BUONE PRASSI? – III PARTE

Proseguo l’analisi del documento sulle ‘buone prassi’.

Paragrafo 1: “Può avvenire che uno o più figli, attraverso comportamenti espliciti e/o impliciti di uno dei genitori, possano essere indotti a rifiutare un genitore”.

Questo concetto è sbagliato proprio sul piano psicologico.

Uno psicanalista inglese, John Bowlby, evidentemente poco noto a chi ha elaborato quel documento, ha proposto la teoria dell’attaccamento, che a tutt’oggi è la spiegazione più scientifica della natura del legame del bambino con la madre in primo luogo e poi con il padre, i fratelli, il resto della parentela, gli insegnanti, ecc.

L’attaccamento è un istinto biologico che porta il bambino a legarsi con chi si prende cura di lui perché da questo legame dipende la sua stessa sopravvivenza; la prima figura di attaccamento è, per ovvie ragioni, la madre, seguita dal padre e dalle altre persone che danno sicurezza al bambino.

Il bambino ha quindi una predisposizione biologica a legarsi con chi gli dà sicurezza e accudimento e gli adulti che rispondono a questi bisogni di sicurezza e accudimento sono quelli cui il bambino si lega maggiormente.

La qualità dell’attaccamento (sicuro, insicuro, disorganizzato) dipende dalla risposta che l’adulto dà ai bisogni di attaccamento del bambino. Se l’attaccamento madre-bambino non è sicuro la responsabilità non è del bambino né di altri ma solo della madre; analogamente, se l’attaccamento padre-bambino non è sicuro la responsabilità è solo del padre, non del bambino né della madre. Quando certi parrucconi lo capiranno le cose cominceranno a funzionare meglio.

Il perverso modello freudiano, che voleva il legame madre-figlio basato sul soddisfacimento delle pulsioni sessuali e dei bisogni di nutrizione, che sarebbero una sublimazione delle prime, è entrato definitivamente in crisi ma molti psicologi non se ne sono ancora accorti.

Il legame di attaccamento a un genitore è un istinto biologico che non può essere compromesso da “comportamenti espliciti e/o impliciti” dell’altro genitore ma solo da comportamenti incongrui del genitore che con i suoi comportamenti lo ha compromesso.

La responsabilità della rottura di un legame di attaccamento, ovvero del rifiuto della relazione con un genitore, è solo e soltanto del genitore rifiutato poiché per il bambino l’attaccamento è un istinto biologico che può essere modificato solo se il bambino ha la percezione che quel legame di attaccamento rappresenta un pericolo per lui.

Né la responsabilità del rifiuto può essere fatta cadere sull’altro genitore; nemmeno sui suoi presunti comportamenti espliciti e/o impliciti. Questa è una trappola logica di diretta derivazione della PNL e delle tecniche ipnotiche, che rappresentano il background professionale di alcuni degli autori di quel documento.

Il processo non è il luogo del ‘può avvenire’ ma di ciò che avviene, di ciò che è avvenuto, cioè il luogo dei fatti. Sono fatti i comportamenti espliciti, non sono fatti i comportamenti impliciti.

I fatti, i comportamenti espliciti, devono essere ovviamente concreti e la prova di essi deve essere fornita dalla parte che ne sostiene l’esistenza; questi fatti (presunti comportamenti alla base del rifiuto) non possono essere rilevati attraverso una CTU perché l’accertamento dei fatti sui quali basare il giudizio è compito del giudice e non può essere delegato al CTU. Siamo all’ennesimo spot pubblicitario in favore degli psicologi.

I presunti comportamenti impliciti, che non sono fatti ma solo fantasie degli psicologi, per non dire deliri, non possono nemmeno essere menzionati nel processo non essendo verificabili, accertabili, con strumenti logico-razionali

Acclarato quindi che il rifiuto è causato dai comportamenti incongrui del genitore rifiutato verso il figlio o i figli, che possono andare dalla violenza agli abusi sessuali, i provvedimenti da assumere possono essere solo quelli a protezione dei figli, e della madre, come previsto dalla Convenzione di Istanbul.

Ritorna poi il refrain sui fattori di rischio e sui danni che riceverebbe il bambino dal fatto di essere tenuto lontano dal genitore violento o abusante. Ma scherziamo? I danni psicologici i bambini li ricevono proprio dalla coabitazione con il genitore violento o abusante, non il contrario. E violenze e abusi sono sicuri fattori di rischio, come molta letteratura internazionale dimostra.

Come deve interpretarsi questa presa di posizione di molti psicologi in favore di genitori violenti o abusanti?

Infine, il trascorrere del tempo, se l’attaccamento padre-bambino è sicuro, è del tutto irrilevante e non ha alcuna conseguenza su un legame di attaccamento padre-bambino sicuro; se l’attaccamento padre-bambino è insicuro è il padre che deve rivedere il suo comportamento verso suo figlio.

Su questo devono lavorare gli psicologi, anche quelli forensi, sulla modifica del comportamento dei padri che compromette, o ha già compromesso, il legame di attaccamento con i propri figli.