LE CONDOTTE ALIENANTI-1

Si tratta del nuovo mantra dei sostenitori della PAS.
Persa la partita con il DSM-III nel 1985, Gardner fu il primo a sostituire l’espressione PAS con quella di alienazione parentale, pensando così di poter sfuggire alle critiche della comunità scientifica (due psicologhe giuridiche italiane, venete, sostengono invece di essere state loro per prime a parlare di alienazione parentale; le manie di grandezza non hanno limiti).
Poi arrivò Bernet che in combutta con la Baker tentò di giocarsi la carta del PAD, disturbo di alienazione parentale, con il DSM-5; ma ha perso anche lui. Alla fine Bernet se ne è venuto fuori col fatto che comunque l’alienazione parentale è tra le pagine del DSM-5 in forma di spirito. Segno di non perfetta salute mentale.

Sempre Bernet, con i suoi accoliti, ha poi tentato un nuovo bluff, giocando la carta del disturbo/problema relazionale con l’ICD-11, perdendo nuovamente la partita. Concetto privo di logica perché se proprio nel rifiuto si vuole vedere un problema relazionale è chiaro che questo problema esiste tra il bambino che rifiuta e il genitore rifiutato.
In Italia c’è stata la fase delle sapientine romane del rifiuto immotivato, subito abortita.
Poi è arrivato il piripacchio, cioè chiamiatela come vi pare ma esiste. Poi il bambino adesivo e la madre assorbente, tanto da far pensare che gli psicologi giuridici i loro corsi di formazione li facciano nelle copisterie.

Adesso è la fase delle “condotte alienanti che non richiedono studi scientifici”; condotte fognarie ovviamente.
Eh, sì, perché appena si tenta un approccio scientifico alle loro concezioni le stesse franano miseramente, come castelli di sabbia o di fango; quindi niente studi scientifici.
L’espressione è stata usata da uno psicologo giuridico in un suo scritto e ripresa da un avvocato-giornalista in una intervista.

Ma cosa sarebbe una condotta alienante? In cosa consiste? Chi lo dice che quella condotta sia alienante? Sulla base di quali studi? Ah, già è vero, non necessitano di studi scientifici.
Quali prove allora portano nel processo per sostenere questa condotta alienante di un genitore?
Nulla, né prove né studi scientifici; pretendono che gli si creda sulla parola.

Se proprio si vuole parlare di comportamenti di un genitore che allontanano i figli da lui stesso parliamo di violenza in famiglia, abusi sessuali sui figli, ma anche pressioni psicologiche; sono proprio i bambini che ne fanno testimonianza e in realtà le stesse allontanano i figli proprio dal genitore che le mette in atto.
Ma loro non si rassegnano alla realtà, tanto da giungere, contraddicendosi, a parlare di alienazione parentale causata dal genitore non collocatario, pur di mantenere il punto, e cioè screditare la testimonianza dei bambini e tutelare il genitore maltrattante, violento o abusante. E di quest’ultima trovata, cioè dell’accusa di alienazione parentale non più al genitore collocatario ma a quello non collocatario, ho ben tre casi, uno a Bari, uno a Milano e l’ultimo a Venezia. Davvero una bella coerenza.