IL RIFIUTO GENITORIALE: ENNESIMA MISTIFICAZIONE

Visto che la Suprema Corte di Cassazione gli ha rotto … il giocattolo dell’alienazione parentale (qui e qui), i professionisti della manipolazione hanno già trovato il nuovo giocattolo col quale gingillarsi.

Nuovo?
Nulla di nuovo sotto il sole.
Solita muffa maleodorante di violenza e pedofilia; roba da fogna insomma. 

Chi sono? Sempre loro, i sostenitori della scienza spazzatura, la PAS, poi divenuta alienazione parentale grazie a tipiche mossettine di tip-tap, poi piripacchio, poi metafora, poi fenomeno, poi problema relazionale (che qualche CTU, di quelli che vanno per la maggiore, continua a chiamare Disturbo relazionale, una cosa che non esiste proprio), madre assorbente, bambino alienato, colonizzato, arruolato nella guerra dei genitori, poi denigrazione genitoriale, poi condotte alienanti, già qualificate come l’apice della follia, e adesso, pare abbiano trovato un accordo, finalmente rifiuto genitoriale, immotivato s’intende.

E hanno pure la faccia di … bronzo di presentarlo come una novità. 
Ma egregi signori, si fa per dire, se è da anni che ci state provando!! Questa è proprio psicopatologia, e di quelle gravi.
Il rifiuto è sempre motivato, giustificato, ha sempre una sua causa. Studiatevi ogni tanto qualche libro serio di psicologia invece di abbeverarvi come pecoroni alla fonte dei sostenitori della PAS.

Che poi sono quelli delle carte di Noto, il perfetto salvacondotto per i pedofili; un po’ di senso critico ogni tanto, no?
Sono gli stessi delle buone prassi.
Gli stessi delle linee guida per l’ascolto del minore; che poi in realtà sono linee guida per il non ascolto del minore.
Gli stessi del memorandum (ma anche qui), i 111 intellettuali; intellettuali? 
Gli stessi, i 67 li ricordate? Che poi divennero 64.
Gli stessi dei fattori che riducono la credibilità dei minori, dell’amnesia infantile, ecc, ecc.

Reperita iuvant, pur sapendo che non c’è più stolto di chi non vuole ragionare.
Il rifiuto è un comportamento.
Il comportamento, anche quello di rifiuto quindi, è sempre la risposta dell’organismo, quindi della persona, di una persona, di un bambino, a uno stimolo. 
Semplificando: uno stimolo S provoca nell’organismo una risposta R. Si può ottenere una diversa risposta R solo modificando lo stimolo S.

Gli psicologi, anche se non comportamentisti, dovrebbero capirlo al volo, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. I non psicologi dovrebbero capirlo ugualmente, per esperienza di vita.
Rifiutarsi di capire un fatto così elementare è segno di malafede.
Giungere a organizzare convegni, scrivere libri, ecc, sul rifiuto immotivato vuol dire prendersi gioco del prossimo, dei convegnisti nei convegni, dei lettori per i libri e dei giudici nei tribunali.
La cosa potrebbe anche essere olimpicamente ignorata (in democrazia chiunque è libero di farsi raggirare) se non fosse per i danni che costoro causano alla società.

Se una notte d’inverno …

Ah, no, non era inverno ma circa metà mese di un disperato aprile, non ancora caldo come maggio ma non più freddo come marzo. E non era nemmeno notte.
Circumnavigando per il web m’imbattei (no, non mi battei, mi imbattei) in un centro studi; uno di quelli che hanno studiato poco, però.

Non esiste, infatti, un ‘art. 473 bis 6’ nel codice civile; nel codice civile c’è un art. 473 ma si riferisce ad altro, non al rifiuto del minore di frequentare un genitore.
L’art. 473 bis 6 di cui parla il centro studi che ha studiato poco, non è nel Cc (Codice civile) ma è nel Cpc (Codice di procedura civile); e se confondi il cc con il cpc stai messo proprio male.

Eccolo qua, l’art  473 bis 6 del cpc.

Dispositivo dell’art. 473 bis 6 Codice di procedura civile
“Quando il minore rifiuta di incontrare uno o entrambi i genitori, il giudice procede all’ascolto senza ritardo, assume sommarie informazioni sulle cause del rifiuto e può disporre l’abbreviazione dei termini processuali.
Allo stesso modo il giudice procede quando sono allegate o segnalate condotte di un genitore tali da ostacolare il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo tra il minore e l’altro genitore o la conservazione di rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”

Né si può affermare, come il centro studi fa, che il rifiuto genitoriale sia una “situazione codificata dall’art 473 bis 6”; codificare, nel Diritto, significa “dare un ordine sistematico a un complesso di norme giuridiche”.
Il rifiuto non è certo una norma giuridica!

Né, tanto meno, la frase successiva (“Fanno eccezione le ipotesi … ecc) è presente nel Cpc, art. 473
bis 6. Quindi è inventata. 
A che pro questa disinformazione e mistificazione?

Questo articolo del Cpc sancisce che, contrariamente alla prassi corrente:
a) il giudice, nel caso di rifiuto del minore verso un genitore, procede all’ascolto del minore stesso, senza ritardo;
b) il giudice assume sommarie informazioni sulle cause del rifiuto;
c) il giudice può disporre l’abbreviazione dei termini processuali;
d) il giudice procede allo stesso modo, cioè ascoltando il minore, quando sono allegate o segnalate condotte di un genitore tali da ostacolare … ecc.

Il Cpc prescrive quindi al giudice di ascoltare senza ritardo la testimonianza del minore sia in caso di rifiuto sia quando sono allegate o segnalate condotte di un genitore tali da ostacolare il rapporto con l’altro genitore.

La prassi corrente invece qual è?
Nel caso di rifiuto il giudice dispone una CTU dalla quale si aspetta una risposta.
La riforma invece dispone che il giudice, in prima persona, effettui senza ritardo l’ascolto del minore e assuma sommarie informazioni sulle cause del rifiuto.
Che sia la volta buona? Che i minori, dodicenni o infradodicenni, vengano finalmente ascoltati?

Mi sia consentito di dubitarne.
Un po’ perché i giudici, non tutti per carità, hanno poca voglia di ascoltare i minori; un altro po’ perché pure se li ascoltano non danno loro retta.
È come ascoltare un testimone ma poi non tenere conto della sua testimonianza.

Infine perché è già partita la controffensiva dei professionisti della manipolazione per non far cambiare nulla; e il centro studi di quelli che non studiano ne è un fulgido esempio.
I nostalgici della PAS, riesumata poi come alienazione parentale (dopo la dichiarazione del Ministro della salute sulla non scientificità della PAS), si sono rifugiati adesso nel ‘rifiuto genitoriale’ (dopo le pronunce della Suprema Corte di Cassazione che ha parlato di “inammissibili valutazioni di tätertyp” e di “inammissibilità dell’uso del concetto di alienazione parentale e dei suoi corollari“.

E quindi?
Ci sarà ancora da lottare. La cosa non ci spaventa certo. 
C’era una volta la PAS, la scienza spazzatura, la falsa malattia che colpiva solo le donne; ma non tutte le donne, solo quelle separate; ma non tutte le donne separate, solo quelle i cui figli rifiutavano la relazione con il proprio padre.
Dimostrammo l’inconsistenza di questo concetto e nel 2012 il Ministro della Salute gli ha rotto … il giocattolo della PAS. 
Così la PAS divenne alienazione parentale, grazie alle loro manipolazioni di bassa lega. Molti allocchi ci cascarono.
Abbiamo svelato la grossolanità di questa manipolazione, ci sono voluti circa dieci anni, ma finalmente nel 2021 e nel 2022 la Suprema Corte di Cassazione ha dato il colpo finale all’alienazione parentale. 
Ma non mollano.

La nuova mistificazione si chiama rifiuto genitoriale. E hanno pure la faccia tosta, per essere eleganti, di dire che è una situazione nuova, poco studiata sino al 2022.
Ma signor centro studi di quelli che studiano poco, cosa dite??

Nel 2018 il Centro di Studi Giuridici “Rosario Livatino”, di Roma, aveva già affermato che il rifiuto del minore verso un genitore è causato dalla paura che il bambino ha di quel genitore. E la paura è causata dai comportamenti di quel genitore nei confronti del figlio: violenza, abusi sessuali  ecc.

La questione del rifiuto è stata ben chiarita negli anni scorsi; ostinarsi ancora con la faccenda del rifiuto immotivato è segno proprio di ignoranza delle cose della psicologia; anche qui e qui.

È tutto chiaro, tutto già definito, non c’è nulla da studiare. C’è solo da proteggere il bambino allontanando da lui il genitore violento o pedofilo.

Insistere con le mistificazioni e le manipolazioni vuol dire che non si vuole proteggere il bambino ma tutelare il genitore violento o pedofilo.
Trovo inquietante il sostegno che tanti professionisti continuano a dare a questi concetti-spazzatura; che abbiano davvero ragione i ricercatori che nel 2012 hanno scritto: «Unfortunately, to get a good sense of PAS’s support, one has only to follow the money trail.»?
Per comprendere il senso del sostegno alla PAS (e ai suoi corollari, aggiungo io) bisogna solo seguire la pista del denaro. Una grande quantità di denaro, esentasse, che cambia proprietario.

I FALSI RICORDI DI ABUSI SESSUALI

Una corrente (non saprei come altro definirla) della psicologia, la cosiddetta psicologia giuridica, continua a sostenere la baggianata dei falsi ricordi di abusi sessuali; si tratta, come per la PAS, solo di una strategia processuale sostenuta dagli avvocati che difendono i pedofili, o comunque soggetti accusati di abusi sessuali su minori, spesso incestuosi, e dai loro consulenti psichiatri o psicologi.

Questa grossa sciocchezza ha trovato facile attecchimento, purtroppo, in giornalisti e youtuber poco informati che proclamano l’innocenza di condannati per fatti di pedofilia sostenendo che i bambini abusati avrebbero avuto dei falsi ricordi.
Quel che mi preme, in questa sede, è analizzare questo concetto dal punto di vista della psichiatria e della psicologia, quelle ufficiali.

I falsi ricordi sono classificati tra i disturbi della memoria; la disciplina che studia i disturbi della memoria, e delle altre funzioni psichiche (attenzione, concentrazione, ideazione, volontà, ecc.), si chiama psicopatologia.
I disturbi della memoria vengono distinti in disturbi quantitativi e disturbi qualitativi; tralasciamo i disturbi quantitativi (amnesie, ecc) e prendiamo in considerazione i disturbi qualitativi della memoria.
Come indica l’espressione stessa, si tratta di disturbi della qualità della memoria; la psicopatologia classifica i disturbi qualitativi della memoria, o paramnesie, in:
a) Allomnesie
b) Pseudomnesie
c) Criptoamnesie

Di interesse ai fini di questo post sono le pseudomnesie, definite da Ravizza e coll., coautori del Trattato Italiano di Psichiatria (1), come allucinazioni della memoria; comprendono i falsi riconoscimenti e i falsi ricordi.
Gli autori citati scrivono:

«Con il termine di falso ricordo ci si riferisce a una produzione compensatoria di fatti immaginari e fantastici in soggetti con gravi lacune mnemoniche. Un esempio paradigmatico è il fenomeno della confabulazione. La confabulazione consiste nella falsificazione della memoria che si verifica in rapporto con un disturbo amnestico di origine organica».

Proseguono con la distinzione di tale fenomeno in due forme:

1) Una confabulazione di imbarazzo, «che rappresenta il risultato diretto della perdita della memoria e richiede la presenza nel soggetto di un certo grado di attenzione. Il paziente cerca di coprire l’evidenza di un suo vuoto di memoria costruendo appositamente una scusa per giustificare un suo recente comportamento. La confabulazione di imbarazzo mette quindi in evidenza una consapevolezza sociale, per cui il soggetto si rende conto in qualche modo delle esigenze che la situazione comporta sotto il profilo sociale».
2) Una confabulazione fantastica, «che si presenta nei casi in cui il fenomeno va al di là delle esigenze sociali che vengono poste al soggetto da un vuoto di memoria: in questi casi il paziente descrive spontaneamente esperienze avventurose di natura fantastica. La confabulazione fantastica può verificarsi a seguito del deterioramento organico dovuto ad abuso di alcool e anche nel disturbo amnestico, di origine organica ma non indotto da alcool o da altre sostanze psicoattive».

Sulla confabulazione Karl Jaspers, autore del più prestigioso trattato di psicopatologia, scrive:

Per Galimberti (3)

«la confabulazione è un’attività rappresentativa che mette capo a racconti privi di rispondenza concreta, ma spesso verosimili e strutturalmente coerenti. Si distingue una confabulazione infantile in cui si esprime la tendenza a caricare di significati immaginari il mondo concreto, echeggiando fiabe, racconti fantastici, reminiscenze di avvenimenti recenti e passati con sostituzione di significati reali con significati immaginari, e una confabulazione patologica, frequente nella sindrome di Korsakov, nella demenza e in alcuni stati deliranti, dove la confabulazione svolge il ruolo di compensare i vuoti di memoria o di rendere le esperienze reali congruenti con la struttura del delirio».

Anche per la trattatistica psichiatrica più recente le confabulazioni «sono pseudoricordi che compaiono nella psicosindrome amnestica … come riempitivi dei vuoti della memoria» (4).

Come si vede, per la psichiatria e, credo anche, per la psicologia il falso ricordo o confabulazione ha lo scopo di ‘compensare’, per così dire, una perdita della memoria più o meno rilevante; per questo motivo la confabulazione, o falso ricordo, si osserva nei casi di deterioramento organico delle funzioni cognitive, di natura degenerativa (demenza) o per intossicazione alcolica (sindrome di Korsakov).
Questa è la confabulazione o falso ricordo per la psichiatria e la psicologia ‘ufficiali’, quelle che si riconoscono nelle classificazioni internazionali delle malattie (ICD e DSM), nei trattati e nei testi più autorevoli di psichiatria e di psicologia; il resto è paccottiglia antiscientifica di bassa lega.
Il peculiare concetto di falso ricordo di abusi sessuali, sostenuto dalla psicologia giuridica, non trova riscontro alcuno nei testi scientifici di psichiatria e psicologia, ed è pertanto antiscientifico, falso a sua volta. Ma è di gran moda, per così dire, prevalente soprattutto nei tribunali e porta all’assoluzione degli accusati di abusi sessuali.

Ho cercato la descrizione di questo fantomatico concetto anche in testi di psichiatria forense, visto che lo stesso viene utilizzato nel corso di processi per abusi sessuali su minori; il testo di psichiatria forense più accreditato è senz’altro il trattato di Ugo Fornari. Ebbene di questo concetto del falso ricordo di abusi sessuali subiti nell’infanzia non vi è traccia né in una vecchia edizione (5) che ho utilizzato per la preparazione dell’esame di idoneità nazionale a Primario di Psichiatria, né in quella più recente (6).
Insomma, per la psichiatria, la psicologia, e la psichiatria forense il concetto di falso ricordo di abusi sessuali subiti nell’infanzia è inesistente.

A questo punto è bene che i Giudici si facciano più attenti nella nomina dei consulenti e dei periti, non fidandosi più dei venditori di fumo, di coloro che sostengono falsità scientifiche come la PAS, l’alienazione parentale, l’amnesia infantile, i falsi ricordi di abusi sessuali, il rifiuto immotivato (qui e qui, ecc.; poiché una giustizia basata su falsità scientifiche è una falsa giustizia.

BIBLIOGRAFIA

(1) Ravizza L, Barzega G, Bellino S, Memoria, in Trattato Italiano di Psichiatria, a cura di Pancheri P e Cassano GB. Ed. Masson, 2002.
(2) Jaspers K (1959), Psicopatologia generale. Il Pensiero Scientifico Editore, 2000,
(3) Galimberti U, Enciclopedia di psicologia. Garzanti, 2002.
(4) Scharfetter C, Psicopatologia generale. Giovanni Fioriti Editore, 2005.
(5) Fornari U, Psicopatologia e Psichiatria Forense. UTET, 1989.
(6) Fornari U, Trattato di Psichiatria Forense. UTET Giuridica, 2015.

DISINFORMAZIONE E FALSITÀ SCIENTIFICHE NEI MEDIA E NEI TRIBUNALI

Questo post ci porta indietro di qualche anno, per l’esattezza verso la fine del mese di giugno del 2019 quando un pericoloso virus ha colpito le redazioni di molti giornali.

Si è trattato del virus della disinformazione; un virus che ha causato il blackout dell’intelligenza dei direttori di questi giornali.

Sì, perché solo un blackout dell’intelligenza può spiegare articoli come questi. Si tratta di importanti quotidiani di rilievo nazionale non di giornaletti scandalistici. E di giornalisti professionisti.

Ulteriori articoli del medesimo tenore si possono trovare a questo link.

In ultimo Repubblica che arriva a creare il collegamento tra i fatti di Bibbiano e fatti di circa 30 anni prima che videro condannati con sentenze definitive alcuni pedofili.

Fatti che non hanno alcun elemento in comune se non quello voluto da Repubblica, creato unicamente per sponsorizzare il podcast “Veleno”, pubblicato proprio da Repubblica, e il libro dal medesimo titolo, scritti da un giornalista che ha sposato la tesi dell’innocenza di condannati per pedofilia con sentenze definitive.

Ben 70 giudici, tra Primo grado, Appello e Cassazione, al termine dei processi hanno ritenuto quei soggetti colpevoli di abusi sessuali in danno di minori mentre questo giornalista li ritiene innocenti. Ma andiamo avanti. Psicologi che fanno l’elettroshock ai bambini? Sarebbe bastata una semplicissima ricerca in rete per scoprire che:

1) L’elettroshock viene effettuato da medici e non da psicologi.

2) Può essere fatto esclusivamente in ospedale e non in una stanza di psicoterapia.

3) Il paziente è disteso su una lettiga e non seduto su di una sedia

4) Il paziente viene anestetizzato e intubato, quindi è necessaria la presenza di un anestesista.

5) L’elettroshock viene fatto solo nei casi di grave depressione con elevato rischio di suicidio, quindi in persone adulte e non nei bambini; anzi oggi non lo fa quasi più nessuno.

Ci voleva tanto a informarsi prima di scrivere fake news? O si doveva creare il caso mediatico?

Veniamo all’altra fake new: la terapia EMDR per indurre nei bambini il falso ricordo di aver subito abusi sessuali.

Cominciamo con la terapia EMDR.

Il paziente è sveglio, e non ipnotizzato (come dichiarato da uno psichiatra bolognese, seguace della psicologia giuridica, in una recente intervista); il paziente deve seguire con gli occhi le dita del terapeuta, seduto di fronte, che vengono fatte oscillare orizzontalmente da destra a sinistra e da sinistra a destra. Tutto qui. Nessuna suggestione nessuna induzione di falsi ricordi.

Nel corso della terapia EMDR possono emergere eventuali ricordi traumatici presenti nell’inconscio. Un po’ come accade nei sogni; il sogno avviene durante la fase di sonno REM, caratterizzata dai rapidi movimenti oculari. Sui ricordi emersi si lavora psicologicamente per rielaborarli in maniera da attenuare la sofferenza del paziente; e la sofferenza di chi ha un disturbo da stress post-traumatico è davvero tanta.

Nei bambini invece dei movimenti oculari si può usare, come stimolazione alternata destra-sinistra, il cosiddetto abbraccio della farfalla o la vibrazione prodotta da piccoli stimolatori che si tengono nelle mani (ved. immagini); vibrazione come quella dei cellulari. Nessuna corrente elettrica, nessun elettroshock; tra l’altro nell’elettroshock gli elettrodi vengono applicati alle tempie e non alle mani.

I FALSI RICORDI

La tesi dei falsi ricordi di abusi sessuali è sostenuta da avvocati che difendono persone accusate di aver commesso abusi sessuali su minori e da psicologi e psichiatri consulenti di questi avvocati. Consulenti che per sostenere una tesi che proprio non sta in piedi ricorrono a concetti privi di validità scientifica, come i falsi ricordi, l’amnesia infantile, l’alienazione parentale ecc.

I falsi ricordi: il concetto dei falsi ricordi nasce negli USA nel 1992 sostenuto da un’associazione creata da genitori accusati dai figli di abusi sessuali incestuosi, chiamata False Memory Syndrome Foundation.

È come se i mafiosi creassero un’associazione per dire che la mafia non esiste.

Questa fondazione non c’è più dal 2019 ma la disinformazione continua ancora oggi e gli psicologi giuridici la sostengono con vigore. Da oltre 20 anni gli psicologi giuridici diffondono falsità scientifiche nei tribunali, le insegnano nelle università, nei master, nei corsi di formazione per avvocati, giudici, assistenti sociali, mediatori familiari, ecc.

Ci sono ricerche scientifiche importanti che hanno dimostrato che se è possibile, in una minoranza di bambini, il 15%, indurre il falso ricordo di un episodio plausibile, es. essersi perso in un supermercato, è praticamente impossibile indurre il falso ricordo di un fatto non plausibie, come l’aver subito un abuso sessuale (nello studio veniva utilizzato come falso ricordo l’aver subito un clistere da piccoli).

L’amnesia infantile

Ecco che cosa intendono gli psicologi giuridici per amnesia infantile.

Queste immagini sono tratte da tre perizie svolte per il caso di una bambina che accusava il padre di abusi sessuali; conosco il caso perché sono stato consulente della madre della bambina. Le perizie sono state svolte, rispettivamente, da uno psicologo di Pisa come CTU, e da uno psicologo di Padova docente universitario e uno psichiatra di Bologna, questi ultimi consulenti del padre della bambina; tutti associati alla psicologia giuridica,

Ebbene ciò che scrivono questi tre periti è completamente falso; e, lo ripeto, da oltre 20 anni gli psicologi giuridici diffondono nei tribunali falsità scientifiche e le insegnano nella università, ecc.

Il concetto di amnesia infantile è stato introdotto da Freud nel 1905 per indicare la tipica amnesia che da adulti non ci consente di ricordare alcuni episodi della nostra infanzia. L’amnesia infantile riguarda quindi gli adulti; nella versione degli psicologi giuridici riguarderebbe invece i bambini. Cioè secondo loro i bambini sarebbero degli smemorati; ma solo quando dicono di aver subito abusi sessuali.

Per sostenere questa assurdità gli psicologi giuridici sono arrivati a falsificare i dati della ricerca scientifica. Ecco un esempio.

Secondo questo grafico il numero di episodi che un bambino sarebbe in grado di ricordare è tanto minore quanto minore è l’età del bambino. Il grafico è vero ma la didascalia è falsa.

Questo l’articolo originale e questa la vera didascalia; lo studio è stato svolto su soggetti adulti, e non su bambini, e dimostra solo che il numero di ricordi evocati da parole stimolo è basso quando da adulti si cerca di ricordare episodi della prima infanzia.

Quindi la tesi dell’amnesia infantile, versione psicologia giuridica, è falsa. Queste falsità portano i tribunali ad assolvere gli adulti dalle accuse di abusi sessuali sui bambini.

Sulla capacità di memoria dei bambini, anche piccolissimi, c’è questo importante studio; c’è anche la traduzione in italiano che ho messo sul mio sito.

La conclusione è intuitiva: una giustizia che poggia su falsità scientifiche è una falsa giustizia. Da oltre vent’anni, in Italia, in molti processi per l’affidamento dei minori viene applicata una falsa giustizia.

ANCORA CON IL RIFIUTO IMMOTIVATO

Post lungo ma necessario.

Mi dicono sia stato pubblicato un libro dove si parla ancora di rifiuto immotivato; inteso nel contesto di separazioni coniugali che fanno seguito a violenza in famiglia o addirittura ad abusi sessuali incestuosi di uno dei due genitori sui figli.
Separazioni che le autrici di questo libro si ostinano, cocciutamente, a definire come separazioni conflittuali; sono le solite che ancora amano l’alienazione parentale ma hanno timore a parlarne e così s’inventano di tutto.

Naturalmente, non perderò il mio tempo a leggere questo inutile libro; mi limito a riportare quanto dichiarato da una della coautrici in una intervista.
«Il rifiuto genitoriale è una condizione di rottura della relazione genitore-figlio a seguito di separazione o divorzio, in assenza di violenza e maltrattamenti. Il rifiuto del figlio verso uno dei due genitori è, in altre parole, immotivato» e ancora: «Attraverso questo libro abbiamo voluto proporre buone prassi specialistiche, per intervenire nei casi di rifiuto immotivato. La nostra proposta di intervento prevede una collaborazione tra Magistratura e intervento psicologico, non tralasciando l’importanza della collaborazione di entrambi i genitori».

Questa nuova mistificazione, e cioè l’esistenza del rifiuto immotivato di frequentare un genitore dopo la separazione coniugale, risale a qualche anno fa ed è stata da me puntualmente criticata e smentita, dapprima con un post sul mio sito, poi nel corso di un convegno a Roma (dalla pagina 8 in poi). Per chi volesse consultare l’articolo del Messaggero, che cito nella mia relazione, il link è questo; da sottolineare l’affermazione senza senso dell’avvocata intervistata: “Aumentano i casi di rifiuto anche perché non esiste il riconoscimento scientifico e giuridico della Pas (sindrome alienazione parentale)“. Più di recente sono intervenuto sulla questione con un post sul mio blog.

Ma per insistere così tanto, pubblicarci un libro, ecc, mi fa pensare che gli interessi economici in ballo siano davvero rilevanti, altrimenti non si spiega tanta pervicacia nel sostenere un concetto, quello di rifiuto immotivato, che è un non senso psicologico, come andrò a spiegare di seguito. Eh sì, se si pensa che una singola CTU viene a costare dai 3.000 ai 4.000 euro, con 3-4 CTU al mese (ma sono molte di più) ci si assicura un bel reddito al quale è difficile rinunciare; per non parlare del cosiddetto indotto delle CTU, test psicologici, centri per il recupero della genitorialità (?), curatori del minore, tutori del minore, comunità per minori, ecc.

Se si aggiunge a tutto questo la circostanza che una delle autrici mostra una certa propensione ad ‘aggiustare’ i risultati dei test psicologici da lei stessa somministrati, come si può vedere dall’immagine a lato, si ha un quadro dellla psicologia romana davvero sconfortante.

Adesso ci riprovano, addirittura con l’avallo dell’Ordine degli psicologi della Regione Lazio e dei Giudici della Sezione famiglia del Tribunale di Roma che, condizionati da questa psicologia di bassa lega, tendono sistematicamente a derubricare la violenza intrafamiliare a conflitto.
Spiace quindi dovere, per l’ennesima volta, riprendere questi temi e cioè rimarcare la differenza abissale che c’è tra conflitto e violenza e la impossibilità logica che possa esistere un comportamento di rifiuto senza una motivazione alla sua origine.
Cominciamo nuovamente dall’ABC, come si fa all’asilo.

CONFLITTO: conflitto, interpersonale s’intende, è una situazione in cui c’è una diversità di vedute tra due o più persone.
Naturalmente, nella famiglia, unita o separata, il conflitto relazionale può riguardare vari aspetti ma, se è solo conflitto, sempre conflitto rimane, cioè una diversità di vedute che in qualche modo trova una sua più o meno pacifica composizione tra i membri della relazione conflittuale.
Non possono trovare composizione, invece, le relazioni familiari fondate sulla violenza, sulla sopraffazione di una parte sull’altra, solitamente dell’uomo sulla donna, o addirittura caratterizzate da abusi sessuali incestuosi.
Passiamo così al secondo paragrafo.

VIOLENZA: la violenza può essere fisica, psicologica, economica, ecc.
Parlare di conflitto in situazioni di violenza e di sopraffazione di una parte sull’altra denota la non conoscenza delle dinamiche relazionali, quando non la malafede.
Non parliamo, poi, se in quella famiglia ci sono stati abusi sessuali!
E hanno persino l’ardire, i professionisti di cui sopra, di sostenere che i bambini esposti a, o vittime essi stessi di, violenze o abusi sessuali non debbano manifestare il rifiuto di frequentare il genitore responsabile di comportamenti così esecrabili; perché sarebbe un rifiuto immotivato.
Non sfuggirà, nemmeno al più sprovveduto degli psicologi, che nella relazione conflittuale le due parti sono su un piano di parità relazionale mentre nelle relazioni basate sulla violenza il partner violento colloca se stesso sempre in una posizione di superiorità rispetto all’altro (posizione one-up secondo la terminologia sistemica). E questo lo si vede facilmente dalla svalutazione sistematica delle parole e delle azioni dell’altro, dalla denigrazione verso l’altro, dalla imposizione del proprio punto di vista sempre e comunque, anche ricorrendo a minacce di vario tipo.

Se oltre alla violenza psicologica, di cui sopra, c’è anche violenza fisica, allegata e descritta in maniera lineare e coerente da chi l’ha subita, quando non provata da referti medici, e violenza economica provata, quest’ultima, dal fatto stesso che una delle due parti non è disposta a farsi carico delle spese di mantenimento dei figli, il rifiuto, di questi ultimi di frequentare il genitore violento, è più che motivato.
Dice, ma non spetta al CTU accertare la violenza; certo che no, beata ingenuità. Sostenendo però che il rifiuto sia immotivato il CTU effettua comunque un accertamento, sia pure in negativo, della allegata violenza.

Mi spiego meglio: se l’accertamento di un fatto non mi compete io, in quanto CTU, su quel fatto non mi pronuncio affatto, né in positivo (“sì il rifiuto è motivato dalla violenza“) né in negativo (“no il rifiuto non è motivato dalla violenza“). Ma se io sostengo che il rifiuto è immotivato, per il fatto stesso di aver fatto un’affermazione del genere ho effettuato un accertamento in negativo della violenza o dell’abuso sessuale; sto negando cioè che il rifiuto è motivato dalla violenza o dall’abuso sessuale. Sto quindi contraddicendo la premessa dalla quale sono partito, e cioè che non compete a me l’accertamento della violenza.

Del resto cosa affermano nella su citata intervista? «In assenza di violenza e maltrattamenti …»; si sono quindi arrogate il diritto, pre-giudiziale, di giudicare che non c’è stata violenza pur quando dichiarata da una delle parti o dai bambini.

RIFIUTO: acclarato quindi che non compete al CTU, sia esso psicologo, psichiatra o neuropsichiatra infantile, accertare se tra le motivazioni del rifiuto dei figli di frequentare un genitore, ci sia la violenza di quel genitore sull’altro e sui figli stessi, e ciò, come già detto, né in positivo (“sì il rifiuto è motivato dalla violenza“) né in negativo (“no il rifiuto non è motivato dalla violenza“), non può il CTU da un lato sostenere che il rifiuto è immotivato ma poi affermare che è indotto, motivato dal presunto condizionamento dell’altro genitore sui figli.

È lapalissiano che se il rifiuto verso un genitore fosse davvero immotivato non potrebbe trovare come motivazione neanche il presunto condizionamento del minore da parte dell’altro genitore.

Dice, ma allora cosa deve fare il CTU in presenza del rifiuto? Premesso che la CTU è del tutto inutile in questi casi, così come inutili sono i test psicologici, a mio modesto parere il CTU deve limitarsi a segnalare al Giudice la presenza del rifiuto e l’eventuale allegazione di violenze o abusi sessuali quali possibili cause del rifiuto stesso. Dopodiché spetta all’autorità giudiziaria l’ulteriore accertamento, con gli strumenti istruttori propri del processo (testimonianze, registrazioni, documentazioni, ecc).

Nelle tante CTU che ho seguito, in presenza o leggendo tutti gli atti, sistematicamente i CTU ma anche i Servizi sociali svalutano la parole dei bambini, con affermazioni quali “forse ti sei sbagliato“, “forse hai frainteso“, ecc. Qui e qui un esempio di incontri cosiddetti protetti da parte dei Servizi sociali.

Non sfuggirà, al lettore attento, che la relazione che le istituzioni (CTU, Servizi sociali, curatori, tutori, gli stessi magistrati) stabiliscono con madri e bambini mostra una certa analogia con le relazioni basate sulla violenza (posizione one-up).
E proprio sul rifiuto è da registrare, ma queste psicologhe sono di memoria breve, l’illuminato parere di illustri giuristi che sul rifiuto si sono così espressi:

«Accreditati studi scientifici frutto di ricerche di psicobiologia nel campo delle neuroscienze affettive insegnano che quando un bambino si sente a disagio con un genitore ed evita la frequentazione con lo stesso, nella quasi totalità dei casi lo fa perché ha paura e la paura – un’emozione primaria, istintiva, non condizionata – è in genere provocata dal comportamento violento (fisico o anche solo verbale) del genitore rifiutato, se non addirittura da abusi sessuali o atteggiamenti che mettono il minore a disagio».

I giuristi conoscono gli studi scientifici di psicobiologia nel campo delle neuroscienze affettive, queste psicologhe non ne hanno, evidentemente, mai sentito parlare.
E passiamo così al terzo paragrafo.

COMPORTAMENTO:
Il rifiuto, verso una situazione, una persona, un ambiente è un comportamento; cos’è il comportamento?
La Treccani online lo definisce come «Il complesso coerente di atteggiamenti assunti in reazione a determinati stimoli».
Il comportamento è l’«Insieme stabile di azioni e reazioni di un organismo a una stimolazione proveniente dall’ambiente esterno (stimolo) o dall’interno dell’organismo stesso (motivazione)»; così Umberto Galimberti nella sua Enciclopedia di psicologia.
E Virgilio Lazzeroni nell’Enciclopedia Medica Italiana: «Considerato dal behaviorism come “un insieme di reazioni adattive obiettivamente osservabili che un organismo, generalmente provvisto di sistema nervoso, compie in risposta a stimoli del pari osservabili che provengono dall’ambiente in cui vive” (Tilquin, 1948), il comportamento è oggi inteso quale una funzione dell’organismo manifestantesi nelle diverse specie, indipendentemente dalla complessità del sistema nervoso, come una risposta (R) che adatta l’organismo stesso al variare delle condizioni interne ed esterne originanti lo stimolo (S)».

Il comportamento, anche quello di rifiuto, è sempre una risposta dell’organismo a uno stimolo; quindi è sempre motivato.

Credo di non avere altro da aggiungere.

Se si vuole ottenere una diversa risposta (R) occorre modificare lo stimolo (S) che ha provocato quella risposta. Ciò che deve modificarsi, quindi, non è il comportamento di rifiuto del bambino (R) ma il comportamento violento o abusante del genitore (S) che ha causato il comportamento di rifiuto. Se ne deduce che è del tutto inutile rinchiudere il bambino in una comunità per minori, per “fargli cambiare idea” sul genitore violento o abusante; è solo una tortura psicologica. È il genitore rifiutato che deve modificare il suo comportamento verso il figlio se vuole ottenere la cessazione del rifiuto.

LA CASISTICA
Nell’articolo di cui in apertura vengono citate alcune percentuali di una casistica delle autrici del libro; riporto di seguito alcuni dati di una mia casistica personale.
I casi di separazioni da me seguiti sono 107; i minori coinvolti sono 137, 76 maschietti (55,47%) e 61 femminucce (44,53%).
Il genitore rifiutato è il padre dal 97,8% dei bambini (133), la madre dal rimanente 2,92% dei bambini (4); in nessun caso ho osservato quello che le autrici del libro chiamano rifiuto ‘incrociato’ (un figlio rifiuta il padre e un altro la madre, nella stessa famiglia).
Da sottolineare che tra i minori che rifiutavano il padre sono ricompresi anche tre bambini uccisi dal padre, uno durante un cosiddetto incontro protetto e altri due mentre pernottavano dal padre.
Il motivo del rifiuto è la violenza per 107 bambini (78,10%), l’abuso sessuale per 12 bambini (8,76%) e la trascuratezza o il disinteresse per 59 bambini (43,07%); molto spesso la trascuratezza o il disinteresse sono associati alla violenza o all’abuso sessuale, solo per 14 bambini il rifiuto è stato causato dalla sola trascuratezza o disinteresse del genitore (es. mancato ricordo delle ricorrenze, onomastico, compleanno, ecc, non seguirli nel percorso di studi o negli svaghi, ecc).
In nessuno dei casi da me esaminati ho osservato un rifiuto immotivato.

41 BIS

Si tratta di un regime carcerario particolarmente duro comminato ad autori di reati efferati, di solito commessi da affiliati a organizzazioni mafiose; la discussione su questo regime carcerario si è accesa in questi giorni per via dello sciopero della fame dichiarato a oltranza da un anarchico condannato appunto al 41 bis.

Pare che questo regime presenti alcuni aspetti di incostituzionalità; senza entrare nel merito di tale discussione, cosa oltretutto che non mi compete, voglio qui parlare delle migliaia di bambini ‘condannati’, in un certo senso, a un regime analogo nelle comunità per minori da tribunali della Repubblica italiana, senza che abbiano commesso alcun reato.

Nei nostri tribunali, tribunali dei minori e sezioni famiglia dei tribunali ordinari, accade infatti che quando i bambini rifiutano la relazione con un genitore, di solito il padre, per motivi di violenza o abusi sessuali vengono rinchiusi in comunità per minori contro la loro volontà per essere “resettati“, “deprogrammati“; nella sostanza vi rimangono fino a quando ritrattano le accuse e accettano la frequentazione con il padre, a volte sino alla maggiore età.

Durante il periodo di ‘detenzione’ in tali comunità viene disposto dai giudici l’interruzione di ogni rapporto con le madri e con tutti i familiari del ramo materno, il divieto di comunicare con l’esterno (amici, ecc.) viene cambiata loro la scuola, vengono tolti telefonini e quant’altro; ove i bambini protestino vengono sottoposti a terapie farmacologiche calmanti che annientano la loro volontà.

Queste modalità vengono addirittura preconizzate da professionisti afferenti alla psicologia giuridica che in un loro articolo parlano addirittura di “parentectomia” (cfr Camerini GB, Magro T, Sabatello U, Volpini L: La parental alienation: considerazioni cliniche, nosografiche e psicologico-giuridiche alla luce del DSM-5. Gior Neuropsich Età Evol 2014;34:39-48).
Parentectomia: un qualcosa di allucinante, roba da Gestapo nella sostanza.
L’uso del termine parentectomia risale a uno psicanalista squilibrato, Bruno Bettelheim; riteneva infatti che la causa dell’autismo infantile fosse il rapporto del bambino con la madre e da qui la necessità, secondo la sua teoria sballata, di staccare la madre dal bambino. Naturalmente questa teoria è stata sconfessata dagli studi successivi sull’autismo, ma sembra che qualcuno ancora non lo sappia.

Parentectomia: un termine che richiama l’asportazione dei tumori (tiroidectomia, mastectomia ecc.); per gli autori di quell’articolo evidentemente le madri di questi bambini sono simili a un tumore da asportare.

Ma torniamo al 41 bis; il regime cui questi bambini sono sottoposti nelle comunità per minori, è assimilabile al carcere duro con regime di 41 bis; eppure questi bambini non hanno commesso alcun reato. Perché questo accanimento, questa crudeltà? Contro bambini innocenti? In forza di quale legge? E se il 41 bis è incostituzionale per i mafiosi, non lo è a maggior ragione per bambini innocenti?

E se i mafiosi condannati al 41 bis possono almeno ricevere la visita di parlamentari, garanti, ecc, a questi bambini è vietato tutto e i parlamentari non possono visitare queste strutture. Le comunità per minori godono di uno statuto extra-territoriale, è come se non facessero parte del territorio dello Stato italiano. O, molto più semplicemente, i giudici sanno che se qualcuno visitasse queste strutture rimarrebbe molto sorpreso dalla quantità di farmaci calmanti presenti negli armadietti delle infermerie; farmaci di solito usati per curare la schizofrenia, farmaci che devono essere prescritti da medici specialisti e somministrati da infermieri professionali. Qualcuno potrebbe cominciare a fare domande indiscrete, chiedere di prendere visione delle prescrizioni mediche, chiedere se sono in servizio infermieri professionali, ecc.

È difatti accaduto che sia stato rinchiuso in una di queste comunità un bambino affetto da epilessia e che gli operatori spesso e volentieri hanno sbagliato i dosaggi dei farmaci antiepilettici rischiando di farlo finire in coma; così come accade spesso che le madri riferiscano di trovare i loro figli, rinchiusi nelle comunità, gonfi in viso e intontiti, per probabili effetti collaterali di psicofarmaci somministrati senza criterio.

La politica si mostra sorda e cieca verso il dolore di questi bambini strappati alle madri, spesso con blitz di polizia e modalità che non si riservano nemmeno ai mafiosi. Fino a quando?

I CIALTRONI SEMPRE IN PRIMA LINEA

Sì, sembra che alcuni, tra i cosiddetti esperti di bigenitorialità, PAS, alienazione parentale, madri malevoli, bambini sultani e fetenzie varie, non sappiano proprio fare a meno di circondarsi di cialtroni; non riescono a vivere senza la claque cialtronesca dei padri rifiutati dai figli.
Se corrisponde al vero quel che dice il proverbio, e cioè “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei“, non è difficile trarne le logiche conseguenze.

Ora, Adiantum, la ben nota pseudo-associazione (che associazione non è mai stata, ai sensi di legge) pare sia sparita dal web; al suo indirizzo internet non c’è più nulla.
Il suo sé-dicente segretario (autodichiaratosi tale visto che, per quanto a me noto, Adiantum non ha mai avuto un consiglio direttivo che abbisognasse di un segretario), millantatore di master universitari che avrebbe conseguito da non laureato, capace solo di grossolane minacce (vedi immagine) adesso si è riciclato quale referente di una entità che si chiama Primero Infanzia Italia.

In attesa di scoprire cosa si nasconda dietro questa ennesima mistificazione (non va sottaciuto che le sedicenti associazioni di padri separati, composte da padri rifiutati dai figli che li accusano di violenza o abusi sessuali, mistificavano i loro reali obiettivi mascherandoli da tutela dei minori ma in realtà mirando a tutelare se stessi dalle accuse che i figli rivolgevano loro) rinfreschiamoci un po’ la memoria.

Adiantum venne ‘fondata’ nel 2008; come evidenziato al convegno internazionale di Roma, nel 2011, tra i ‘fondatori’ c’erano i firmatari, nel 2007, di un appello al sindaco di Roma a sostegno di un padre separato accusato di violenza dalla ex-moglie.

Sin dalla sua nascita, quindi, Adiantum si connota per il sostegno ai padri separati accusati di violenza in famiglia.
Consulente legale di Adiantum era, all’epoca, un padre separato accusato dai figli di abusi sessuali.
Il campo di interesse, di Adiantum e di tutte le altre associazioni o pseudo tali di padri rifiutati dai figli (GESEF, Genitori sottratti, ecc.), è quindi, da sempre, la tutela e la difesa dei padri accusati dai figli di violenza o abusi sessuali, la negazione della violenza contro le donne, la negazione degli abusi sessuali incestuosi.

Queste associazioni di padri rifiutati dai figli sono all’origine della massiccia disinformazione che è stata fatta in questi anni su temi come la violenza contro le donne e gli abusi sessuali sui minori.
A questo punto, retoricamente, mi chiedo e chiedo: possibile che nessuno, tra politici, associazioni forensi, ordini professionali, magistrati, ecc. si sia accorto di questa colossale mistificazione? Intendiamoci, non è che io abbia fatto chissà quali ricerche segrete, era tutto sul web, in chiaro.

Come era sul web in chiaro la mistificazione fatta dal sé dicente presidente di una inesistente Federazione per la bigenitorialità; ora, federazione significa, nella lingua italiana, associazione di più enti. Quali enti erano associati in questa presunta federazione? Nessuno. Eppure era, ed è, sempre presente, in prima linea appunto, adesso come sé dicente direttore di un presunto Centro Studi Applicati, anche quest’ultimo inesistente se non nella testa di questo soggetto. Sempre in prima fila, invitato da politici, associazioni forensi, ordini professionali, ecc. Ma amano tanto circondarsi di cialtroni? Quali competenze professionali ha costui, anzi costoro?

Quando sono stato invitato come relatore ad alcuni convegni, gli organizzatori mi hanno chiesto di inviare il curriculum prima di confermare la mia partecipazione; ovvio, così si fa per i convegni seri. Allora i convegni dove fanno parlare questi cialtroni senz’arte né parte, la cui unica competenza è quella di avere sfasciato la propria famiglia in malo modo (violenza o abusi sessuali) tanto da essere rifiutati dai figli, non sono convegni seri?
Sarebbero gradite delle smentite, e delle risposte serie.

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DI SCUSE E ALTRE AMENITÀ

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Sta circolando il post di un collega su mie scuse verso di lui; scuse che effettivamente ho fatto tramite l’Ordine dei medici di Lecce.
Dimentica però, il collega, di premettere che le mie scuse a lui hanno semplicemente fatto seguito alle sue scuse nei miei confronti.
Trattandosi di vicenda, per così dire, privata, tra due professionisti e i rispettivi Ordini professionali, l’averla resa pubblica tramite Facebook, è cosa altamente inopportuna. Ma questo è lo stile del collega, ha bisogno della platea dei padri accusati dai figli di violenza o abusi sessuali e altri soggetti/e del medesimo stampo.

La vicenda in sintesi.
Venuto a conoscenza di un fatto alquanto disdicevole in ordine alla sua propria genitorialità, ho fatto alcuni commenti salaci sulla bacheca di miei contatti Facebook. Commenti subito ripresi da alcuni padri separati, che evidentemente stanno a spiare i nostri profili H24, e portati a sua conoscenza; quando dico ‘nostri’ intendo di tutti coloro che fanno corretta informazione per contrastare la loro disinformazione sull’alienazione parentale; si vede che diamo molto fastidio, a loro e ai loro conti in banca.

Non avendo da replicare, il collega mi ha inviato una mail abbastanza offensiva. Ho lasciato perdere.

Successivamente, intervenendo sull’Ordinanza della Cassazione che condannava l’uso dell’espressione ‘madre malevola’, annullando una sentenza della Corte di Appello di Venezia (la famosa Ordinanza del täterpyp – sempre Venezia dove ha sede lo IUSVE, fonte primaria della disinformazione sulla PAS), il collega se ne è venuto fuori scrivendo che quella di madre malevola non è una diagnosi da fare.

Peccato, per lui, che io ho una sua relazione tecnica nella quale, proprio lui, ha fatto questa diagnosi a una madre la cui figlia rifiutava il padre, da lei accusato di abusi sessuali incestuosi.

Relazione su cui è apposta una marca da bollo e c’è il timbro del tribunale; ne ho dedotto che fosse una perizia giurata. Chiaramente ho fatto questo commento, come sopra, in alcuni profili di miei contatti Facebook.

Il collega si è nuovamente risentito e mi ha inviato una seconda mail offensiva.

A questo punto ho fatto un esposto al suo Ordine dei medici.
Per ripicca ha rispolverato la vecchia questione dell’elenco dei sostenitori della PAS, dicendosi offeso per essere stato da me incluso in tale elenco.
Come ben noto, tale elenco risale al gennaio 2020 e, viste le diffide e minacce ricevute, eliminai subito la pagina dal mio sito. Non si offese allora ma dice di essersi offeso adesso, a circa tre anni di distanza. Si offende a scoppio ritardato? Boh? Ma poi, se sono loro stessi che firmano documenti favorevoli alla PAS, o alienazione parentale, rendendo pubblici tali documenti! Chi li capisce è bravo. Non si offendono se si autopubblicano, si offendono se vengono pubblicati da altri.
A questo punto, visto che lui si era già scusato con me non mi è costato nulla scusarmi per fatti che ritengo non siano offensivi, ma se proprio si è offeso …

Nel thread sul suo post si sono poi inseriti alcuni soggetti, svolgendo una tipica azione di sciacallaggio.
Cominciamo dal medico legale romano.
Non lo conosco; si discuteva, 2010-2011, sulla non scientificità della PAS mentre lui sosteneva con veemenza che fosse invece una vera e propria malattia.

Poiché ribattevo, colpo su colpo, citando bibliografia internazionale, alla fine abbandonò la discussione in malo modo.

Inutile dire che ho centinaia di gustosi screenshot su questo soggetto; pare sia divenuto sostenitore della PAS perché rifiutato dalle sue due figlie, ma ne ignoro i motivi.
Mi critica perché nel mio curriculum trovava articoli sulla schizofrenia e sulla psicofarmacologia ma non sulla PAS; cazzo, ma uno psichiatra di cosa si deve occupare? Uno psichiatra, che sia psichiatra, si occupa, ovviamente, di malattie vere e di terapie farmacologiche vere, non di false malattie e di terapie della minaccia.
Non mi ero mai occupato di PAS proprio perché concetto del tutto sconosciuto alla psichiatria ufficiale; del resto questo collega non è psichiatra, quindi cosa vuole? Insegnare la psichiatria a uno psichiatra? Convincere uno psichiatra che la PAS è una malattia mentale? Ma mi faccia il piacere!!
Poi ha il cattivo gusto di sproloquiare sul caso che avevo seguito come CTP,  caso che non conosce e del quale non sa nulla. Eccolo qui. La Cassazione annullò tutti gli atti proprio per via della mia relazione di CTP.
Nella sua filippica dimentica il collega che nell’ottobre 2012 mi ha dato ragione, sulla non scientificità della PAS, il Ministro della Salute in carica all’epoca. Quindi discorso chiuso per sempre. La PAS non ha alcuna validità scientifica e chi la sostiene, sia pure come alienazione parentale, è fuori dalla scienza.

Veniamo poi allo psicologo Dadtux: le sue raffinate capacità dialettiche, oltre che scientifiche, si riassumono in questo post.

Secondo i collaudati metodi del Mossad avrebbero dovuto mandarmi una donna per farmi parlare; la sto ancora aspettando. Ma poi farmi parlare di che? Boh?

Poi interviene il sé dicente presidente di una inesistente federazione per la bigenitorialità, che all’epoca si qualificava come illustratore di fumetti ma che adesso pare sia diventato dott., o almeno così si qualifica nei convegni. Ha una laurea? Se sì perché non la rende nota? E se no perché millanta un titolo che non ha?
Poi interviene la corte dei miracoli dei padri rifiutati dai figli. Insomma, proprio un bel caravanserraglio.
Contenti loro …

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Naturalmente, il titolo del post su Facebook era molto più colorito, ma certa gente è suscettibile e allora usiamo la scolorina.

Si tratta di un articolo dell’agenzia DiRE che intervista alcuni personaggi che ruotano intorno alle vicende di affidamento dei minori, in particolare quelli che rifiutano la relazione con un genitore, di solito il padre.
Provo a replicare, cercando di scansare qualche querela per diffamazione.
Ecco alcuni brani dell’articolo citato.

… durante tutto il convegno il lessico ricorrente è stato: “La madre cerca in tutti i modi di allontanare il figlio dal padre, di alienare la figura del padre”, ha dichiarato Vitalone rispetto al caso XXX. E ancora: “Continua ad alienare il padre dall’affetto del figlio”, parlando anche di “sintomi” e di una “malattia”.

Egregio Dr Vitalone, lei è un giudice, deve valutare i fatti. Ha le prove di questa che lei chiama alienazione? Sa molto meglio di me, o perlomeno dovrebbe saperlo, che senza prove non si può processare nessuno. Eppure è quello che da circa 20 anni accade nei tribunali dei minori e nei tribunali ordinari sezioni famiglia.
Le madri vengono processate senza uno straccio di prova, perchè ritenute, pre-giudizialmente, alienanti, malevoli, ecc.
Concetti definiti dalla Suprema Corte di Cassazione come “inammissibili valutazioni di tätertyp“. Non devo certo essere io, modesto psichiatra, a spiegare a un giudice un’Ordinanza della Cassazione; a ogni buon conto.
Mi permetta, ma come ci si può fidare di questa giustizia, come la madri possono continuare a fidarsi?
E quella che voi chiamate alienazione parentale, o tutti gli altri sinonimi, lo sa bene, è solo una strategia processuale per difendere i genitori accusati dai figli di violenza in famiglia o abusi sessuali incestuosi; in assenza delle prove della presunta, da voi dichiarata, manipolazione psicologica del minore, ecco tirare in ballo il concetto della malattia (prima PAS, poi alienazione parentale, poi madre malevola e poi tanti altri sinonimi che sarebbe troppo lungo elencare qui). Malattia inesistente; qui lei deve fare un passo indietro e lasciare la parola alla psichiatria, quella seria, quella dei DSM e dei trattati, quella internazionale non la fetecchia che in tribunale vi viene proposta dai CTU della psicologia giuridica.

… La psicologa forense Laura Volpini, che ha lungamente citato gli studi di Richard Gardner, psichiatra ideatore dell’alienazione parentale e contestato per altre sue teorie, ha risposto a quanti, iscritti al convegno in collegamento da remoto, le facevano notare controverse affermazioni dello psichiatra: “Lasciamo in pace il povero studioso. Adesso è morto e non si può difendere, quindi lasciamolo in pace”.

Egregia d.ssa Volpini: innanzitutto Gardner non era psichiatra, non offendiamo la categoria; in secondo luogo, ma quale studioso, Gardner non ha mai studiato un cazzo, perché se avesse studiato non si sarebbe inventata quella cazzata della PAS. Nel 1985, proprio per l’articolo sulla PAS, venne cacciato dalla Columbia University con la motivazione che era “ignorante nella disciplina di psichiatria e incapace di ragionare in base al metodo scientifico” (comunicazione personale del Dr Salvatore Pitruzzello, PhD in Scienze politiche e Assistant Professor presso la Columbia University, NY).
Le università italiane invece sono colonizzate da ignoranti della psichiatria e incapaci di ragionare secondo il metodo scientifico. E non aggiungo altro.

… Dello studioso Pompilia Rossi salverebbe il concetto della triade: “Le problematiche relazionali non dipendono solo da un genitore” ma “dal comportamento della triade”.

Egregia avv.a Pompilia Rossi, faccia l’avvocata, cosa ne sa lei di triadi e problemi relazionali? Né Gardner ha mai parlato di triadi; ma ha mai letto qualcosa di quel pessimo soggetto?
E la questione è sempre la stessa, in assenza di prove della presunta manipolazione psicologica del minore, ci si rifugia nella malattia, adesso problema relazionale. Se la famiglia è separata non esiste più una triade, ma due diadi, quella madre-figlio e quella padre-figlio. Il problema relazionale in quale diade c’è? Ecco, cominciamo da qui, dal definire con chiarezza il campo di intervento.

… Marisa Malagoli Togliatti, nota Ctu, ha insistito sulla “conflittualità che fa male ai bambini, tanti vanno in terapia per questo motivo”, ha detto. Sull’ascolto del minore la nota Ctu ha precisato che prima di ascoltare un minore bisogna sincerarsi “del suo discernimento”, soprattutto dal momento che “la maggior parte delle separazioni avvengono quando i figli sono molto piccoli, di due o tre anni”.

Egregia d.ssa Malagoli-Togliatti, la conflittualità fa male ai bambini. Certo, ma la conflittualità c’era già prima della separazione o è iniziata al momento della separazione? Se ha un minimo di formazione sistemico-relazionale, sa che la conflittualità c’era già prima della separazione e che è stata proprio la conflittualità, ormai insanabile (verosimilmente per violenza o abusi sessuali incestuosi) la causa della separazione. La separazione quindi mette fine alla conflittualità.
Poi arrivate voi CTU e riaprite la conflittualità, la esacerbate. A che pro? Follow the money trail, scrivono gli americani.
E poi: “prima di ascoltare un minore bisogna sincerarsi del suo discernimento“; cavolo! Ma se il giudice non lo ascolta come fa a sapere se abbia o meno capacità di discernimento? E lo deve ascoltare personalmente il giudice. Lo scrive chiaramente l’ultima Ordinanza della Cassazione.

Ma infine, questa vicenda la ricorda? E quindi? Di che obiettività andate parlando quando agite in quel modo? Chiedemmo per questo la sua ricusazione come CTU; e la giudice si mise a urlare in udienza contro l’avvocato. Ma che bel sistema!

Conclusione

Mi avvio ora alla conclusione.

Concludo qui questa prima parte.

L’utilizzo del concetto di PAS nelle CTU per l’affidamento dei minori ha causato una distorsione dei processi che ha comportato la negazione, l’occultamento delle violenze in famiglia e degli abusi sessuali sui minori; i CTU che aderiscono acriticamente al concetto di alienazione parentale mostrano scarso senso di ragionamento logico oltre a una formazione professionale approssimativa che dà ragione del duro giudizio espresso da Paolo Crepêt (1).

La psicologia giuridica ha manipolato la dichiarazione del Ministro della salute del 18 ottobre 2012 giungendo ad affermare che la PAS non era più una malattia dell’individuo (cosa sostenuta con veemenza sino al giorno prima) ma una malattia della relazione (2), iniziando a parlare di alienazione parentale; nella sostanza il concetto di base è rimasto identico, vale a dire la convinzione, errata, che il bambino che rifiuta un genitore sia manipolato dall’altro genitore. Alcuni psicologi giuridici hanno persino pubblicato un articolo sulla rivista “Psicologia contemporanea” per sostenere questo cambiamento di etichetta, riproponendo gli stessi sintomi della PAS, ribattezzati criteri, per diagnosticare l’alienazione parentale. Naturalmente criticai fortemente questo articolo (3). Del resto, anche la direttrice della rivista mostrò di avere le idee poco chiare in materia (4).

In un altro articolo (5) un gruppo di psicologi giuridici giunse a profetizzare l’imminente inserimento dell’alienazione parentale nel DSM-5; naturalmente il DSM-5 non ha classificato l’alienazione parentale perché ovviamente, come la defunta PAS, è solo spazzatura pseudoscientifica. Ma loro nella spazzatura ci sguazzano, evidentemente.

Anche il patetico tentativo di assimilare la loro alienazione parentale al problema relazionale genitore-bambino è stato un fiasco (6); e questo è davvero vergognoso, indegno di professionisti ed esperti quali dicono di essere. Se un problema relazionale esiste tra un genitore e un figlio è di tutta evidenza che tale problema di relazione esiste tra il bambino che rifiuta un genitore e il genitore rifiutato dal figlio. Per questi cotanto esperti invece il problema relazionale ci sarebbe tra il figlio e il genitore che non viene rifiutato, con il quale il bambino ha scelto di vivere, con il quale il figlio non ha nessun problema di relazione, anzi ha un’ottima relazione. Un modo di ragionare che fa seriamente dubitare, ancora una volta, delle capacità di ragionamento logico di questi soggetti.

E allora l’ottima relazione madre-figlio diviene una relazione simbiotica; un’altra totale assurdità perché la simbiosi madre-figlio pertiene ai primi mesi di vita del bambino (7) e se non si risolve entro i dodici-quindici mesi, quando inizia la fase della separazione-individuazione, dà luogo a problemi psicotici precoci del bambino (8). Ma questi soggetti non leggono, non studiano? La loro formazione e professionalità sono a un’unica dimensione, quella della psicologia giuridica, ovvero dell’ignoranza delle cose della psicologia.

Nel marzo 2013 la Cassazione si è pronunciata sull’utilizzo dei concetti scientifici in Tribunale, condannando l’utilizzo della PAS perché priva di validità scientifica. Questa pronuncia della Cassazione non ha minimamente scalfito le certezze granitiche di alcuni giudici sulla presunta manipolazione dei figli da parte delle madri; sempre assunta pre-giudizialmente e senza prove.

Più volte alcuni magistrati si sono espressi pubblicamente in favore della PAS (9).

La giustizia minorile e della famiglia è fortemente inquinata da questo concetto antiscientifico e fatica a disintossicarsi; risale addirittura al 2004, infatti, un articolo pubblicato sulla rivista ufficiale dell’AIMMF (Associazione dei magistrati minorili e della famiglia) che descrive la PAS (10). Chi ne abbia voglia può andare a vedere chi erano all’epoca i responsabili della rivista (11).

Articolo copia-incollato da questo (12) a firma di un certo Guido Parodi; non si trovano sue tracce in rete e se si clicca sul link al suo sito (www.guidoparodi.it) si viene reinviati a siti pornografici.

Nel 2011 ho proposto alla rivista dell’AIMMF la pubblicazione della traduzione in italiano, autorizzata dall’autrice, di un articolo della Prof.ssa Carol Bruch, insigne giurista statunitense, che demoliva il concetto di PAS proprio dal punto di vista giuridico; la risposta della rivista fu che tale articolo non era di loro interesse.

Particolarmente inquietante è quanto scoperto dall’associazione Finalmente liberi onlus (13), dell’avv.a Cristina Franceschini: ben 200 giudici onorari in situazione di incompatibilità e conflitto di interessi; risultavano infatti avere rapporti con comunità per minori, a volte addirittura in qualità di presidenti di queste strutture. Un aspetto, a mio parere, solo appena sfiorato da questa indagine.

Così come altrettanto inquietante è quanto emerso, ma subito sommerso, dall’indagine romana su mafia capitale (14); il muro di omertà intorno a queste vicende è ancora ben solido.

Le associazioni forensi, tra quelle decisamente schierate a favore della PAS e vicine alle associazioni dei padri separati, quelle ondivaghe, quelle che non si pronunciano, quelle che stanno a vedere come tira il vento, ecc., hanno contribuito a diffondere questo concetto. Né il Ministero della Giustizia sembra voglia intervenire a tutela della regolarità dei processi di separazione e affidamento dei minori; l’utilizzo della scienza spazzatura danneggia la Giustizia, consente l’affidamento dei minori ai genitori violenti o pedofili e il collocamento presso di loro.

In ambito penale la PAS e i suoi correlati (amnesia infantile, suggestionabilità del minore, ecc.) consentono l’archiviazione dei processi per abusi sessuali sui minori, e mandano assolti i padri abusanti.

Gli Ordini professionali dei medici e degli psicologi sono assenti circa le posizioni antiscientifiche assunte da alcuni loro iscritti; tutt’altro, arrivano ad avviare procedimenti disciplinari nei confronti di chi critica l’alienazione parentale. Ho conoscenza personale di un caso del genere; o forse degenere, emblematico della degenerazione culturale della psicologia ormai ridotta a quinta colonna dei genitori violenti o pedofili. E questo pur prescrivendo agli iscritti che l’informazione sanitaria deve essere “fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite” (art. 55 Codice deontologico dei medici) e che sono tenuti a mantenere un “livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale” (art. 5 codice deontologico degli psicologi). Alcune segnalazioni ed esposti sono finiti nel nulla.

Non parliamo poi dei Servizi sociali comunali e dei consultori, quasi tutti indottrinati sulla PAS da convegni e corsi di formazione. Risalgono al 2014 le Linee guida per i Servizi sociali (15) per il contrasto alla violenza contro le donne; la PAS viene trattata e condannata alla pag. 58 delle linee guida, ma per la maggioranza delle assistenti sociali è come se tali linee guida non esistessero. E nel 2019 che ti fa l’Ordine degli assistenti sociali? Ti organizza un bel corso di formazione sulla PAS (16). E ad aprile 2020 si interessano ancora di PAS (17).

La SINPIA, società italiana di neuropsichiatria infantile, non ha ancora rimosso dalla linee guida (18) in tema di abuso sui minori il riferimento alla PAS e a Gardner, come più volte segnalato (19); naturalmente non è che una società scientifica debba obbligatoriamente accogliere segnalazioni provenienti da singoli medici, ma di certo non fa onore a una società scientifica, e a tutti i neuropsichiatri infantili italiani, il fatto che la SINPIA indichi tra i propri riferimenti bibliografici un apologeta della pedofilia, del tutto ignorante sulle questioni psichiatriche e dell’infanzia; questo la dice lunga sul livello di condizionamento subito dalla SINPIA. Oltretutto il riferimento (Gardner, 1984) è pure sbagliato perché Gardner pubblicò il suo articolo sulla PAS nel 1985.

Anche il CISMAI, coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, sensibilizzato nel 2011 sulla questione PAS, rispose negativamente; ci scrissero che non avevano la possibilità di impegnarsi nella lotta alla PAS. Né il CISMAI ha mai preso una posizione chiara e definita di condanna della PAS; nel documento depositato in Commissione Giustizia del Senato nel 2018 parlano della PAS come di “un tema tuttora scientificamente controverso” (20). Ma per favore!! La PAS è una bufala antiscientifica, è solo una strategia processuale per difendere i genitori violenti o pedofili.

La retorica sui padri separati ha contagiato tutti i media, facendo scomparire dalla scena pubblica le madri separate e i figli; vari personaggi, tra giornalisti e conduttori televisivi, sono padri separati e approfittano del loro ruolo pubblico per soffiare sul fuoco della PAS e dell’alienazione parentale, alimentando così un clima di odio contro le madri e contro le donne.

Alcune trasmissioni televisive sponsorizzano sfacciatamente la PAS e l’alienazione parentale e contribuiscono al diffondersi di questa fake news.

In quasi tutte le facoltà di psicologia e scienze della formazione imperversano i sostenitori della PAS e dell’alienazione parentale e svolgono insegnamenti sulla scienza spazzatura, tesi di laurea, tesi di master, ecc.; nell’indifferenza del MIUR che pure dovrebbe vigilare sui contenuti didattici e sulla coerenza scientifica degli insegnamenti e della ricerca.

L’unica associazione che da anni combatte questi orrori è il Movimento per l’Infanzia, dell’avv. Coffari (https://www.movimentoinfanzia.it/).

Di recente sono giunte a dare man forte nella lotta contro la PAS l’associazione “Maison Antigone” (http://www.maisonantigone.it/) cui è collegato lo studio legale “Studio legale donne” – https://studiolegaledonne.webnode.it/), e il “Comitato Madri unite contro la violenza istituzionale” (https://www.facebook.com/siamotuttelaura).

I centri antiviolenza delle Rete DiRe sono attivi nel contrastare la PAS e le brutture conseguenti, ma in altri centri antiviolenza sono presenti operatori che sostengono la PAS, o comunque non hanno le idee ben chiare su questa problematica, e combinano disastri.

Le cosiddette associazioni di padri separati sono l’elemento sovversivo in queste vicende; sono queste presunte associazioni che soffiano sul fuoco, che armano i padri separati contro le ex-mogli e i figli. A queste associazioni sono collegati vari professionisti, in particolare avvocati e psicologi, che sostengono il concetto di alienazione parentale e incitano i padri separati a trascinare in giudizio le ex-mogli, infischiandosene del benessere di figli. Dalle vicende che ho riportato se ne ha ampia prova. Non è difficile immaginare il giro di denaro intorno a queste associazioni.

Molte di queste presunte associazioni sono in realtà scatole vuote; di esse esiste solo il sito web, a volte nemmeno quello (es. GESEF, FENBI, Genitori sottratti, ecc.), non hanno una struttura associativa, non risultano iscritte agli albi delle associazioni, riportano come sede sociale indirizzi improbabili. Per esempio, nel caso di GESEF un piccolo garage a Roma in Via Domenico Ciampoli n. 14 (21), o nel caso di Genitori sottratti addirittura uno sportello bancomat di Poste Italiane a Bologna in Via Marsili n. 10/A (22).

FENBI è l’acronimo di Federazione Nazionale per la Bigenitorialità; dovrebbe quindi essere una federazione di associazioni di padri separati. Il sito web non esiste più (23); riportava come sede sociale una palazzina a Pordenone in Via Col di Lana n. 3. Stesso indirizzo di un’altra presunta associazione, il CIATDM; CIATDM è l’acronimo di Coordinamento Internazionale di Associazioni per la Tutela dei Minori, una cosa grossa quindi. Ebbene nulla di internazionale, dichiarava una sede a Pordenone e altre due a Gagliano del Capo (LE) e Racale (LE), in Puglia; tutta qui l’internazionalità di questa associazione (24). A che pro tutto questo fumo? Chi ne è in grado cerchi la risposta.

Elemento inquietante circa queste associazioni è l’interesse, e l’insistenza, che mostrano nei loro scritti e convegni, sui cosiddetti falsi abusi sessuali, sulle cosiddette false denunce, ecc.; a chi giova questa disinformazione? Non occorre essere complottisti per intuire in questo attivismo un interesse precipuo, se non proprio un piano preciso, per occultare gli abusi sessuali sui minori e le violenze in famiglia.

L’aspetto economico non è affatto secondario in queste vicende, si parla di decine, a volte centinaia di migliaia di euro spesi dalle famiglie che si separano. Gli autori di un articolo pubblicato nel 2012 (25) scrivono letteralmente: «se si vuole comprendere il senso del sostegno alla teoria della PAS basta seguire la pista del denaro»; le stesse parole usate dal Giudice Falcone nella lotta alla mafia. Come ho scritto più volte, la PAS è una grande quantità di denaro che cambia proprietario.

Nella seconda parte parlerò di altre CTU altrettanto drammatiche; siamo al 2020 e la situazione non sembra migliorare affatto.

NOTE BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

  1. https://bit.ly/3dzQqkg
  2. Concetto davvero singolare quando espresso da psicologi; le relazioni possono essere disfunzionali ma non malate, chi si ammala è l’individuo non la relazione.
  3. http://www.andreamazzeo.it/docu/zuppa-panbagnato.pdf
  4. http://www.andreamazzeo.it/docu/articolo_psicologia.pdf
  5. https://bit.ly/3aiCmcU
  6. http://www.alienazionegenitoriale.org/docu/chiarezza.pdf
  7. Galimberti U (2002), Enciclopedia di Psicologia. Garzanti.
  8. Mahler MS (1968), Le psicosi infantili. Boringhieri, 1972.
  9. https://www.youtube.com/watch?v=fD21wDY5RYY https://bit.ly/31aSNTL https://bit.ly/2NMT5gF https://bit.ly/3wmbi6d https://bit.ly/3rRxtxF https://bit.ly/2Pr9fNF https://bit.ly/3chAjY9
  10. http://www.alienazionegenitoriale.org/docu/aimmf_pas.pdf
  11. https://bit.ly/3gEeHYm
  12. https://bit.ly/3emb6vv
  13. https://www.facebook.com/finalmenteliberionlusofficial/
  14. http://andreamazzeo.altervista.org/blog/stelle-polari/
  15. https://bit.ly/32GqjC2, pag. 58
  16. https://bit.ly/3dHETzN, evento ID 34007
  17. https://bit.ly/3tHWM6R
  18. https://bit.ly/3eqzYCe
  19. http://andreamazzeo.altervista.org/blog/la-sinpia-e-la-pas/
  20. https://bit.ly/2OHdlAM
  21. Aspetto evidenziato nella relazione depositata in Commissione Giustizia del Senato nell’ambito della discussione sul DDL 735. http://www.alienazionegenitoriale.org/comsep/pdf/d-0006.pdf
  22. Ne parlo in quest’altro documento, sempre depositato in Commissione Giustizia del Senato.
    http://www.alienazionegenitoriale.org/comsep/pdf/d-0007.pdf
  23. Reperibile sull’archivio del web; il suo presidente si definiva illustratore di fumetti; una qualifica che conferisce molta competenza nel campo del diritto di famiglia. Attualmente al link http://www.fenbi.it si trova un sito di incontri online con ‘donne mature’.
  24. Un’analisi di questa presunta associazione si trova qui: http://www.andreamazzeo.it/pas/0005.htm
  25. http://jaapl.org/content/40/1/127.full

(Dal testo “Contro la PAS e l’alienazione parentale – Consulenze e pareri tecnici)