla PAS, ubicato a Genova. I link che rimandano al suo sito sono muti.

Già da tanti anni tale perversa opinione di un medico perverso viene utilizzata per dirimere giudizialmente le questioni inerenti l’affidamento dei figli minori, quando gli stessi rifiutino di frequentare il padre perché traumatizzati dal comportamento di quest’ultimo; sono tante le sentenze che, riprendendo CTU perverse, hanno modificato l’affidamento dei minori e rinchiuso bambini in comunità, in omaggio alla perversa opinione della PAS, riesumata poi come alienazione parentale o altre altrettanto perverse denominazioni.

Ma i magistrati, quando leggono nelle CTU riferimenti alle opinioni di Gardner, colui che la stampa dell’epoca ha ribattezzato come autentico mostro americano, non provano nemmeno un po’ di ribrezzo?

Come è possibile esprimere un giudizio in un processo di affidamento dei minori nel quale uno dei genitori viene accusato di abusi sessuali incestuosi, basandosi sull’opinione di Gardner per il quale l’incesto è “solo un’antica tradizione”?

Quanti bambini devono essere ancora torturati prima di capire che si sta sbagliando?

(*) Dopo la pubblicazione del post l’articolo è stato cancellato dal sito dell’AIMMF; difatti il link è muto. L’articolo può comunque essere ugualmente reperito sul webarchive, a questo link.

IL TRAUMA E LE SUE CONSEGUENZE

La trascrizione e traduzione in italiano di questo video sono state rese disponibili dal Dr Salvatore Pitruzzello.

A metà degli anni ’90, il CDC e la Kaiser Permanente scoprirono un fattore che aumentava drasticamente per sette persone su 10 il rischio di essere colpite dalle principali cause di morte negli USA. In dosi massicce, ha effetti sullo sviluppo del cervello, sul sistema immunitario, ormonale, e anche sul modo in cui il nostro DNA viene letto e trascritto. Coloro che vi sono altamente esposti hanno un rischio tre volte maggiore di contrarre malattie cardiovascolari e cancro ai polmoni nella loro vita e hanno una differenza di 20 anni nell’aspettativa di vita. Eppure, oggi i dottori non sono formati per fare dei controlli o per curarlo. Il fattore di cui sto parlando non è un pesticida o un prodotto chimico. È il trauma infantile.

01:06

Di che tipo di trauma sto parlando? Non parlo di un’insufficienza a scuola o di perdere una partita di basket. Parlo di minacce così gravi e intense da entrare letteralmente sotto la pelle e cambiare la nostra fisiologia: cose come subire abusi o venire trascurati o crescere con un genitore alle prese con malattie mentali o con la tossicodipendenza.

01:31

Per molto tempo, ho guardato queste cose come mi era stato insegnato, come un problema sociale: rivolgersi ai servizi sociali, o come una malattia mentale: rivolgersi ai centri di salute mentale. Poi è successo qualcosa grazie a cui ho rivisto completamente il mio approccio.Quando terminai il mio internato, volevo andare in un posto in cui potevo sentirmi indispensabile, dove potevo fare la differenza. Così iniziai a lavorare per il California Pacific Medical Center, uno degli ospedali privati migliori della California del nord, e insieme, aprimmo una clinica a Bayview-Hunters Point, uno dei quartieri più poveri e meno serviti di San Francisco. Prima di quel momento, in tutta Bayview c’era un solo pediatra che curava più di 10 000 bambini, quindi ci demmo da fare e fornimmo cure eccellenti a prescindere dalla possibilità di poterle pagare. Era fantastico. Ci concentravamo sulle tipiche disuguaglianze nella sanità:l’accesso ai servizi, i tassi di vaccinazione, quelli dei ricoveri per l’asma e andavamo alla grande. Eravamo molto fieri di noi stessi.

02:45

Ma poi iniziai a notare una tendenza allarmante. Molti ragazzini venivano mandati da me per l’ADHD, ovvero la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività, ma quando facevo loro una visita accurata, scoprivo che mi era impossibile disgnosticare l’ADHD nella maggior parte dei miei pazienti. Gran parte dei bambini che seguivo avevano subito traumi così gravi che sembrava esserci dell’altro. In un modo o nell’altro mi stava sfuggendo qualcosa di importante.

03:21

Prima del mio internato, ho conseguito una laurea magistrale in salute pubblica, e una delle prime cose che ti insegnano quando studi salute pubblica è che se sei un dottore e vedi cento bambini che bevono dallo stesso pozzo e a 98 di loro viene la diarrea, puoi continuare e scrivere la ricetta per dosi e dosi di antibiotico, oppure puoi andare lì e dire: ¨Cosa diavolo c’è in questo pozzo?¨ Quindi iniziai a leggere tutto ciò su cui potevo mettere le mani su come l’esposizione alle avversità influenzi i cervelli e i corpi in via di sviluppo dei bambini.

03:59

Poi, un giorno, un collega entrò nel mio ufficio, e mi disse: “Dottoressa Burke, ha visto questo?” Nella sua mano c’era una copia di una ricerca l’Adverse Childhood Experiences Study, Studio sulle esperienze infantili avverse. Quel giorno cambiò il mio approccio clinico e la mia carriera.

04:24

Lo Studio sulle Esperienze Infantili Avverse è qualcosa che tutti dovrebbero conoscere. Fu condotto dal Dott. Vince Felitti della Kaiser e dal dott. Bob Anda dei CDC, che, insieme, chiesero a 17.500 adulti se erano stati esposti a quelle che loro chiamavano ACE, Esperienze Infantili Avverse. Tra queste vi sono abusi fisici, emotivi o sessuali; l’essere trascurati fisicamente o emotivamente; genitori che sono stati in prigione, con malattie mentali o tossicodipendenti; separazione o divorzio dei genitori; o violenza domestica. Per ogni sì, si ottiene un punto ACE. Poi, i dottori misero in relazione i punteggi ACE con la salute dei partecipanti. Ciò che scoprirono fu scioccante. Due cose: Primo, le ACE sono incredibilmente diffuse. Il 77 per cento delle persone aveva almeno un punto ACE, e il 12,6 per cento, uno su otto, ne aveva almeno quattro. La seconda cosa che scoprirono è che vi era un rapporto di proporzionalità inversa tra le ACE e la salute: più era alto il punteggio ACE, più peggioravano le condizioni di salute. Per una persona con quattro o più ACE, il rischio relativo di contrarre broncopneumopatia cronica ostruttiva era di quattro volte e mezza superiore a quello di una persona con nessun ACE. Per l’epatite, il rischio era due volte e mezza superiore. Per la depressione, lo era di quattro volte e mezza. Per le tendenze suicide, il rischio era superiore di dodici volte. Una persona con sette o più ACE aveva un rischio tre volte superiore di contrarre un cancro ai polmoni e un rischio tre volte e mezza superiore di coronaropatia, la prima causa di morte negli Stati Uniti d’America.

06:31

Be’, ovviamente questo ha senso. Alcune persone hanno visto questi dati e hanno detto: ¨Be’, se hai un’infanzia difficile hai più probabilità di bere e fumare e fare una serie di cose che ti rovinano la salute. Questa non è scienza, sono solo cattive abitudini.¨

06:50

In realtà, è proprio qui che la scienza entra in gioco. Ora siamo in grado di capire come mai prima d’ora come l’esposizione ad esperienze infantili avverse comprometta i cervelli e i corpi in via di sviluppo dei bambini. Colpisce aree come il nucleus accumbens, il centro del piacere e della ricompensa del cervello che è coinvolto nella dipendenza da droghe, inibisce la corteccia prefrontale, che è fondamentale per il controllo degli impulsi e per le funzioni esecutive, un’area essenziale per l’apprendimento. E nelle risonanze magnetiche osserviamo consistenti differenze nell’amigdala, il centro di reazione alla paura. Quindi esistono ragioni neurologiche per cui chi viene esposto alle avversità in alte dosi ha più possibilità di assumere comportamenti rischiosi ed è importante saperlo.

07:44

Tuttavia, anche se non ti comporti in modo rischioso, hai un rischio più alto di contrarre malattie cardiovascolari o cancro. La causa di ciò risiede nell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il centro di risposta allo stress del cervello e del corpo che governa le nostre risposte di “lotta o fuga”. Come funziona? Be’, immaginate di camminare nella foresta e vedere un orso. Il vostro ipotalamo manda immediatamente un segnale all’ipofisi, che a sua volta manda un segnale alle ghiandole surrenali, dicendo: “Rilascio ormoni dello stress! Adrenalina! Cortisolo!” E il cuore inizia a battere forte, le pupille si dilatano, le vie respiratorie si aprono, e siete pronti a combattere contro l’orso oppure a scappare. E questo è meraviglioso se siete in una foresta e c’è un orso. (Risate) Il problema è ciò che succede quando l’orso torna a casa ogni sera, e questo sistema si attiva ancora, ancora e ancora, e passa dall’essere un adattamento, un salva-vita, ad essere il contrario, a danneggiare la salute. I bambini sono particolarmente sensibili a questo stress ripetuto, perché i loro corpi e cervelli sono in via di sviluppo. Le avversità in grandi dosi non solo compromettono il cervello, ma anche il sistema immunitario in via di sviluppo, i sistemi ormonali, e anche il modo in cui il nostro DNA viene letto e trascritto.

09:32

Quindi, questi dati hanno gettato al vento tutta la mia vecchia formazione, perché quando capiamo il meccanismo di una malattia, quando sappiamo non solo quali vie sono danneggiate, ma come, allora, come dottori, è nostro dovere usare questa scienza per la prevenzione e il trattamento. Ed è questo che facciamo.

09:54

A San Francisco abbiamo fondato il Centro per il Benessere Giovanile per prevenire, rilevare e curare gli impatti di ACE e stress tossico. Abbiamo iniziato facendo semplicemente controlli di routine su tutti i bambini durante le loro normali visite, perché so che se la mia paziente ha un punteggio ACE di 4, ha un rischio di 2,5 volte superiore di contrarre epatite o bronchite cronica,un rischio quattro volte superiore di diventare depressa, e un rischio di 12 volte superiore di cercare di togliersi la vita rispetto ai miei pazienti con nessun ACE. Lo so già quando è nel mio studio. Per i pazienti con risultati positivi nello screening, abbiamo una squadra di trattamento che lavora per ridurre l’avversità e curare i sintomi con i migliori metodi, tra cui visite a domicilio, coordinamento della sanità, salute mentale, nutrizione, interventi olistici e sì, quando necessari, i farmaci. Ma informiamo i genitori sugli impatti di ACE e stress tossico nello stesso modo che usiamo per la copertura delle prese elettriche o l’avvelenamento da piombo. e personalizziamo i trattamenti per i pazienti asmatici e diabetici in modo da riconoscere che potrebbero essere trattamenti più aggressivi, visti i cambiamenti a cui sono sottoposti i loro sistemi immunitari e ormonali.

11:17

Un’altra cosa che succede quando capisci queste cose è che vuoi urlarlo al vento, perché non è un problema solo dei bambini di Bayview. Pensavo che, nel momento in cui tutti ne avessero sentito parlare, ci sarebbero stati esami di routine, squadre di trattamento multidisciplinari, e una sfida a chi avesse i protocolli di trattamento clinico più efficaci. Ecco, questo non è successo. Ed è stata una lezione importante per me. Ciò che ritenevo essere semplicemente la migliore prassi clinica si è rivelata per me un movimento. Per usare le parole del Dottor Robert Block, l’ex presidente dell’Accademia Americana di Pediatria, “Le esperienze infantili avverse sono la più grande minaccia per la salute pubblica ancora irrisolta che ci sia oggi nel nostro paese.” E per molte persone, quest’idea è terrificante. La portata e le dimensioni di questo problema sono così grandi che sembra impossibile affrontarlo. Ma per me, è proprio qui che risiede la speranza, perché quando abbiamo le giuste strutture, e quando ci rendiamo conto che questa è una crisi della salute pubblica, allora possiamo iniziare ad usare i giusti strumenti per trovare soluzioni. Dal tabacco all’avvelenamento da piombo all’HIV/AIDS gli Stati Uniti hanno precedenti eccezionali per quanto riguarda la risoluzione di problemi di salute pubblica, ma avere successo anche con le ACE e lo stress tossico richiede determinazione e impegno, e quando osservo la risposta della nostra nazione fino ad adesso, mi chiedo, perché non prendiamo tutto questo più seriamente?

13:15

Sapete, all’inizio pensavo che mettessimo da parte il problema perché non ci riguardava direttamente. È un problema di quei bambini di quei quartieri. Il che è strano, visto che i dati non reggono questa ipotesi. Lo studio originale sulle ACE era stato fatto su una popolazione per il 70 per cento caucasica, e per il 70 per cento laureata. Ma poi, più parlavo con la gente, più sembrava che la situazione fosse l’esatto opposto. Se dovessi chiedere quante persone in questa stanza sono cresciute con un membro familiare con malattie mentali, sono sicura che si alzerebbero diverse mani. E se chiedessi quanti di voi avevano un genitore che beveva forse troppo, o che pensavano che chi ama bene castiga bene scommetto che si alzerebbero alcune mani in più. Anche in questa stanza, questo problema riguarda molti di noi, e sto iniziando a pensare che lo mettiamo da parte perché effettivamente ci riguarda. Forse è più facile vederlo in altre zone, perché non vogliamo guardarlo in faccia. Preferiamo ammalarci.

14:34

Fortunatamente, il progresso scientifico e, sinceramente, le realtà economiche rendono quest’opzione sempre meno accessibile. La scienza è chiara: Le avversità nell’infanzia possono compromettere la salute per tutta la vita. Oggi, iniziamo a capire come interrompere il passaggio dalle avversità infantili alla malattia e alla morte precoce, e in 30 anni, i bambini con un punteggio ACE alto, i cui sintomi comportamentali non vengono riconosciuti, il cui controllo dell’asma non viene associato al problema, e che contraggono pressione sanguigna alta, e malattie cardiovascolari o cancro precoci, saranno rari come una mortalità di sei mesi da HIV/AIDS. Le persone osserveranno la situazione e diranno: “cosa diavolo è successo qui?” Tutto questo è curabile. Tutto questo si può sconfiggere. La cosa più importante di cui abbiamo bisogno oggi è il coraggio di guardare in faccia il problema e renderci conto che è reale e che ci riguarda tutti. Io credo che noi tutti siamo il movimento.

15:52

Grazie.

BUONE PRASSI? – III PARTE

Proseguo l’analisi del documento sulle ‘buone prassi’.

Paragrafo 1: “Può avvenire che uno o più figli, attraverso comportamenti espliciti e/o impliciti di uno dei genitori, possano essere indotti a rifiutare un genitore”.

Questo concetto è sbagliato proprio sul piano psicologico.

Uno psicanalista inglese, John Bowlby, evidentemente poco noto a chi ha elaborato quel documento, ha proposto la teoria dell’attaccamento, che a tutt’oggi è la spiegazione più scientifica della natura del legame del bambino con la madre in primo luogo e poi con il padre, i fratelli, il resto della parentela, gli insegnanti, ecc.

L’attaccamento è un istinto biologico che porta il bambino a legarsi con chi si prende cura di lui perché da questo legame dipende la sua stessa sopravvivenza; la prima figura di attaccamento è, per ovvie ragioni, la madre, seguita dal padre e dalle altre persone che danno sicurezza al bambino.

Il bambino ha quindi una predisposizione biologica a legarsi con chi gli dà sicurezza e accudimento e gli adulti che rispondono a questi bisogni di sicurezza e accudimento sono quelli cui il bambino si lega maggiormente.

La qualità dell’attaccamento (sicuro, insicuro, disorganizzato) dipende dalla risposta che l’adulto dà ai bisogni di attaccamento del bambino. Se l’attaccamento madre-bambino non è sicuro la responsabilità non è del bambino né di altri ma solo della madre; analogamente, se l’attaccamento padre-bambino non è sicuro la responsabilità è solo del padre, non del bambino né della madre. Quando certi parrucconi lo capiranno le cose cominceranno a funzionare meglio.

Il perverso modello freudiano, che voleva il legame madre-figlio basato sul soddisfacimento delle pulsioni sessuali e dei bisogni di nutrizione, che sarebbero una sublimazione delle prime, è entrato definitivamente in crisi ma molti psicologi non se ne sono ancora accorti.

Il legame di attaccamento a un genitore è un istinto biologico che non può essere compromesso da “comportamenti espliciti e/o impliciti” dell’altro genitore ma solo da comportamenti incongrui del genitore che con i suoi comportamenti lo ha compromesso.

La responsabilità della rottura di un legame di attaccamento, ovvero del rifiuto della relazione con un genitore, è solo e soltanto del genitore rifiutato poiché per il bambino l’attaccamento è un istinto biologico che può essere modificato solo se il bambino ha la percezione che quel legame di attaccamento rappresenta un pericolo per lui.

Né la responsabilità del rifiuto può essere fatta cadere sull’altro genitore; nemmeno sui suoi presunti comportamenti espliciti e/o impliciti. Questa è una trappola logica di diretta derivazione della PNL e delle tecniche ipnotiche, che rappresentano il background professionale di alcuni degli autori di quel documento.

Il processo non è il luogo del ‘può avvenire’ ma di ciò che avviene, di ciò che è avvenuto, cioè il luogo dei fatti. Sono fatti i comportamenti espliciti, non sono fatti i comportamenti impliciti.

I fatti, i comportamenti espliciti, devono essere ovviamente concreti e la prova di essi deve essere fornita dalla parte che ne sostiene l’esistenza; questi fatti (presunti comportamenti alla base del rifiuto) non possono essere rilevati attraverso una CTU perché l’accertamento dei fatti sui quali basare il giudizio è compito del giudice e non può essere delegato al CTU. Siamo all’ennesimo spot pubblicitario in favore degli psicologi.

I presunti comportamenti impliciti, che non sono fatti ma solo fantasie degli psicologi, per non dire deliri, non possono nemmeno essere menzionati nel processo non essendo verificabili, accertabili, con strumenti logico-razionali

Acclarato quindi che il rifiuto è causato dai comportamenti incongrui del genitore rifiutato verso il figlio o i figli, che possono andare dalla violenza agli abusi sessuali, i provvedimenti da assumere possono essere solo quelli a protezione dei figli, e della madre, come previsto dalla Convenzione di Istanbul.

Ritorna poi il refrain sui fattori di rischio e sui danni che riceverebbe il bambino dal fatto di essere tenuto lontano dal genitore violento o abusante. Ma scherziamo? I danni psicologici i bambini li ricevono proprio dalla coabitazione con il genitore violento o abusante, non il contrario. E violenze e abusi sono sicuri fattori di rischio, come molta letteratura internazionale dimostra.

Come deve interpretarsi questa presa di posizione di molti psicologi in favore di genitori violenti o abusanti?

Infine, il trascorrere del tempo, se l’attaccamento padre-bambino è sicuro, è del tutto irrilevante e non ha alcuna conseguenza su un legame di attaccamento padre-bambino sicuro; se l’attaccamento padre-bambino è insicuro è il padre che deve rivedere il suo comportamento verso suo figlio.

Su questo devono lavorare gli psicologi, anche quelli forensi, sulla modifica del comportamento dei padri che compromette, o ha già compromesso, il legame di attaccamento con i propri figli.

BUONE PRASSI? – II PARTE

Il suddetto documento si apre con una premessa; le prime parole che si leggono in questa premessa sono le seguenti: “Le separazioni conflittuali rappresentano un fenomeno molto dannoso per la salute psico-fisica sia dei genitori che dei figli minorenni …”.

Primo errore; le cosiddette separazioni conflittuali sono in realtà separazioni che fanno seguito a violenza in famiglia o ad abusi sessuali sui figli da parte di un genitore.

E qui bisogna essere chiari: nei casi di violenza o abusi sessuali è più dannosa per i figli la separazione o la coabitazione con il genitore violento o abusante? Ed è più dannosa per la vittima della violenza del partner, la separazione o la convivenza con il partner violento?

Poi si legge ancora: “Pertanto si rendono necessarie valutazioni psicoforensi …”.

Un momento, si rendono necessarie per chi? Questo è chiaramente uno spot pubblicitario in favore degli psicologi; pubblicità ingannevole, oltretutto. Se le vittime di violenza o abusi sessuali lo ritengano necessario per se stesse, cercheranno uno psicologo di fiducia che le aiuti a superare gli effetti del trauma (violenze e abusi). Ma non certo per una valutazione psico-forense; non vorrei pensare che la cosiddetta valutazione psico-forense si renda necessaria … per gli psicologi.

Ancora: “… modelli di intervento tempestivi ed efficaci, tali da consentire il rispetto delle decisioni dei tribunali … ”; cosa cosa? Gli psicologi, sia pure forensi, adesso si vestono da gendarmi? Quindi propugnano il controllo sociale sotto questa veste?

E continuano: “… e la tutela dei diritti dei soggetti coinvolti …”. Per la tutela dei diritti dei soggetti coinvolti mi sembra ci siano già le leggi che tutelano tali diritti e gli avvocati che tutelano i loro clienti. Essere psicologo forense non significa essere mezzo avvocato; perché se si è mezzo avvocato si è anche mezzo psicologo, e alla fine non si è né l’uno né l’altro.

Vediamo di spiegare, ancora una volta, quali sono i diritti dei soggetti coinvolti in una separazione che fa seguito a violenza in famiglia o ad abusi sessuali sui minori.

In una recente vicenda separativa, intervenuta dopo anni di violenze in famiglia (bambino con una frattura al naso, madre con una frattura al ginocchio) e spacciata dalle CCTTUU per separazione conflittuale, ho dovuto ricordare alle CCTTUU le linee guida da seguire in questi casi; riporto letteralmente:

«Esiste, difatti, una legge dello Stato che impone agli attori delle vicende separative e di affidamento dei minori, quindi anche ai consulenti quando chiamati a esprimersi in merito, di tenere nel debito conto proprio le evidenze di violenza intrafamiliare; questa legge è la n° 77 del 23 giugno 2013 dal titolo “Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n° 152 del 1° luglio 2013. Si riportano di seguito gli articoli che fanno riferimento alle vicende separative e di affidamento dei minori.

Articolo 26
Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza
1 Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2 Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psicosociali adattate all’età dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore.

Articolo 31
Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza
1 Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Articolo 48
Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie
1 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a vietare i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti, tra cui la mediazione e la conciliazione, per tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a garantire che, se viene inflitto il pagamento di una multa, sia debitamente presa in considerazione la capacità del condannato di adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti della vittima.»

E, in conclusione di questa seconda parte, il vero problema di salute pubblica è rappresentato proprio dalla violenza in famiglia e dagli abusi sessuali sui minori, che certe prassi vogliono occultare.

(segue)

BUONE PRASSI? – I PARTE

Finita l’era dei protocolli e delle linee guida eccoci a quella della buone prassi.

Di cosa sto parlando?
Di un documento dal titolo “Buone prassi giudiziarie e psico-sociali in favore della bigenitorialità e di contrasto all’alienazione parentale”.

Vediamo da chi sono proposte queste presunte buone prassi.
– Centro Studi Famiglia dell’Associazione Circolo Psicogiuridico
– Centro Universitario Internazionale (CUI)
– Centro Universitario di Studi e Ricerche in Scienze Criminologiche e Vittimologia – SCRIVI
– Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Forense e della Comunicazione
– La Casa di Nilla, Centro specialistico della Regione Calabria per la cura e la protezione dei minori
– Master in Neuropsicologia e Psicopatologia Forense – Università di Padova
– Società Italiana Scienze Forensi – SISF
– Società di Psicologia Giuridica – SPG
– Unità PsicoForense – UPF
– Università IUSVE di Venezia

Carneadi; ma cerchiamo di capire chi siano e quali competenze abbiano per parlare, addirittura, di buone prassi giudiziarie e psico-sociali. L’Italia è piena di gente di buona volontà che ha la pretesa di insegnare il mestiere agli altri; nello specifico ai giudici, visto che si parla di buone prassi giudiziarie, cioè di come si dovrebbero svolgere i processi, in base al verbo psico-giuridico del quale loro sono, evidentemente, i messia, e poi a psicologi & affini e alle assistenti sociali.

– Centro Studi Famiglia dell’Associazione Circolo Psicogiuridico: presidente avv. Giorgio Vaccaro.
– Centro Universitario Internazionale (CUI): del consiglio scientifico fa parte il prof. Giuseppe Sartori, psicologo.
– Centro Universitario di Studi e Ricerche in Scienze Criminologiche e Vittimologia – SCRIVI: direttore prof. Marco Monzani, avvocato; fa capo all’università IUSVE.
– Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Forense e della Comunicazione: presidente, inutile ribadirlo, l’avv. Guglielmo Gulotta; avvocato, perfezionato in psicologia. Tra i consiglieri di tale fondazione risulta il prof. Giuseppe Sartori (lo stesso del CUI). Nel sito si legge: “L’ideale della Fondazione è rappresentato dall’impegno a contribuire allo sviluppo di esseri umani giusti nelle parole, nelle decisioni, nelle azioni”.
– La Casa di Nilla, Centro specialistico della Regione Calabria per la cura e la protezione dei minori: il sito è abbastanza blindato, nel senso che non si capisce più chi siano; tra i professionisti legati in qualche modo a questa struttura, i dottori Giovanni Lopez, psicologo, Marco Pingitore, psicologo e Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile. Di più non si può dire perché fanno preavvisi di querela.
– Master in Neuropsicologia e Psicopatologia Forense – Università di Padova: Direttore del master il prof. Giuseppe Sartori (lo stesso del CUI e della fondazione Gulotta).
– Società Italiana Scienze Forensi – SISF: presidente e segretario il dr Marco Pingitore, vice-presidente il dr Giovanni Lopez, consigliere il dr Giovanni Battista Camerini (gli stessi della casa di Nilla).
– Società di Psicologia Giuridica – SPG: qui non si capisce proprio nulla. Il sito risulta registrato a nome, forse, di un ingegnere di Catania. Navigando nel sito si incontrano i nomi di una psicologa di Catania, d.ssa Agata Romeo, e di un’avv.a, Luisella de Cataldo, perfezionata in psicologia.
– Unità PsicoForense – UPF: non è ben chiaro chi siano, ne fanno parte alcune psicologhe, d.ssa Laura Lombardi, d.ssa Anna Ballabio, d.ssa Moira Liberatore, d.ssa Luisa Puddu. Forse afferisce alla fondazione Gulotta, non è chiaro.
– Università IUSVE di Venezia: università salesiana di Venezia (la stessa del centro SCRIVI); non è chiaro se è coinvolta l’intera università o solo una sua articolazione, non è specificato. Si dovranno chiedere lumi al Rettore.
Nella sostanza, abbiamo una serie di sigle dietro le quali ci sono una decina di persone al massimo; che hanno la pretesa, e la presunzione, di decidere come devono lavorare i giudici, gli psicologi (e per analogia psichiatri e neuropsichiatri infantili) e le assistenti sociali. E sono sempre quelli della PAS, la falsa malattia, come da dichiarazione del Ministro della Salute nel 2012; quella che sarebbe dovuta entrare nel DSM-V come disturbo relazionale ma poi non ci è entrata ma loro la vedono distribuita tra le pagine del DSM-V in forma di spirito, stando alle allucinazioni di Bernet.

Da deformazione professionale mi verrebbe da commentare che ci vedo una certa mania di grandezza, ma non lo commento, non ci tengo a collezionare preavvisi di querela.

Ora, per carità, massimo rispetto per le loro professionalità, competenze, titoli, ecc, ma a me come devo lavorare me lo dice il Codice deontologico del mio Ordine professionale; è l’unico protocollo, l’unica linea guida che riconosco. Ci sarebbe pure, per noi medici, quella linea guida che va sotto il nome di giuramento di Ippocrate, ma è roba vecchia, vero colleghi?

Di seguito l’analisi di queste buone prassi.

LA PSICOTERAPIA OBBLIGATORIA

L’espressione ‘psicoterapia obbligatoria’ è chiaramente un ossimoro, ma in Italia, in alcuni ambienti, pare sia una prassi consueta che si svolge con il tacito avallo, se non complicità, degli Ordini degli Psicologi.

Cominciamo dall’inizio:
«Processo interpersonale, consapevole e pianificato, volto a influenzare disturbi del comportamento e situazioni di sofferenza con mezzi prettamente psicologici, per lo più verbali, ma anche non verbali, in vista di un fine elaborato in comune, che può essere la riduzione dei sintomi o la modificazione della struttura della personalità, per mezzo di tecniche che differiscono per il diverso orientamento teorico a cui si rifanno (Nota 1)».
Questa, di Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, che piaccia o no l’autore, mi sembra la definizione più esaustiva della psicoterapia; naturalmente se qualcuno ne ha di migliori è pregato di postarla nei commenti.

Il concetto stesso di psicoterapia è quindi inconciliabile con quello di obbligatorietà, coazione, imposizione; da qui la definizione di ossimoro (lucida follia, etimologicamente).
Precondizioni essenziali di una psicoterapia sono, quindi, la consapevolezza del soggetto che la richiede di essere portatore di un problema (psicologico, comportamentale, esistenziale, psicopatologico, ecc.) e la sua volontà di risolverlo, di modificare qualcosa nel suo comportamento, nel suo modo di vivere, di vedere il mondo, ecc.
Qualsiasi psicologo serio non accetterebbe mai di sottoporre a psicoterapia un soggetto non consenziente, che venga obbligato da altri, es. familiari, a sottoporsi a una psicoterapia; eppure accade.
I contesti in cui si verificano queste prassi ‘ossimoriche’ sono rappresentati da alcuni contesti giudiziari, in particolare attinenti alle separazioni coniugali e all’affidamento dei figli di minore età; può accadere che l’obbligo di sottoporsi a una psicoterapia venga disposto dall’autorità giudiziaria nei confronti di uno o entrambi i genitori o nei confronti dei figli minori.

Prima questione: può l’autorità giudiziaria disporre l’obbligo di cura?
L’art. 32 della Costituzione così recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».
Il nostro ordinamento prevede, quindi, la possibilità, secondo le leggi vigenti, di disporre un trattamento sanitario obbligatorio, o TSO; oltre ai casi in cui si debba tutelare la salute pubblica (come nelle situazioni di malattie infettive contagiose – es. vaccinazioni obbligatorie) il TSO può essere disposto ai sensi della Legge n° 180/1978.

L’art. 1 della Legge 180/78 (Nota 2) stabilisce le condizioni per disporre un trattamento sanitario obbligatorio; tali condizioni prevedono:
a) innanzitutto la certificazione di un medico (non di uno psicologo);
b) poi il provvedimento del Sindaco, quale Autorità sanitaria locale, che lo dispone con specifica Ordinanza.

L’autorità giudiziaria non è menzionata, tra le autorità che possano disporre un TSO; nei casi di un TSO per malattia mentale, disciplinati dagli articoli successivi, la legge prevede l’intervento dell’autorità giudiziaria, nello specifico del Giudice tutelare, solo nella convalida, o meno, dell’Ordinanza del Sindaco; ma non come autorità che possa disporre il TSO.

PRIMA DOMANDA: i provvedimenti giudiziari che impongono la psicoterapia sono rispettosi della legge? O violano la legge? E può un giudice violare la legge?
Di recente la questione è stata portata all’attenzione della Suprema Corte di Cassazione che ha ribadito che «la prescrizione di un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da seguire in coppia esula dai poteri del giudice» (Nota 3); nonostante questa sentenza della Cassazione non sono pochi i Tribunali che continuano a ordinare psicoterapie. Ma queste sono questioni squisitamente giuridiche che debbono risolvere i giuristi; quel di cui voglio parlare è altro.

I percorsi psicoterapeutici per persone che non ne fanno esplicita richiesta vengono proposti dai Consulenti tecnici di ufficio, i famosi, o famigerati, CTU; di solito sono psicologi, ma anche psichiatri o neuropsichiatri infantili, di solito afferenti all’area della cosiddetta psicologia giuridica. Che non è psicologia visto che sostiene una serie di teorie sconce, che sono la negazione della psicologia medesima.
Sulla base di quali evidenze scientifiche, dati di letteratura, teorie psicologiche, costoro si arrogano il diritto di fornire indicazioni su psicoterapie obbligatorie, non solo non previste dalla legge ma francamente illegali? Sulla base del nulla, o meglio di elucubrazioni e sproloqui che nulla hanno a che vedere con la psicologia.

Vediamo di capire come funziona il sistema.
A qualcuno, che psicologo non è perché se fosse davvero uno psicologo mai si sarebbe sognato questa orrida coercizione (che sia in possesso di laurea in psicologia o perfezionamento in psicologia provenendo da altri percorsi di laurea poco rileva, qui è la sostanza dell’operare psicologico che è in discussione), a questo qualcuno, dicevo, un bel giorno è venuto in mente di obbligare i genitori che si stanno separando a seguire obbligatoriamente un percorso psicologico qualora vi sia ‘disaccordo’ in merito all’affidamento dei figli. Pura aberrazione mentale, degna di una mentalità nazista.

Costui, o costoro, non poteva, o non potevano, non sapere che la coercizione alla psicoterapia non serve a nulla, non può produrre nessun cambiamento perché il punto di partenza, in psicoterapia, è proprio la motivazione, l’avere la consapevolezza di essere portatore di un problema e la volontà di modificare il proprio comportamento, il proprio modo di pensare, ecc. Senza una forte motivazione qualsiasi psicoterapia è destinata a fallire.

Farsi portatori di questa sconcezza, la psicoterapia obbligatoria, significa ignorare del tutto più di mezzo secolo di ricerca in psicoterapia; si legga, uno per tutti, questa splendida sintesi di Paolo Migone (Nota 4). Per chi voglia approfondire la bibliografia è sterminata. Ma non sia mai che gli psicologi giuridici vogliano approfondire studiando qualcosa di serio, loro sanno già tutto e gli altri debbono imparare da loro.

Lungi dall’analizzare i motivi del ‘disaccordo’ tra i due ex-coniugi, che quasi sempre sono rappresentati da violenza in famiglia (di solito dell’uomo sulla donna) o da abusi sessuali incestuosi (di solito del padre sui figli minori), secondo il consueto procedimento anamnestico-clinico, costui, o costoro, hanno ideato questo obbrobrio umano. Obbligare la coppia in ‘disaccordo’ a trovare un accordo con l’aiuto, a pagamento, di uno psicologo o di un centro psicologico.
Si tratta di autentiche torture psicologiche portate avanti con l’obiettivo esplicito di far ritrattare le accuse di violenza (della donna contro l’uomo) e di abusi sessuali incestuosi (dei figli contro il padre).

Ma gli Ordini professionali cosa fanno, dormono? Non conoscono queste atrocità commesse dai loro iscritti? No, le conoscono ma se ne lavano le mani oppure sono conniventi se non complici. Non c’è via di mezzo.

NOTE

1. Galimberti U (2002), Psicoterapia, in Enciclopedia di Psicologia. Garzanti.

2. Art. 1 – Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari. Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori a carico dello Stato e di enti o istituzioni pubbliche sono attuati dai presidi sanitari pubblici territoriali e, ove necessiti la degenza, nelle strutture ospedaliere pubbliche o convenzionate.
Nel corso del trattamento sanitario obbligatorio chi vi è sottoposto ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori di cui ai precedenti commi devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria locale, su proposta motivata di un medico.

3. Cass. civ., sez. I, sentenza 1 luglio 2015, n. 13506: La prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l’imposizione, se non nei casi previsti dalla legge, di trattamenti sanitari. Tale prescrizione, pur volendo ritenere che non imponga un vero obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona ad effettuare un percorso psicoterapeutico individuale e di coppia confliggendo così con l’art. 32 della Costituzione. Inoltre, la prescrizione di un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da seguire in coppia esula dai poteri del giudice investito della controversia sull’affidamento dei minori anche se viene disposta con la finalità del superamento di una condizione, rilevata dal CTU, di immaturità della coppia genitoriale che impedisce un reciproco rispetto dei rispettivi ruoli. Mentre infatti la previsione del mandato conferito al Servizio sociale resta collegata alla possibilità di adottare e modificare i provvedimenti che concernono il minore, la prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di autodeterminazione.

4. Migone P (1996), La ricerca in psicoterapia: storia, principali gruppi di lavoro, stato attuale degli studi sul risultato e sul processo. Psychomedia. http://www.psychomedia.it/spr-it/artdoc/migone96.htm

L’EDITTO MESSAPICO

Si tratta di un articolo pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista giuridica “Il Foro Italiano”; il titolo completo è il seguente: “L’editto messapico: il «vero» affidamento condiviso dei minori nella crisi della famiglia secondo il Tribunale di Brindisi” (Il Foro Italiano, n. 5, maggio 2017).

L’autore, il Giudice Dr Geremia Casaburi, Consigliere della Corte d’Appello di Napoli, Sezione Famiglia, svolge un’attenta e puntuale analisi critica del documento “Linee guida per la sezione famiglia del Tribunale di Brindisi” a firma di alcuni magistrati di quel Tribunale con il quale si vorrebbero fornire indicazioni-prescrizioni in merito ai procedimenti per le separazioni e affidamento dei minori.

Nel sommario l’A. Scrive: «L’a. esamina criticamente le linee guida adottate recentemente dal Tribunale di Brindisi, che impongono un collocamento paritetico dei minori in sede di separazione e di divorzio, escludendo tendenzialmente istituti (assegno di mantenimento, assegnazione della casa familiare) pur previsti dalla legge».

L’A non manca di rimarcare che tali linee guida aderiscono acriticamente a posizioni delle associazioni dei padri separati che si improvvisano giuristi ma senza alcuna competenza in merito.

Scrive infatti: «Il contenuto delle l.g., nelle premesse programmatiche e nelle concrete indicazioni paranormative, riflette puntualmente – purtroppo senza un sufficiente filtraggio critico, e soprattutto giuridico – le posizioni di quell’associazionismo (e dei soggetti che, ad es. in ambito psicologico, lo supportano); tanto con buona pace dello stesso principio costituzionale di imparzialità del giudice. È sufficiente un raffronto tra il testo adottato dai giudici brindisini e i principali documenti programmatici contenuti nei siti Internet di riferimento, ovviamente in particolare dell’associazione “prescelta”».

Particolarmente significativo mi sembra questo passo: «Deve ancora rilevarsi che le l.g. – oltre che disattendere i consolidati principî giurisprudenziali in materia – per alcuni profili si risolvono in una consapevole, dichiarata violazione delle leggi vigenti».

Questa, dello stravolgimento dei principi giurisprudenziali e delle leggi vigenti, è un’autentica fissazione che affligge tutte le associazioni di padri separati; sembrerebbe quasi di poter interpretare questa circostanza in questo senso: non essendo riusciti a ‘dettare legge’ nelle proprie famiglie, ed estromessi dalle stesse proprio per l’attitudine a voler imporre la propria legge, una volta separati si improvvisano apprendisti legislatori pretendendo di imporre la loro volontà all’Italia intera.

Ora, se uno ha pretese di tal genere, in un paese democratico cerca di raccogliere consensi in democratiche elezioni, per poi far approvare le sue leggi. Ma pretendere di imporre la propria volontà, stravolgendo le leggi vigenti e pretendendo di interpretarle a modo suo, considerando la sua propria personale interpretazione della legge come l’unica autentica, senza peraltro possedere competenze giuridiche, è cosa che va al di là della normale convivenza civile in un paese democratico; tali concezioni lasciano intravedere profili autoritari nelle relazioni umane ai quali non va dato spazio alcuno.

DA UNA CTU DI UNO PSICHIATRA E UNA PSICOLOGA DEL CENTRO-ITALIA

«Riteniamo che per descrivere la situazione di questo sistema familiare possiamo utilizzare i termini di alienazione parentale dove non intendiamo riferirci ad una sindrome ma ad una problematica individuale del figlio legata ad una difficoltà relazionale tra i tre membri della famiglia: bambino, madre e padre, alla quale possono contribuire i membri della famiglia allargata. Anche se in misura che può essere diversa come intenzioni, motivazioni e comportamenti, ognuno dei componenti il gruppo familiare fornisce il proprio personale contributo in misura variabile da caso a caso. I segni di tale condizione sono il rifiuto ingiustificato e comunque talora solo parzialmente motivato da parte del figlio di frequentare uno dei due genitori Infatti, da quello che emerge nella famiglia sottoposta a consulenza c’è un profondo disturbo relazionale. La recente pubblicazione del DSM V e ICD 11 sono orientati a farlo rientrare e definirlo all’interno della categoria dei “Disturbi Relazionali”. Il Prof. Giovanni Battista Camerini suggerisce una serie di considerazioni da utilizzare nelle CTU nei casi in cui si riscontrasse quella che è stata precedentemente definita “PAS – Sindrome di Alienazione Genitoriale” alla luce dell’uscita del nuovo DSM 5. Tra i Problemi Relazionali, il DSM-V descrive i Problemi legati all’Educazione Genitoriale e, all’interno di questi, il Bambino affetto da Distress da Relazione Genitoriale (V61.29): “Questa categoria dovrebbe essere usata quando il focus dell’attenzione clinica è rappresentato dai negativi effetti della discordia nella relazione tra i genitori (per esempio alti livelli di conflittualità, di distress, o di denigrazione) su un bambino della famiglia, inclusi gli effetti sui disturbi mentali o su altre condizioni mediche nel bambino”.
Qualora la relazione tra i genitori sia contraddistinta soprattutto da un’azione di denigrazione dell’uno nei confronti dell’altro, questa condizione corrisponde alla nozione di Parental Alienation secondo la definizione di Bernet (2008) ripresa da Cavedon e Magro (2010) a partire dalla originaria teorizzazione di Gardner (1985). Si tratta quindi, nel presente specifico caso, di indicare i comportamenti della signora XX coerenti con l’ipotesi in questione. Quanto riportato in precedenza a proposito dell’incontro successivo alla frequentazione del minore presso l’abitazione paterna descrive bene questi aspetti. – sollecitazione di un’alleanza – legame simbiotico – suggestione nel minore del disagio psicologico legato alla frequentazione con il padre. Sul piano clinico, va rilevato quanto il DSM-V specifica a proposito dei Problemi Relazionali: “Un problema relazionale può sollecitare un’attenzione clinica in ragione del fatto che il soggetto cerca un’assistenza sanitaria o per un problema che riguarda il decorso, la prognosi o il trattamento di un disturbo mentale o di un’altra condizione medica”. Questi problemi richiedono spesso un intervento psicosociale in una prospettiva clinica e preventiva. Si rimanda a tale proposito al documento redatto dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) – maggio 2013 -: “La comunità scientifica è concorde nel ritenere che l’alienazione di un genitore non rappresenti di per sé un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso”. La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ritiene opportuno esprimere il proprio parere in merito ad affermazioni disconfermanti in alcuni procedimenti legali circa la nozione di PAS (Parental Alienation Syndrome). In primo luogo, al di là dell’opportunità che l’autorità giudiziaria si sostituisca alla comunità scientifica nel rilasciare giudizi su argomenti altamente specialistici, si ritiene che il problema relativo all’esistenza o meno di una “sindrome” legata all’alienazione di una figura genitoriale venga posto in modo incongruo.

Fenomeni come il mobbing, lo stalking ed il maltrattamento esistono ed assumono valenze giuridiche a prescindere dal riconoscimento di disturbi identificabili come sintomatici. Colpisce, inoltre, come la Suprema Corte di Cassazione abbia espresso il proprio parere secondo il quale ha stabilito i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti. Sotto questo profilo, si sottolinea come esista una vasta letteratura nazionale ed internazionale che conferma la scientificità del fenomeno della Parental Alienation, termine questo da preferirsi a quello di PAS; negli Stati Uniti ad esempio tale costrutto ha superato i criteri fissati dalle Frye e Daubert Rules per essere riconosciuti come scientificamente validi dalle competenti autorità giudiziarie. La nozione di Alienazione Parentale è inoltre riconosciuta come possibile causa di maltrattamento psicologico dalle Linee Guida in tema di abuso sui minori della SINPIA (2007). La SINPIA ribadisce come sia importante adottare le precauzioni e le misure necessarie, come impongono le recenti sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per garantire il diritto del minore alla bigenitorialità e tutelarlo dagli ostacoli che lo possono minacciare.»

Vediamo adesso le bestialità contenute in questa CTU.

La prima bestialità è l’utilizzo dell’espressione “sistema familiare” riferita a una famiglia separata; il concetto di sistema familiare è stato introdotto dalle teorie sistemico-relazionali con riferimento a famiglie non separate in cui c’era un membro (di solito un figlio) affetto da schizofrenia, quindi per definizione un soggetto adulto psicotico.

Seconda bestialità: il concetto di alienazione parentale. Precisano che non intendono più riferirsi alla vecchia PAS ma nelle considerazioni successive nominano la PAS almeno una decina di volte. La coerenza non è il loro forte, evidentemente. Su queste acrobazie linguistiche si è già scritto.

Terza bestialità: supportano la bestialità precedente con la citazione di scritti di psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili che sostengono tenacemente la PAS e l’alienazione parentale, ma nemmeno un cenno alla letteratura di segno contrario. Onestà scientifica vuole che parlando di concetti controversi si citino i pareri favorevoli e contrari e poi si spieghi, in maniera logica e razionale, la propria scelta per l’una o l’altra visione. Ma per la PAS o alienazione parentale non vi è alcuna controversia visto che è stata dichiarata priva di basi scientifiche dal Ministro della Salute nel 2012 (la CTU è del 2014).

Quarta bestialità: in un paragrafo questa alienazione parentale viene assegnata alla categoria dei Disturbi relazionali del DSM-5 (categoria che non esiste nel DSM-5), in un paragrafo successivo scompare il disturbo relazionale e compare il problema relazionale. Di una competenza professionale unica. Secondo me questi non sanno nemmeno cos’è il DSM-5.

Quinta bestialità: il pietoso copia-incolla fatto senza vergogna, per esempio dall’anonimo comunicato SINPIA, accatastando assieme concetti che non hanno nulla in comune (mobbing, stalking, ecc).

Arriviamo adesso al vero e propro falso in perizia e quindi alla frode processuale: vi si afferma che “negli USA il costrutto della Parental alienation ha superato i criteri delle Frye e Daubert rules”. Questo è del tutto falso, come ha dimostrato la D.ssa Jennifer Houlth nella sua tesi di dottorato in Diritto. Questa circostanza è stata ben evidenziata al Giudice, ma evidentemente le cose dovevano andare in un certo modo e a nulla valeva rimarcare le bestialità e le falsità.

Com’è finita, o meglio non è ancora finita, questa vicenda? Lo leggete qua.

PERIZIE E CTU

Inauguro questa sezione del blog per parlare di perizie e CTU, in particolare quelle svolte in un particolare settore che riguarda nel penale i processi di abusi sessuali sui minori e nel civile le vicende di separazione e affidamento dei minori.

Nel corso della mia carriera professionale ne ho svolte tantissime di consulenze, preferibilmente di parte (per motivi che non sto qui a specificare non ho mai richiesto l’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici dei tribunali), in vari campi, dall’invalidità lavorativa al risarcimento danni per incidenti stradali, nel campo del mobbing, stalking, ecc.

Il particolare settore delle perizie e consulenze per abusi sessuali sui minori, separazioni e affidamento minori mi vede impegnato da alcuni anni e in questi pochi anni ho visto di tutto; superficialità, approssimazione, incoerenza, incompetenza, ignoranza, a volte vere e proprie falsità spacciate per scienza.

A questo punto credo sia il caso di cominciare a rendere pubbliche alcune di queste bestialità e soprattutto di organizzarsi per contrastare efficacemente questo tipo di CTU.

NON È UNA PATOLOGIA

Il riferimento è alla cosiddetta sindrome di alienazione genitoriale (PAS) ribattezzata alienazione parentale in seguito alla dichiarazione del Ministro della Salute e alla sentenza della Suprema Corte di Cassazione; sulla stessa linea si pronunciò il Tribunale di Milano non ammettendo una CTU basata sulla PAS. Di recente, sempre il Tribunale di Milano si è pronunciando in un’altra vicenda affermando che il comportamento, cosiddetto, alienante della madre non è una patologia ma è un comportamento illecito.

Dopo tutte queste autorevoli pronunce, sia di parte medica sia di parte giuridica, dovrebbe essere chiaro a tutti, psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili, che la cosiddetta alienazione parentale non è una patologia.

Chiarito questo concetto fondamentale vediamo di chiarire alcune altre cose.

Una prima cosa che non si comprende è perché si continuino a disporre CTU nei casi di rifiuto del minore visto che quello che si tratta di accertare non è una eventuale patologia ma solo un comportamento illecito; una CTU psicologica o psichiatrica è comprensibile qualora ci sia la necessità, ai fini della decisione giudiziaria, di accertare eventuali patologie di cui siano portatrici le parti. È il caso, per esempio, della valutazione della capacità civile che può essere inficiata da una infermità psichica, o della valutazione di una invalidità lavorativa, del danno biologico risarcibile, o, nel penale, di accertare una infermità che riduca l’imputabilità.

In tutti questi casi la CTU, o perizia, ha un senso per fornire al Giudice l’ausilio di cognizioni tecniche che non possiede; è così nei casi di patologie da accertare. Ma se si tratta solo di accertare dei comportamenti illeciti? Qual è l’utilità del CTU? Cosa può dire un CTU in merito a comportamenti illeciti? A meno che non sia specializzato in “illecitologia”, mi si consenta il neologismo. Ma questa specializzazione non fa parte degli ordinamenti accademici attuali né è oggetto di insegnamento nelle facoltà mediche e psicologiche.

Parlando di comportamento illecito siamo quindi in un ambito squisitamente giuridico.

Ma a questo punto s’impongono una serie di punti fermi dai quali non si può debordare, pena la commissione di altri e più gravi illeciti.

Il primo di questi punti è il seguente: il fatto che si osserva in alcune separazioni, impropriamente definite conflittuali, è il rifiuto del minore verso la relazione con un genitore (di solito il padre); dico impropriamente definite conflittuali perché queste sono separazioni che fanno seguito a presunta violenza in famiglia o a presunti abusi sessuali sul minore.

Entrambe queste due ultime situazioni ricadono nell’ambito di applicabilità della Convenzione di Istanbul, art. 26 e soprattutto art. 31 per il quale al momento di stabilire l’affidamento dei minori si devono tenere nel debito conto gli episodi di violenza che si sono verificati in costanza di matrimonio e dopo la separazione coniugale. Tenere nel debito conto significa che il genitore violento, sia come coniuge o ex-coniuge sia come genitore, non è un buon genitore.

In alcune di queste separazioni si osserva quindi il rifiuto del minore verso un genitore; questo è il fatto. Questo fatto trova la sua spiegazione nel comportamento illecito dell’altro genitore (alienazione parentale, condizionamento del minore, o altro) o può essere altrimenti spiegato?

In una nota sentenza, che rappresenta un vero trattato di logica, la Suprema Corte di Cassazione chiarisce che un evento (il fatto) “può trovare la sua causa alternativamente in diversi fattori” (Cass. Pen., n. 43786/2010).

È quindi sbagliato, sul piano logico, affermare che il rifiuto del minore verso trova la sua causa solo ed esclusivamente nel comportamento illecito dell’altro genitore. Non prendo nemmeno in esame l’ipotesi di alcuni che parlano di rifiuto immotivato perché ipotesi del tutto insensata.

Di fronte al fatto-rifiuto deve quindi darsi luogo a un’indagine causale che, per citare ancora la Cassazione deve necessariamente essere “quella della pluralità delle cause”.

Il secondo punto attiene alla teoria dell’attaccamento, di Bowlby.

Secondo la teoria dell’attaccamento, sinora non confutata, il bambino possiede una predisposizione biologica a sviluppare un legame di attaccamento nei confronti di chi si prende cura di lui. L’organizzazione del sistema dell’attaccamento comincia nelle fasi precoci della vita e raggiunge la sua piena maturazione al termine del primo anno di vita. La figura principale di attaccamento è la madre seguita poi dal padre e da altre persone che ruotano intorno alla vita del bambino.

Il bambino ha la predisposizione biologica a stabilire legami di attaccamento con gli adulti che gli danno sicurezza; ma se il comportamento dell’adulto verso il bambino è ambivalente, il legame di attaccamento ne risentirà.

La maggior parte degli studi sull’attaccamento riguardano il legame madre-bambino ma è indubbio che un comportamento poco consono del padre avrà delle ripercussioni negative sul legame di attaccamento dei figli, che può giungere anche al rifiuto della relazione.

Ecco, su questo dovrebbero impegnarsi gli psicologi invece di andare alla ricerca di malattie inesistenti.

Il terzo punto è quello che riguarda la sostanza del presunto condizionamento del minore, altrimenti detto alienazione parentale; dovrebbe essere ormai acclarato che non si tratta di una malattia, di una patologia. Assodato questo, vediamo di capirci qualcosa di più.

La Corte Costituzionale nella storica sentenza che portò all’abrogazione del reato di plagio così si espresse: “La formulazione letterale dell’art. 603 prevede pertanto un’ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo risultato non essendo né individuabili né accertabili le attività che potrebbero concretamente esplicarsi per ridurre una persona in totale stato di soggezione, né come sarebbe oggettivamente qualificabile questo stato, la cui totalità, legislativamente dichiarata, non è mai stata giudizialmente accertata. Presupponendo la natura psichica dell’azione plagiante è chiaro che questa, per raggiungere l’effetto di porre la vittima in stato di totale soggezione, dovrebbe essere esercitata da persona che possiede una vigoria psichica capace di compiere un siffatto risultato. Non esistono però elementi o modalità per potere accertare queste particolari ed eccezionali qualità né è possibile ricorrere ad accertamenti di cui all’art. 314 c.p.p. (oggi art. 220 cpp) non essendo ammesse nel nostro ordinamento perizie sulle qualità psichiche indipendenti da cause patologiche. Né è dimostrabile, in base alle attuali conoscenze ed esperienze, che possano esistere esseri capaci di ottenere con soli mezzi psichici l’asservimento totale di una persona” (Corte Cost., sentenza n. 96/1981).

Per chi sa leggere, i concetti sono abbastanza chiari.

Nel commentare questa sentenza il Prof. Giovanni Flora, Docente di Diritto penale, esaminando la cosiddetta azione plagiante ha scritto: “Specificando ulteriormente, questa non potrà che assumere veste di continuità ed essere dolosamente indirizzata a determinare un vero e proprio stato di isolamento dagli altri del soggetto passivo con impedimento ad attingere a fonti diverse da quelle imposte dallo stesso soggetto attivo e con deterioramento della capacità di autodeterminazione”.

I bambini che sarebbero alienati dalle madri sino al punto di rifiutare la relazione con il padre sono bambini isolati dai coetanei, dal contesto di vita scolastico, ludico, ecc? O sono bambini socievoli, con ottimo inserimento scolastico ed extra-scolastico, e come tali non condizionabili, non manipolabili, non alienabili?